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IN ARRIVO

Vedi di non morire

Josh Bazell

In uscita a metà giugno

Stile libero Big

Traduzione di Luca Conti

pp. 322, € 18,50

ISBN 978880619558

Un clic sulla copertina porta alla scheda del libro sul sito Einaudi

WILLEFORD AL CINEMA

Willeford - cockfighter

Charles Willeford in veste di arbitro di combattimenti tra galli, nel film Cockfighter (1974) di Monte Hellman, tratto dal romanzo omonimo.

THE SWITCH

The Switch

Nel 1978 un quindicenne Quentin Tarantino fu portato in guardina per aver rubato una copia di The Switch dagli scaffali di un emporio della sua città. Non si trattava sicuramente della rara edizione che vedete riprodotta più in alto e che ho appena passato allo scanner (ovvero quella inglese del 1979, l’unica mai uscita in versione rilegata) ma del tascabile Bantam: negli USA, difatti, il romanzo era uscito direttamente in economica.

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Il libro è oggi considerato – a torto, secondo me – un’opera minore di Leonard, anche se all’epoca ottenne una nomination all’Edgar Award come miglior paperback dell’anno ma fu sconfitto dal dimenticatissimo Franklin Bandy (1914-87) con Deceit and Deadly Lies, pubblicato in Italia nel 1980 su Segretissimo come La bugia corre sul filo.

Ma, nel quadro complessivo della Commedia Umana concepita da Leonard, The Switch è significativo anche perché costituisce la prima parte di Rum Punch (ovvero Jackie Brown), romanzo che uscirà ben quattordici anni dopo, nel 1992, e che – come tutti sanno – sarà portato sullo schermo nel ‘97 proprio da Tarantino, con Samuel L. Jackson e Robert De Niro nella parte dei cialtronissimi farabutti Ordell Robbie e Louis Gara.

Scambio

In Italia il libro è uscito nel 1982 come Scambio a sorpresa, è rimasto una settimana in edicola e da allora non è stato mai più ristampato. Toccherà rimetterci le mani, prima o poi, anche perché la vecchia traduzione ha la sua bella dose di problemi (“Mickey held her body rigid as the pale hood followed the headlight beams through the curves,” a pagina 2, diventa “Rigida come un palo, Mickey seguiva il fascio dei fari tra le curve.” Peccato che il “pale hood” non sia un palo ma il cofano bianco della macchina…).

SWAG

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Uno dei pochi romanzi di Leonard ancora inediti in Italia, Swag è anche tra i suoi migliori in assoluto. Era anche uno dei pochi che non avevo mai letto (assieme al suo seguito, Stick), ma ho rimediato nelle scorse settimane. Non sapevo proprio cosa mi stavo perdendo.

Si tratta del più evidente punto di contatto tra Leonard e Charles Willeford, in particolare il Willeford di Tiro mancino (che, nella sua forma attuale, è apparso solo nel 1987, anche se la parte dedicata alle gesta di Stanley Sinkiewicz era già uscita nel 1962 come No Experience Necessary, mentre Swag è del 1976). Sarà per questo che mi è piaciuto così tanto. E ne verrebbe fuori un grande film.

Non vedo l’ora di tradurlo, anche se non potrà apparire in libreria prima del 2011, visto che con Einaudi abbiamo già deciso i Leonard per il 2009 e il 2010 (quest’anno tocca a Killshot – che arriva in libreria a giugno – e a Up in Honey’s Room, ovvero il seguito di Hot Kid, che uscirà in autunno; i titoli del 2010 ve li svelerò tra qualche mese).

EDDIE COYLE IN DVD

A stretto giro di posta, vale a dire appena 35 anni dopo la sua uscita, la versione cinematografica di The Friends of Eddie Coyle approda al DVD. Per ora soltanto negli Stati Uniti, ma è probabile che appaia anche da noi. Diretto da Peter Yates, questo è forse il più bel film di Robert Mitchum nonché, in assoluto, una delle migliori trasposizioni su grande schermo di uno dei capolavori del noir.
Coyle

ANCORA UN MESE…

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LAWYERS, GUNS AND MONEY

Winter

Del primo romanzo che ho tradotto per Einaudi, nell’ormai lontano 2001, potete vedere la copertina qui sopra. Ma difficilmente riuscirete a procurarvelo, adesso, fuori catalogo com’è da tempo (meriterebbe, in effetti, una ristampa, ma non dipende da me). Perché, allora, stamattina mi sono arrampicato sugli scaffali di casa – impresa, questa, ad altissimo rischio, una vera palestra d’ardimento come quella del Gruppo T.N.T – per rintracciarne una copia (scoprendo, con una certa sorpresa, di averne ben due)? Perché negli ultimi giorni mi è capitato di leggere delle notiziole di un certo interesse che spingerebbero a consigliarvi, se solo poteste farlo, la rilettura dell’apocalittico noir di Winter.

Da un lato, la dichiarazione di Gianni Alemanno che – presumo – nella sua veste istituzionale di sindaco di Roma ha ritenuto opportuno stigmatizzare una presunta e nefasta influenza dei media sugli adolescenti, puntando soprattutto il dito sulla fiction Romanzo Criminale; che, a suo dire, finirebbe per idealizzare la violenza e proporre ai giovani una serie di role models esclusivamente delinquenziali, mitizzando addirittura l’uso delle armi.

Dall’altro, la recente intervista rilasciata dal presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, Edouard Ballaman, nella quale costui ha estratto – in presenza del giornalista che gli poneva le domande – una Smith & Wesson .357 Magnum e l’ha piazzata sulla scrivania. «E’ per difesa personale,» ha poi chiosato l’ex questore della Camera davanti allo stupore del giornalista, dichiarando di possedere regolare porto d’armi (meno male) e di essere stato invitato ad armarsi nientemeno che dalla Digos, a causa di non meglio precisate minacce di morte da parte di certi fondamentalisti islamici e della sua amicizia con Pim Fortuyn e Theo van Gogh, il politico e il regista olandesi assassinati negli scorsi anni. «Però la tengo chiusa in un armadio dell’ufficio,» ha concluso, lasciando – a me, perlomeno – un certo dubbio sulle capacità deterrenti e di autodifesa di un’arma tenuta sottochiave.

La terza cosa che mi ha spinto a scrivere questo post è il notevole pezzo apparso qualche giorno fa su uno dei miei blog preferiti, talk is cheap, il cui titolare – che la sa lunga – ha parlato diffusamente di un libro di grande interesse come Kalashnikov, il fucile del popolo, scritto da Michael Hodges e pubblicato da Tropea.

Il sottoscritto, che non sfiora il grilletto di un’arma (e che arma!) dal lontano 1986, durante il servizio militare in quel di Salerno, quando pur di non fargli ripetere le sue grottesche performance al poligono di tiro l’avevano spedito a suonare le tastiere alle serate danzanti del circolo ufficiali, il sottoscritto – dicevo – si è paradossalmente ritrovato nell’ultimo decennio, malgré lui, a doversi fare una notevole cultura nel settore a forza di tradurre carrettate di noir e persino di western. E, fosse vero quel che dice Alemanno, a quest’ora dovrebbe girare per la strada, come scrive Elmore Leonard in Hot Kid, «con due automatiche calibro 45 infilate in due fondine legate alle gambe con corregge di cuoio.»

Comunque, dai meandri del sito Einaudi ho ripescato anche un’intervista che feci, all’uscita di Corri!, proprio a Douglas Winter, e che potete leggere qui. Il buon Douglas, che è uno dei massimi esperti mondiali di horror e che a suo tempo sembrava promettere – per l’appunto – fuoco e fiamme, da allora non ha più pubblicato niente e oggi fa in prevalenza il musicista. D’altra parte non scriveva certo per vivere, essendo all’epoca uno dei più grossi avvocati americani, specializzato in disastri aerei e relative cause milionarie.

Insomma,è sempre Lawyers, Guns and Money, come diceva l’unico e solo Warren Zevon.

GRAND MASTER

Qualche giorno fa, nel corso dell’annuale cerimonia per il conferimento dei premi Edgar, James Lee Burke ha ricevuto – assieme all’illustre collega Sue Grafton –  l’ambitissimo Grand Master Award, il premio alla carriera assegnato dai Mystery Writers of America. Mai riconoscimento fu più meritato, e va anche detto che Burke è uno dei pochissimi autori – l’altro è T. Jefferson Parker – ad aver anche vinto due volte l’Edgar per il miglior romanzo dell’anno (il detentore del record, con ben tre vittorie, è l’ex fantino britannico Dick Francis, anche lui Grand Master  e oggi novantenne, e i cui romanzi pare siano stati scritti, in realtà, dapprima dalla moglie Mary e, alla scomparsa di quest’ultima, dal figlio Felix).

Certo, sapere che il piacevole ma non eccezionale Francis ha vinto tre volte l’Edgar, mentre Elmore Leonard solo una e James Crumley mai, così come Ellroy o Wambaugh, lascia qualche dubbio. Comunque…

Il video riporta un’intervista fatta a Burke poco prima della consegna del premio e nella quale lo scrittore parla diffusamente del ruolo (sociale e culturale) della crime fiction nel panorama della letteratura americana.

Colgo l’occasione per ricordare, a chi interessa, che toccherà al sottoscritto tradurre l’ultimo romanzo di Burke con Dave Robicheaux, Swan Peak.

Per me è un vero onore.

E C'È CHI SI LAMENTA…

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Questa, in anteprima, è la copertina del nuovo romanzo di John Harvey, che uscirà in UK l’8 maggio. A settant’anni appena compiuti, Harvey mantiene un ritmo invidiabile (un romanzo l’anno, certe volte due). Eppure…

Scriveva Kazuo Ishiguro, sul Guardian del 27 aprile scorso:

“There comes a point when you can count the number of books you’re going to write before you die. And you think, God, there’s only four left.”

E commenta Harvey, dal cui blog ho tratto quest’annotazione:

“It took me several times of reading before I realised there wasn’t a “thank” before the word “God”.

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Ecco cosa scrive Stefano Gallerani sul Manifesto del 29 aprile:

Torna la coppia di improbabili detective che esordì quindici anni fa

L’ultima trama dello scrittore texano, tra esplosioni di crudeltà e senso etico dell’esistenza

Immagini folgoranti, una lingua spedita, quell’umorismo nostalgico e disilluso che è ormai un marchio di fabbrica, e ovviamente il Texas, più che uno Stato, un vero e proprio state of mind. Ma non solo. Tra gli elementi ricorrenti nella scrittura di Lansdale (nato nel ‘51 a Gladewater, tra le contee texane di Upshur e Gregg), la strana coppia Hap e Leonard, gli improbabili detective da lui inventati nel 1990, che nel tempo si è trasformata nella vera e propria metafora di una visione etica della vita. Da quando hanno fatto la loro prima comparsa, in Una stagione selvaggia, fino a Capitani oltraggiosi (entrambi per Einaudi), le avventure in cui sono rimasti coinvolti li hanno ripetutamente messi di fronte al dilemma della sopravvivenza: da che parte stare quando è il momento di prendere una decisione. Un interrogativo che svela l’ipocrisia di qualsiasi fede o convinzione. E l’effetto narrativo è tanto più riuscito e evidente in quanto Lansdale affida la scelta a due personaggi che non sono propriamente degli eroi impeccabili, quasi a ribadire che al confronto con l’oggettività dei fatti non esiste mai una versione univoca, e al tempo stesso soggettiva, della realtà.

A questo dispaccio non fa eccezione nemmeno il settimo titolo del ciclo di Hap e Leonard (o il nono se si includono anche i racconti Veil’s Visit e Killer Chili). Uscito in contemporanea con l’edizione statunitense, il romanzo Sotto un cielo cremisi (traduzione di Luca Conti, Fanucci Editore, Collezione Vintage, pp. 312, euro 17,00) ci conduce da subito nel cuore della trama. Come Hap, strappato di sera alle braccia della fidanzata dall’amico Leonard, così anche noi ci troviamo immediatamente invischiati nel losco giro in cui bazzica Gadget, la nipote sbandata dell’ex poliziotto Marvin Hanson, un vecchio amico di Hap e Leonard. Le tracce in filigrana appartengono agli schemi classici del noir esistenziale mentre atmosfere e «caratteri» – la figura del misterioso killer Vanilla Ride – riportano direttamente all’epica western. Quella che era cominciata come una semplice spedizione punitiva per dare una lezione a un fidanzato manesco non tarda a diventare una situazione ingestibile, e se sul momento tutto sembra «essere rientrato nella normalità» non è che per presagire la tempesta che seguirà al breve istante di quiete. Ma per salvare la pelle non esistono buone maniere, Hap e Leonard lo hanno imparato più volte a loro spese. In un mondo violento e spietato, vivere secondo coscienza incarna più che un’utopia: è una vera e propria contraddizione. Dopotutto, la sopravvivenza non concede molte opportunità agli scrupoli morali.

«Me l’aveva sempre detto mia madre – confessa Hap in carcere – di stare lontano dalle armi, e in effetti – anche se le sapevo usare ed ero dotato di una buona mira – mi avevano sempre messo a disagio, così come ero d’accordo sul fatto che non sono le armi a uccidere la gente, bensì altra gente; però, se vuoi ammazzare qualcuno, un’arma da fuoco ti semplifica di gran lunga il compito». Se vuoi o se devi? È questa la domanda che sostiene l’intero scheletro della scrittura sincopata di Lansdale. Nei momenti critici quello che vuoi fare è così diverso da quello che devi che per sopravvivere puoi solamente piegare il primo al secondo, anche se una volta agito di conseguenza non c’è traccia di sollievo né di speranza; niente oltre l’impressione che «qualcosa abbia cambiato posizione per cadere in profondità, tra le ombre»; le ombre dalle quali è emerso e alle quali non può che tornare. C’è da scommettere che per Lansdale quel qualcosa sia quanto più prossimo a ciò che Hap e Leonard avrebbero forse il pudore di chiamare il «senso della vita».

[la foto in apertura è tratta dal film di Don Coscarelli Bubba Ho-Tep, con Bruce Campbell - a sinistra - e l'immortale Ossie Davis (LC)]

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Qualche mese fa avevo parlato di Chester Himes e del suo fantastico Corri uomo corri, da me tradotto per la vecchia Giano e uscito nel 2005, ma da tempo fuori catalogo. Si tratta di uno dei romanzi fondamentali di un grandissimo scrittore americano, al di là di ogni etichetta di genere, come sa benissimo chi ha letto Vite difficili di James Sallis, uno dei suoi massimi estimatori e studiosi (nonché biografo ufficiale). Sono felice di annunciare che il romanzo torna finalmente disponibile in libreria grazie alla lungimiranza di Meridiano Zero, e riporto di seguito i risvolti di copertina (che per questa edizione ho scritto io, quindi di più non potevo davvero fare…). Un ringraziamento doveroso va a Marco Vicentini e al suo vulcanico ufficio stampa Matteo Strukul. Harlem rules!

Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio a sangue freddo, il giovane studente nero Jimmy Johnson – che lavora come inserviente notturno in una tavola calda di Harlem – diventa a sua volta bersaglio dell’implacabile assassino, un agente di polizia corrotto e ferocemente razzista che vive in uno stato di perenne ubriachezza. Teatro di questa convulsa caccia all’uomo è una Harlem surreale e iperrealista, una sorta di girone dantesco i cui abitanti si dividono tra cattivi e ancor più cattivi, oltre che una Manhattan mai così ostile e impenetrabile, pronta a respingere chiunque bussi alle sue porte in cerca d’aiuto. E l’apparente lieto fine con cui si conclude la vicenda nasconde invece un terribile doppio fondo in cui il cinismo e il pessimismo cosmico dell’autore trovano, per l’ennesima volta, la loro conferma.
Spremendo fino all’osso uno dei più antichi luoghi comuni del thriller, l’innocente in fuga braccato dalle forze del male, Chester Himes confeziona in questo romanzo una delle sue messinscene più macabre, i cui frequenti elementi di tragicommedia non fanno altro che rinforzarne la visione apocalittica e il nichilismo portato alle estreme conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il perverso rapporto tra bianchi e neri. A partire dal magistrale, lunghissimo alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, settanta pagine di fulminante adrenalina che alternano il punto di vista dell’assassino e delle sue vittime, per poi focalizzarsi definitivamente sul testimone in fuga, Himes organizza una folle gimcana per le strade, le case e i locali della metropoli newyorkese ma allo stesso tempo, pur nell’angoscia della caccia, riesce a dipingere un minuzioso quadro della vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta, in un brulicante turbinio di cabaret equivoci, bische clandestine, botteghe di barbiere e stazioni di polizia: un mondo popolato da personaggi grotteschi e dominato dall’avidità e dal disprezzo, un sabba infernale in cui la differenza tra gli uomini è fatta dai soldi e dal colore della pelle.

Chester Himes, nato a Jefferson City (Missouri) nel 1909 da una famiglia della media borghesia nera e scomparso in Spagna nel 1984, fin da adolescente ha avuto grossi guai con la giustizia – truffe, emissione di assegni a vuoto, furti d’ogni genere – che culmineranno, nel 1929, con una condanna dai venti ai venticinque anni per rapina a mano armata. È in carcere, all’inizio degli anni Trenta, che inizia a scrivere e pubblicare (firmandosi, all’inizio, col numero di matricola) e nel 1936, al suo rilascio, decide di intraprendere la carriera dello scrittore, pubblicando alcuni notevoli romanzi a sfondo sociale che non ne decreteranno però il successo.
Amareggiato e in serie difficoltà economiche, costretto ad accettare una serie di lavori saltuari e di bassa lega pur di sbarcare il lunario, nel 1952 Himes parte per l’Europa, dove trascorrerà il resto della sua tormentata esistenza, rientrando negli Stati Uniti per brevissimi periodi e non più di un paio di volte.
Himes è autore di diciassette romanzi, uno dei quali rimasto incompiuto, che appartengono in prevalenza al cosiddetto «Ciclo di Harlem» che gli ha dato la celebrità e tra cui ricordiamo
Rabbia a Harlem, Cieco, con la pistola, Soldi neri e ladri bianchi.

IL NUOVO LANSDALE

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Eccolo qui, appena uscito in libreria.

312 pagine, 17 euro.

Traduzione di Luca Conti.

Be’, tornare a tradurre Champion Joe dopo tre anni mi ha fatto molto piacere, anche perché il libro è particolarmente scoppiettante e, per fortuna, politicamente molto scorretto. Col prossimo romanzo, qualunque esso sia, dovrò inventarmi nuove forme di turpiloquio perché, tra questo e Beat the Reaper di Josh Bazell, credo di averle consumate quasi tutte…

GRAN BOLLITO

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Recensione A

Un grande film sulla tolleranza, sui nuovi americani, sui rapporti tra giovani e vecchi, tra genitori e figli. Una grande prova d’attore per un Clint Eastwood poche altre volte così intenso ed espressivo. La scoperta che i veri affetti non sono mai quelli che ci vengono proposti dalle convenzioni sociali, bensì quelli che si costruiscono un passo alla volta, superando le diffidenze tra i popoli e le barriere della lingua. Una splendida storia di formazione.

Recensione B

Walt Kowalski, operaio dell’industria automobilistica oggi in pensione (e interpretato da un Clint Eastwood che qui utilizza al meglio la seconda delle due espressioni facciali che gli attribuiva Sergio Leone, ovvero quella senza cappello) è quasi sicuramente il più temibile rompicoglioni della storia del cinema: scorbutico, arrogante, razzista, sboccato, in possesso di un arsenale da far invidia all’ispettore Callaghan e aggressivo in maniera spropositata (anche se, va detto, è vessato quotidianamente da un prete forse più rompicoglioni di lui, che cerca di convertirlo a tutti i costi; ed è forse l’unico momento del film in cui davvero si vorrebbe incitare il vecchio Clint a tirare fuori la pistola e usarla come si deve). Il Kowalski (fresco vedovo, per fortuna di sua moglie) si trova coinvolto, suo malgrado ma neanche tanto, in una sorta di faida tra i suoi vicini di casa (una famiglia di immigrati Hmong di dimensioni mostruose: saranno almeno 35-40 persone, a dir poco) e una gang minorile composta da teppisti ben armati e legati – come dubitarne – da rapporti di parentela con l’immane famiglia medesima. Dopo ben due ore di film, la gang si rompe giustamente le palle e provvede a far secco il vecchio Kowalski, ignorando che di lì a non molto sarebbe con buone probabilità già morto per conto suo (amianto? Silicosi?) dopo essersi clamorosamente andato a confessare dal temibile prete di cui sopra e aver vergato un trombonesco testamento grazie al quale può continuare a rompere i coglioni anche dall’aldilà, tutte cose che Dirty Harry si sarebbe guardato bene dal fare. Ma erano altri tempi.

Recensione C

Potessimo rovistare tra i libri che lo sceneggiatore Nick Schenk ha sul comodino, non ci sorprenderebbe affatto trovarci una copia di Tiro mancino, il capolavoro di Charles Willeford. La prima oretta del film – che è in effetti la migliore – sembra infatti presa in gran parte dalla storia di Stanley Sinkiewicz, con delle coincidenze davvero troppo incredibili per non essere volute. Ma, purtroppo, della sacrosanta cattiveria di Willeford qui non c’è traccia, e il film vira ben presto verso situazioni iperprevedibili, per non dire telefonate. Peccato, perché le premesse non erano malvage, ma l’esito finale non sembra poi ’sta gran cosa.

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LYLE LOVETT

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Uscito due anni fa, e neanche me n’ero accorto. Recuperato solo ora. Ne valeva la pena, in effetti. Proprio un bel disco.

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(foto di Chad Harder)

LAURA LIPPMAN: Tu ci sei proprio nato, in Texas, e questa è una cosa di cui i texani non fanno altro che vantarsi. Almeno quelli che conosco io. Ma ho sempre avuto la sensazione che il tuo rapporto col Texas sia sempre stato molto controverso. Perché ti ritieni una sorta di changeling? Non ti sei mai sentito a casa, laggiù?

JAMES CRUMLEY: Ci siamo trasferiti nel New Mexico durante la seconda guerra mondiale, ed è laggiù che ho cominciato a intendere e volere, in una cittadina chiamata Deming che stava nel bel mezzo del deserto. Questo è stato il mio imprinting. Quando sono rientrato in Texas frequentavo la seconda elementare, e… Be’, le piccole città del Texas, se non ci sei nato, nessuno vuole averci a che fare, con te. E per farmi accettare ne ho combinate di tutti i colori. Il baseball è l’unico motivo che mi ha spinto a finire il liceo. Avevano organizzato un torneo di baseball, subito dopo il diploma, e per giocare in quel torneo sono stato costretto a diplomarmi.

LL: E hai anche giocato a football. Pensavo che bastasse questo, in Texas, per restare simpatico a tutti.

JC: Già, ma io non stavo simpatico a nessuno. Ero in gamba, ma restavo sulle scatole a tutti.

LL: A quanto so sei stato uno studente modello, il che mi suona davvero strano, visto che non mi sembri proprio il tipo da starsene fermo a fare i compiti in classe.

JC: In un liceo del Texas, negli anni Cinquanta? Figurati, di essere i primi della classe erano capaci tutti. Il voto di cui andavo più orgoglioso era la sufficienza in educazione civica… Mai portato un libro a casa, per studiare, ma nei compiti in classe ero una scheggia. Tutta ’sta storia mi ha creato un sacco di problemi. Un ragazzotto bianco con le pezze al culo, ma che va benissimo a scuola? Non sono cose che vanno d’accordo, di solito. E io mi sono sempre trovato un po’ tra l’incudine e il martello, con questi mondi inconciliabili. Ecco perché in Texas non mi sono mai sentito a casa. In Montana sì. È l’unico posto che mi ha dato questa sensazione.

LL: Mi ero fatta st’idea leggendo la citazione di Steinbeck, da Viaggio con Charley, che hai messo in epigrafe alla Terra della menzogna. «Il Montana mi sembra proprio l’idea che un ragazzino potrebbe farsi del Texas a forza di sentir parlare i texani.»

JC: Aspettavo da una vita il momento buono per usarla, questa citazione. Qualcuno, una volta, ha detto che il Montana è identico al Texas. Solo che è pieno di suore e non c’è neanche un cazzo di battista. Sono arrivato qui nel 1966 senza riuscire più ad andarmene sul serio, cristo.

LL: Eppure hai donato il tuo archivio alla Texas State University, San Marcos. Come mai? Perché proprio quella università? Dev’essere una delle poche in cui non hai mai insegnato [da metà degli anni Sessanta all'inizio degli Ottanta Crumley ha insegnato scrittura creativa non solo nel Montana, ma anche all'University of Arkansas, Fayetteville, alla Colorado State University, al Reed College di Portland, Oregon, alla Carnegie-Mellon e alla University of Texas, El Paso].

JC: Perché mio padre è nato proprio da quelle parti, nella Hays County. Ma ho il sospetto che farei meglio a riprendermi ogni cosa. Il curatore del fondo è venuto qui e si è portato via tutto, anche i fascicoli dei miei tre divorzi e il caschetto rigido di quando facevo l’addetto alle trivellazioni. Insomma, non lo so come ha fatto a finire laggiù, tutta ’sta roba. Comunque va bene lo stesso. Sai, adesso che sto invecchiando, ci sono tre cose che mi piacerebbe vedere prima di morire: un bel po’ di buone notizie sui giornali, un’altra bella macchina a trazione posteriore tipo una BMW o qualcosa del genere, e che la gente del Montana la piantasse di chiamarmi «quel texano del cazzo.»

LL: Com’è che ti è venuta la passione per i libri? C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore?

JC: Ho imparato a leggere da solo. A dodici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, un poliziesco influenzato dai libri di Mickey Spillane che le mie zie (e anche mie coetanee, tra l’altro) nascondevano sotto il materasso. Al college mi sarò specializzato in almeno otto materie diverse, prima di laurearmi in Storia. In realtà, quando mi sono iscritto al master in scrittura creativa nello Iowa, non mi ero ancora laureato, giù in Texas. Ma ero stato nell’esercito, e avevo visto come funzionava la burocrazia. Così mi sono iscritto lo stesso, e per beccarmi ci hanno messo sei, forse otto mesi. A quel punto mi sono laureato in Storia alla Texas A&I, ma per corrispondenza… E stavo già frequentando il master nello Iowa.

LL: Ti piaceva, lassù?

JC: In Iowa? Come essere in paradiso. Per la prima volta ero in mezzo a gente che leggeva, scriveva e parlava di un sacco di roba. Per quanto mi riguarda, in Iowa è stato fantastico. C’erano Richard Yates, Kurt Vonnegut… e io ero il più giovane della compagnia.

LL: Com’è che hai fatto a finire laggiù? Non credo che fosse così facile, per uno studente della Texas A&I di Yorksville, farsi venire in mente che alla University of Iowa c’era un Writers’ Workshop.

JC: C’era un tizio a Kingsville, giù in Texas, che girava voce fosse uno scrittore, così sono andato a fargli vedere un po’ delle mie stronzate e lui mi ha detto: «Magari faresti meglio a leggere un po’ di poesia moderna, prima di provarci anche tu.» Allora mi sono messo a leggere tutto quel che mi capitava sottomano, e alla fine gli ho portato qualche altra poesia. «Sai una cosa?» ha detto lui, «mi sa che dovresti provare con la narrativa.» Dopo il secondo racconto, mi ha suggerito di iscrivermi al Writers’ Workshop su in Iowa. Io avevo già deciso di andare alla University of Washington per laurearmi in Storia dell’Unione Sovietica e poi farmi assumere dalla CIA. Invece sono andato in Iowa.

(continua)

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(foto di Lee Nye, scattata verso la metà degli anni Settanta davanti al Trixi’s Antler Saloon di Ovando, Montana: “un piccolo grande localino da pescatori,” come scrive Crumley nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio)

JOHNNY STACCATO

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Il jazz nei telefilm è nato con Peter Gunn. Anzi, no; è nato alla radio con Richard Diamond, nel 1949, quando gli investigatori privati televisivi erano ancora nella mente di Giove.

Richard Diamond, private eye newyorkese poi trasferito a Los Angeles, fu creato da Blake Edwards, che ne diresse una sessantina di episodi da trenta minuti per la Nbc fino al 1953. La parte del protagonista era stata affidata a Dick Powell, attore di buon livello che, se da un lato aveva interpretato sul grande schermo Philip Marlowe nel notevole Murder, My Sweet di Edward Dmytryk (1944), dall’altro aveva una lunga esperienza jazzistica come clarinettista, sassofonista e cantante a Pittsburgh, negli anni Trenta. Il suo Diamond non era un «duro», ma risolveva i casi più col cervello che con i pugni; e, soprattutto, sfogava una grande passione per il jazz alla fine di ogni episodio, che si concludeva con una canzone da lui interpretata. Il successo radiofonico di Richard Diamond fu tale che nel 1957, al diffondersi del mezzo televisivo, Powell si riciclò come produttore incaricando lo stesso Edwards di trasformare Diamond in una serie tv per la Cbs. Fu scelto come interprete David Janssen (1931-1980), che avrebbe poi raggiunto la fama come il dottor Kimble di The Fugitive, mentre la colonna sonora fu affidata a Frank DeVol (e in seguito, guadagnandoci parecchio nel cambio, a Pete Rugolo).

Parallelamente, la Nbc chiese a Edwards di progettare una serie analoga, con un nuovo protagonista. Nacque così Peter Gunn: amante del cool jazz, frequentatore di jazz club, cento volte più sofisticato e distaccato di Richard Diamond, il detective – interpretato da Craig Stevens – ottenne un successo trionfale, con 3 stagioni e ben 114 episodi. Ma quel che davvero cambiò le carte in tavola fu l’uso rivoluzionario del jazz nella celeberrima colonna sonora, opera di Henry Mancini (che aveva accettato il lavoro pensando si trattasse di un western).

Poi, il 10 settembre 1959, fu la volta di John Cassavetes e del suo Johnny Staccato, una serie di tale portata rivoluzionaria da venire interrotta dopo una sola stagione e 27 episodi: sufficienti, però, per far entrare il personaggio e le sue avventure nella memoria collettiva degli appassionati della tv. Johnny Staccato era un pianista bebop che sbarcava il lunario come investigatore privato («Cinque anni fa ho messo la tessera del sindacato musicisti in naftalina,» diceva, «quando mi sono reso conto che il mio talento viaggiava un’ottava sotto la mia ambizione»), e già l’apertura del primo episodio, The Naked Truth, lasciava capire che qui, col jazz, si faceva sul serio: un jazz club newyorkese, il Waldo’s, una band formata da Pete Candoli, Barney Kessel, Red Norvo, Red Mitchell, Shelly Manne e lo stesso Cassavetes al pianoforte; ovvero il Johnny Staccato che al termine del brano viene chiamato al telefono, passa dal guardaroba, prende il soprabito e una calibro 38 e si getta in strada. La caccia è aperta.

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Già dal secondo episodio, però, il ritmo e il montaggio si fanno più frenetici, e i titoli di testa (col vetro che si rompe, e Cassavetes che spara dritto in faccia al telespettatore) sono tra i più belli nell’intera storia della tv. In realtà, malgrado la sua splendida interpretazione, del tutto dirompente per l’epoca, e l’aver diretto personalmente cinque episodi della serie, Cassavetes aveva accettato la parte assai controvoglia, soprattutto per saldare alcuni grossi debiti accumulati per girare Shadows, il memorabile film che gli appassionati di jazz associano alla colonna sonora di Charles Mingus. E la recitazione di Cassavetes in Johnny Staccato è già capace di rompere schemi e convenzioni del nascente telefilm poliziesco. Come fa ben notare Lee Server, storico del cinema e della letteratura di genere, le innovazioni di Johnny Staccato sono molteplici, fin dalla fondamentale scelta di scartare l’atteggiamento cool di Richard Diamond e Peter Gunn a favore di un’atmosfera densa, tetra, spesso quasi provocatoria, affidata a un interprete dalla recitazione volutamente sopra le righe, dalla pronuncia tagliente e boppistica (il bop newyorkese, però, non la variante californiana di Peter Gunn), quasi anfetaminica. Immersa in una giungla di personaggi borderline, tra gangster e tossici, la serie è ammantata da una minacciosa aria di violenza e sa proiettare l’immagine di una città autentica (molte scene venivano girate per le strade di Manhattan, non ricostruite in studio), traboccante di oscuri e loschi segreti.

Il pubblico della tv, come c’era da aspettarsi, non era ancora pronto per una così massiccia dose di realismo, e la serie durò ben poco.  Ma Johnny Staccato è rimasto nella storia come uno dei momenti più alti della tv in bianco e nero, e ciò che oggi sembra innovazione (in The Shield o The Wire, o in western-noir come Deadwood) era in realtà già stato pensato e sviluppato fin da quel 10 settembre 1959.

TRADUZIONI IN USCITA

Ecco alcune delle mie nuove traduzioni (o nuove edizioni, nel caso di Chester Himes) che usciranno nei prossimi mesi:

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IN THE ELECTRIC MIST

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Visto ieri, in inglese, l’ultimo film di Bertrand Tavernier, tratto dal grande romanzo di James Lee Burke In the Electric Mist with Confederate Dead. In Italia doveva uscire questo mese al cinema come L’occhio del ciclone, ma ancora non dà segno di vita. In Francia esce il 15 aprile. Negli Stati Uniti, dopo una valanga di peripezie produttive, non è mai apparso nelle sale finendo direttamente in Dvd (che è quello che mi sono procurato io).

Non è un film del tutto riuscito, ma resta comunque molto interessante. A quanto ho capito, Tavernier non ha fatto altro che litigare coi produttori americani, che gli hanno imposto di tagliare un quarto d’ora di pellicola (mentre in Europa dovrebbe uscire in versione più lunga), e in effetti nella versione USA – quella in mio possesso – si sente che manca qualcosa. Adattare per lo schermo un libro complicatissimo e allucinato come quello di Burke, peraltro, era un’impresa ai limiti del possibile, e pur con tutti i limiti dell’operazione Tavernier se l’è cavata abbastanza bene.

Tommy Lee Jones è colossale, nella parte di Dave Robicheaux. L’avessero girato vent’anni fa, un film del genere, sarebbe stato perfetto anche un Walter Matthau (che sapeva essere anche un grande attore drammatico, e qui Jones lo ricorda non poco). Conoscendo Tavernier mi sarei aspettato più musica, che invece è abbastanza in secondo piano, così come il colore locale; comunque Buddy Guy ha un ruolo abbastanza importante – recita e suona – e a Levon Helm è riservata una parte fondamentale (anche se molto ridotta rispetto al libro).

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Per esplorare più a fondo i complessi rapporti tra i personaggi, probabilmente ci sarebbe voluto un film di tre ore, e forse ne sarebbe uscito un capolavoro. Così com’è, ho il sospetto che si tratti di un’opera troppo europea per piacere agli americani e troppo americana per piacere agli europei. Resta comunque un film da vedere.

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Appena uscito, ecco il secondo romanzo (titolo originale, Rough Treatment) della serie di Charlie Resnick.

Traduzione di Luca Conti.

INCONTRI ROMANI

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Terre di Mezzo, febbraio 2009

Traduzione e postfazione di Luca Conti

Un terrificante ritratto dell’Italia contemporanea, tra giornali asserviti al potere e ronde padane, tra leggi razziste e colpi di stato nemmeno tanto striscianti, tra diritti negati e ingerenze ecclesiastiche, tra moralismo e ipocrisia, tra corruzione e tangenti. Un romanzo durissimo, che ci spiattella sotto il naso senza alcuna pietà tutto ciò che siamo diventati.

Come dite? Mi sto sbagliando? E’ un romanzo del 1937? Di oltre settant’anni fa? E parla degli Stati Uniti, non dell’Italia di oggi?

Non me n’ero accorto, giuro. E sì che l’ho tradotto io.

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Un piccolo ricordo di Adriana Motti, autrice di una delle traduzioni più famose nella storia dell’editoria italiana.

La signora Motti è scomparsa il 12 gennaio, ultraottantenne e, come capita sempre quando ci sono di mezzo i traduttori, la notizia è passata quasi completamente sotto silenzio, a parte un breve articolo di Nico Orengo sulla Stampa e una lettera inviata al Giornale dal nipote della stessa Adriana. Anche il sito web della Einaudi non ne ha fatto cenno. Eppure il romanzo di Salinger è stato (e forse lo è ancora) uno dei titoli più venduti di tutto il suo catalogo: basti pensare che è presente nelle librerie italiane fin dal 1961, senza interruzione (e la copertina che ho riprodotto, quella dell’edizione 1964 in mio possesso e firmata da Ben Shahn, è purtroppo sparita dalle ristampe successive).

Adriana Motti ha tradotto molti altri romanzi, almeno una quarantina, ed è stata per oltre vent’anni la compagna di un importante critico letterario quale Giacomo Debenedetti.

Per quanto mi riguarda, la sua traduzione di The Catcher in the Rye è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare questo mestiere. Quando l’ho letta per la prima volta, mica lo sapevo. Ma d’altra parte, come dice Holden Caulfield nell’ultimo capitolo del libro, “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate?”.

Io l’ho fatto, e adesso lo so.

Grazie, Adriana.

LC

STAN RIDGWAY

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Ma quanto sarà bello, ’sto disco?

Sì, lo so che ha già dieci anni, che dopo ne sono usciti altri due eccetera eccetera, ma sarebbe anche l’ora di farne un altro…

E vi ricorda qualcosa, la copertina?

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IL COLPO SEGRETO DI SALLIS

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Su D – La Repubblica delle Donne, Giuliano Aluffi ha intervistato James Sallis.

Dopo le vicende del precedente Il bosco morto, Turner è diventato aiuto sceriffo a Cripple Creek, cittadina del Tennessee. Il ritrovamento di un mucchio di dollari nell’auto di un malvivente fermato per eccesso di velocità dà il via a un’indagine insidiosa, con finale tragico e inaspettato. Ma la trama non è l’elemento più importante di La strada per Memphis, è solo ciò che tiene insieme le scene tratteggiate con maestria da un Sallis che illumina con dialoghi taglienti e malinconici un panorama umano in cui dolore e speranza sono incatenati insieme dal filo dei ricordi. Di ciò che è stato, di ciò che non sarà mai più.

Che posto riserva nella sua bibliografia ai tre romanzi con Turner?

Gli scrittori amano mettere ostacoli sul proprio cammino, e io non faccio eccezione. Nella trilogia di Turner la mia sfida era rendere credibile un personaggio così complesso: un veterano del Vietnam, uno che da poliziotto ha sparato al suo partner ed è finito in prigione per anni, studiando in cella per diventare psicoterapeuta. E poi volevo raccontare l’estinzione delle piccole città americane del Sud, l’eclissi di quel modo di vivere.

Perché le ambientazioni del Sud statunitense danno così tanto al mystery?

Il Sud rurale suggerisce l’illusione di una cultura persistente, eterna perché reazionaria e lussureggiante come le paludi della Louisiana e i delta fluviali boscosi dei primi pittori americani. In questo paradiso i mystery portano più di un serpente, infrangono l’ordine violandolo con l’irreparabilità della morte.

Qui il finale richiede una certa partecipazione attiva del lettore per la sua non linearità…

Insegno scrittura a Phoenix, e una delle cose su cui insisto molto con gli studenti è la potenza evocativa delle cose non dette. Bisogna lasciare al lettore spazi che lo risucchino nel romanzo. Devono attirare il lettore per colpirlo quando è abbastanza vicino.

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

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Il 2008 si conclude nel peggiore dei modi, con la scomparsa di un maestro del giallo come Donald E. Westlake, stroncato da un infarto in Messico, proprio durante la notte di Capodanno. Aveva 75 anni, scriveva ancora come un indemoniato e l’ultima cosa che gli passava per la testa era di andare in pensione. Westlake è stato autore dalle mille facce: umoristico e ferocemente satirico da un lato, disilluso e ancor più ferocemente realistico dall’altro (con lo pseudonimo di Richard Stark).

La locandina che vedete in alto appartiene a The Hot Rock (La pietra che scotta, 1972), uno dei tanti film tratti dai suoi romanzi; esilarante pellicola di cattiveria quasi fantozziana con una splendida colonna sonora di Quincy Jones e l’inconfondibile sax baritono di Gerry Mulligan. Qui sotto, un fotogramma tratto dai titoli di testa.

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Westlake era un notevole scrittore, al quale la consueta e banalizzante classificazione di “autore di genere” che tanto amano fare i critici letterari andava particolarmente stretta, così come è capitato a Charles Willeford, Ed McBain, Elmore Leonard, James Crumley e parecchi altri. E, soprattutto, come i quattro autori appena citati, era un maestro assoluto della narrazione, capace di forzare con naturalezza gli schemi consolidati del poliziesco e dell’hard-boiled senza mai perdere di vista la sua fondamentale missione: intrattenere il lettore.

C’è solo da sperare che l’editoria italiana torni a prendere in considerazione la sua opera con maggior serietà di quanto non abbia fatto negli ultimi anni (esclusa, ovviamente, la meritoria Alacrán che, tutta sola o quasi, ha tenuto vivo il nome di Westlake/Stark nel nostro Paese) .

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JOHN HARVEY

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La mia traduzione del secondo degli undici romanzi che John Harvey ha dedicato a Charlie Resnick, Rough Treatment (Ladri a Nottingham), uscirà a breve per Giano/Neri Pozza. Ne riparleremo a breve, anche perché si tratta di un libro molto particolare. Adesso. però, vorrei dire qualche parola su uno dei più bei romanzi di Harvey, tuttora – ma spero non per molto – inedito in Italia, e che si inserisce tra l’apparente conclusione del ciclo di Resnick (inaugurato con Lonely Hearts/Cuori Solitari) e il primo volume del ciclo di Frank Elder.

L’attacco di In a True Light (uscito in Gran Bretagna nel 2001) è, in apparenza, simile a quello di tante, forse troppe opere letterarie e cinematografiche, da Edgar Wallace a The Blues Brothers: un uomo che esce di galera. Eppure Sloane, il protagonista del romanzo, non è un criminale comune, bensì un artista del pennello: pittore di una certa notorietà ma di scarso successo che, al definitivo naufragio della sua carriera, si è ridotto a lavorare per conto di un losco mercante d’arte per il quale produceva falsi di opere ottocentesche di secondo piano.

Il quasi sessantenne Sloane ha le tasche vuote e, per non aver voluto rivelare alla polizia il nome del suo datore di lavoro, si è fatto due anni dietro le sbarre. Nel suo vecchio studio, razziato da chissà quale banda di vandali, scopre una lettera inviatagli in sua assenza da Jane Graham, famosa scultrice che nel Greenwich Village degli anni Cinquanta era stata la sua amante e che adesso, malata di leucemia, vive in Italia, in un paesino della Garfagnana.

In Toscana, accanto al letto di morte della sua vecchia fiamma, Sloane apprende un segreto destinato a cambiargli per sempre la vita: una rivelazione che lo spinge a tornare negli Stati Uniti a caccia di una misteriosa cantante di jazz che potrebbe essere sua figlia, sfuggendo alla sorveglianza dei poliziotti inglesi che ancora sperano di cavargli di bocca la verità sul quel vecchio traffico di quadri falsi.

Discrezione vuole che da qui in avanti si taccia sul resto della trama. Al potenziale lettore di questo singolare e fascinoso romanzo basti per il momento sapere che John Harvey, veterano del poliziesco e di tante altre declinazioni della narrativa di genere – dal western alla fantascienza – raggiunge qui uno dei risultati più alti di una già solidissima carriera, abbandonando per lo spazio di un libro i personaggi seriali che gli hanno fruttato notorietà internazionale, dall’ispettore Charlie Resnick (protagonista di ben undici romanzi e svariati racconti) alla più recente creazione Frank Elder, fin qui apparso in tre romanzi (tutti già pubblicati in Italia).

In realtà Sloane non è del tutto nuovo agli affezionati lettori di Harvey, e la sua vecchia attività di falsario ha una piccola parte nel penultimo romanzo del ciclo di Resnick, Still Water: è un personaggio del quale lo stesso Harvey, con sottile effetto straniante, ha dichiarato «di voler sapere di più». E gli ingredienti di In a True Light sono quelli della classica ricetta del noir, che più giusti non si può: «strade pericolose e sogni infranti,» come ha fatto a suo tempo notare Publishers Weekly, «jazz e locali saturi di fumo, gente che beve solitaria in bar d’infimo ordine: un mondo in cui la violenza è insensata, brutale e inevitabile».

Ciò che Harvey sa offrire, da grande appassionato di jazz, è un romanzo che ha in apparenza la sonorità e il fascino dell’improvvisazione, ma che nasconde in realtà una struttura ben solida e una robusta, inconsueta visione morale: elementi che hanno spinto un suo cinico e disilluso collega come Elmore Leonard a paragonarne la capacità evocativa a quella – e non è paragone da poco – di un Graham Greene.

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Salt River, che sto finendo di tradurre in questi giorni, è il romanzo che conclude la trilogia di Turner (preceduto da Il bosco morto e La strada per Memphis). Uscirà, sempre per Giano/Neri Pozza, tra un paio di mesi.

Tra parentesi, questo è l’ottavo libro di James Sallis che mi capita di tradurre. Ormai James è  più di un amico: è una persona di famiglia, un fratello maggiore. Eight books! mi ha detto qualche giorno fa, quando ci siamo scambiati gli auguri. You must be a very patient man…

Di seguito trovate qualche passaggio da una delle mie tante conversazioni (di persona, per telefono, per e-mail) con Sallis. Questa risale al gennaio 2006, qualche mese dopo l’uragano Katrina.

Luca Conti: So che non ne parli volentieri, ma vorrei sapere come hai vissuto il disastro di New Orleans.

James Sallis: Guarda, è stato un doppio incubo. Da un lato, l’angoscia nel vedere e sentire quel che stava succedendo laggiù. Dall’altro, l’assedio cui sono stato sottoposto da parte di giornalisti e intervistatori d’ogni genere, non tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa. A un certo punto ho staccato il telefono e smesso di rispondere alle e-mail. Tutti pensano che io sia chissà quale sorta di autorità, su New Orleans. Il fatto, invece, è che quanto avevo da dire su New Orleans l’ho già scritto nei miei libri. Tutto il resto riguarda solo le enormi responsabilità di un governo di incompetenti e inetti.

LC: D’altra parte, hai lasciato New Orleans ormai da parecchi anni.

JS: Sì, da tempo vivo a Phoenix, in Arizona. Una città che non amo, e con la quale non ho – e forse non voglio avere – alcun tipo di rapporto affettivo. Mi sono trasferito qui, assieme a mia moglie, per semplici motivi di lavoro, e qui sono rimasto, tant’è vero che per la prima volta in vita mia ho acceso un mutuo per comprare casa… Una casa in senso fisico, intendo, con pareti, porte, finestre e tutto quanto; mentre l’unico luogo in cui mi sono davvero sentito «a casa» è sempre e solo stata New Orleans, Ci sono arrivato che avevo diciassette anni, mi ero iscritto alla Tulane University, ed è a New Orleans che ho iniziato a diventare un vero scrittore. Tutto merito di un grande maestro come Joe Roppolo, al quale ho poi dedicato uno dei miei romanzi, Black Hornet (Il calabrone nero).

LC: E ti sei laureato in …

JS: … in un bel niente! Ho smesso prima. Ho imparato quel che mi interessava imparare, e ho tagliato la corda quando ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo racconti. Ma il mio rapporto con New Orleans è sempre stato a dir poco singolare. Me ne sono andato non so più quante volte, e vi sono tornato altrettante, per periodi più o meno lunghi, giungendo sempre alla stessa conclusione: io, a New Orleans, sarò sempre un outsider. È gran parte della mia vita, è un pezzo di me stesso, ma il fardello che questa città si trascina dietro ha sempre finito per costringermi a lasciarla. New Orleans ha addosso i segni di tutti i terribili compromessi che hanno marchiato a fuoco gli Stati Uniti. In pochi posti al mondo come New Orleans sono ancora visibili le gigantesche contraddizioni del colonialismo. E ti ricordo che New Orleans è coloniale due volte, a causa della sua enorme influenza caraibica.

LC: Com’è nata la tua vocazione per la scrittura?

JS: Sono nato scrittore. Credo, in effetti, di aver sempre saputo, fin da piccolo, che questa sarebbe stata la mia strada. Uno dei miei primi cimenti letterari, in quarta elementare, è stato un lavoro teatrale che ho poi costretto i miei compagni a interpretare; non solo, ma non facevo altro che buttar giù storie, racconti, schizzi, disegnare fumetti e così via. Allo stesso tempo, ero stato colpito dal virus della lettura, che si era impadronito di me in maniera violenta e incontrollabile. Il primo libro della mia vita è stato The Puppet Masters di Robert Heinlein (Il terrore della sesta luna). Era di mio fratello John, che ha qualche anno più di me ed è considerato uno dei più importanti filosofi americani contemporanei. Da allora non ho più smesso. Anzi, all’epoca ero capace di farmi fuori anche due, tre libri al giorno, soprattutto di fantascienza (andavo a rifornirmi nella biblioteca di Helena, la città dell’Arkansas in cui sono nato nel 1944). In realtà i miei gusti si sono ben presto ampliati in maniera del tutto imprevedibile, anche per me: a dieci, dodici anni andavo matto per Oscar Wilde e per le biografie dei grandi illusionisti come Houdini. Mia madre non mi sopportava più perché ogni giorno, tornando da scuola, mi fermavo a comprare un paio di libri nuovi, che so, un poliziesco o l’ultimo romanzo di Fredric Brown, e passavo il resto della giornata a leggere. Spesso e volentieri, tra l’altro, ero capace di rileggere cinque, sei volte il medesimo libro. E la cosa buffa è che la situazione, cinquant’anni dopo, non è affatto cambiata: adesso, oltre che per piacere, leggo anche per mestiere, e una non piccola parte della mia giornata lavorativa è occupata dalla lettura.

James Sallis

LC: Hai vissuto per qualche tempo a Londra, negli anni Sessanta. Cosa ti aveva spinto a varcare l’Atlantico?

JS: Sono rimasto a Londra per un anno. Avevo iniziato a collaborare con tutta una serie di riviste, per lo più di fantascienza, che sembravano tutte quante molto interessate ad acquistare il mio materiale. Pensa che Damon Knight, una volta, mi comprò un racconto per la stratosferica – all’epoca – somma di trecento dollari. Una situazione del genere mi convinse (o meglio, mi illuse) che potevo campare di sola letteratura, scrivendo magari un racconto alla settimana. Non sapevo ancora quanto mi sbagliassi. Per tre anni riuscii a cavarmela, poi il mercato della narrativa breve andò a fondo dalla sera alla mattina. Fu così che Mike Moorcock, respon­sabile di New World, mi invitò a trasferirmi a Londra per assumere la direzione della rivista. E devo dire che l’anno che ho trascorso a Londra ha rappresentato lo spartiacque della mia vita di scrittore. Da un lato, come editor di “New World, ho avuto l’occasione di occuparmi di scrittori come Brian Aldiss e Thomas Disch e di dare avvio alla carriera di grandi autori, come per esempio James Ballard; dall’altro, più o meno per caso, ho fatto due scoperte fondamentali: la letteratura francese e il romanzo poliziesco americano.

LC: È vero che proprio a Londra, in una settimana, hai letto tutti i romanzi di Raymond Chandler?

JS: Non solo di Chandler, ma anche di Dashiell Hammett. Abitavo dalle parti di Portobello Road, due stanze senza riscaldamento. L’ho già raccontato in Vite difficili, se ti ricordi. Ho passato una settimana a letto, sepolto sotto qualche chilo di coperte, e mi sono sparato tutto Hammett e tutto Chandler, un libro dopo l’altro, ingurgitando litri su litri di tè bollente. Poi, quando ho finito i romanzi, ho letto i racconti, i saggi, gli epistolari, tutto quanto. L’effetto immediato di questa terapia è stato spingermi a tentare, ancora una volta, il formato del racconto; e stavolta non tanto a fini economici, di sopravvivenza, quanto meramente espressivi. Di colpo, in quegli stessi giorni, ho sentito la necessità assoluta di scrivere storie. Da allora non ho più smesso.

LC: Tu sei l’involontario autore di una serie di sei romanzi incentrati sul personaggio di Lew Griffin. Dico involontario perché so bene che non era questo il tuo piano. Com’è andata?

JS: Sono io il primo a stupirmi della piega che a volte prendono i miei libri. Lew Griffin è nato come il protagonista di un racconto, che non avevo ancora fatto in tempo a concludere ma che già pretendeva di trasformarsi in romanzo. Il racconto originale corrisponde, in pratica, al primo capitolo della Mosca dalle gambe lunghe. Da lì è nato tutto quanto, e per un solo, semplice motivo: io stesso, per primo, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Ed è stato solo quand’ero già arrivato a metà libro che ho scoperto una cosa incredibile: Lew Griffin era nero.

LC: Ma Lew Griffin è James Sallis, anche se lui è nero e tu non lo sei?

JS: No. Molti suoi tratti derivano da me, è chiaro. Mi piace giocare con i dettagli della mia vita così come lui ama fare con quelli della sua. Tutto questo fa parte delle regole del gioco tra me e il lettore. Ma Griffin non sono io. Eppure, come lui, anch’io faccio un sacco di cose sbagliate, e lo so benissimo. Per molti anni ho bevuto troppo, proprio come lui, e come lui ho compiuto scelte errate che, a guardarle adesso, mi lasciano stupefatto. lo non sono violento. Lui sì. Ma Lew legge i miei stessi libri, abita dove ho abitato io, mangia le stesse cose che piacciono a me.

waugh

Scomparso l’8 dicembre 2008, alla bella età di 88 anni, Hillary Waugh non è mai stato considerato uno dei grandi del poliziesco; piuttosto un serio e prolifico artigiano – ben 48 romanzi, dal 1947 al 1988, diversi dei quali firmati con vari pseudonimi – la cui produzione si è sempre mantenuta su un onesto livello medio. Uno dei tanti buoni autori, insomma, di cui è piena la lunga vicenda del giallo americano del dopoguerra. In realtà il semidimenticato Waugh, che ha comunque visto tradotti in italiano 24 suoi romanzi, tra Mondadori e Garzanti, detiene un posto di rilievo nella storia del mystery per aver scritto nel 1950 (e pubblicato nel 1952) il libro che ha reso popolare al grande pubblico un sottogenere del giallo quale il cosiddetto police procedural, ovvero la minuziosa ricostruzione di un’indagine dal punto di vista dei detective ufficiali e non, come aveva codificato la Golden Age una trentina d’anni prima, da quello di un investigatore dilettante il cui aiuto, il più delle volte, veniva chiesto dalla stessa polizia per uscire dai pasticci. Sto parlando di Last Seen Wearing (in italiano È scomparsa una ragazza), quarto romanzo del Nostro ma l’unico ancora oggi citato nei testi di storia del giallo.

Gli stessi testi si affrettano, peraltro, a specificare che il libro di Waugh non è stato il primo nel suo genere, citando come antesignano V as in Victim, romanzo (scritto nel 1945 e, purtroppo, mai tradotto in italiano) dell’ancor più dimenticato Lawrence Treat (pseudonimo di Lawrence Arthur Goldstone, 1903-1998). Il che è senza dubbio vero.

Ma, per sapere com’è andata, lasciamo la parola allo stesso Waugh, ripescando un estratto da un saggio sul police procedural da lui scritto per l’eccellente volume «The Mystery Story», a cura di John Ball, pubblicato dalla University of California nel 1976. La traduzione è mia.

(Per chi avesse voglia di leggerlo, avventurandosi in qualche ricerca sulle bancarelle di libri usati, È scomparsa una ragazza è stato pubblicato da Garzanti nel 1954 e ristampato nei Classici del Giallo Mondadori nel 2002)

Presi la decisione di scrivere un giallo la cui trama fosse inventata di sana pianta, ma che potesse dare al lettore l’impressione che gli avvenimenti in esso descritti fossero realmente accaduti. E, visto che non si trattava più di mettere in scena, come protagonista, un investigatore privato o una coppia di giovani dilettanti che inciampavano in un caso d’omicidio, ma sceriffi, capi della polizia e agenti investigativi, questo significava (almeno per me) un approccio alle tecniche di scrittura completamente diverso da quello che avevo utilizzato fino a quel momento.

Per farla breve, mi misi al lavoro e sfornai il mio romanzo. Eravamo nel 1950 e la trama si imperniava sull’omicidio di una giovane studentessa; risolto, come accade nella vita di tutti i giorni, grazie agli sforzi di chi si occupa di simili faccende per lavoro, vale a dire i poliziotti professionisti. A mia conoscenza, nessuno prima di allora si era mai cimentato in un tentativo del genere.

In realtà c’erano un sacco di cose che non sapevo, a quei tempi, non ultima l’esistenza di una serie di fermenti sotterranei (inclusi i miei, com’è ovvio) destinati a venire alla luce tra il 1950, anno di stesura di Last Seen Wearing, e gli ultimi mesi del 1952, anno della sua pubblicazione. Fermenti che contribuirono alla nascita di un genere poi battezzato police procedural.

È opinione comune che il primo giallista a essersi servito di poliziotti professionisti, che agiscono nel loro habitat naturale e risolvono crimini avvalendosi di autentiche tecniche d’indagine, sia stato Lawrence Treat col suo libro V as in Victim, pubblicato nel 1945 e seguito da The Big Shot, in cui appaiono i medesimi protagonisti. Ma, riconosciuto senza problemi a Larry tutto ciò che gli è dovuto, non ritengo sia corretto definirlo il «padre» del police procedural, perché questo implicherebbe l’immediata esistenza, a metà degli anni Quaranta, di un robusto nucleo di altri scrittori pronti a seguire le sue orme. Non è andata così: Larry era in netto anticipo sui tempi, e ci volle un bel po’ prima che qualcun altro decidesse di raccogliere le sue intuizioni. Infatti, per citare proprio Larry, «Ho scoperto di scrivere procedurals solo nel momento in cui qualcuno ha inventato una tale definizione e l’ha applicata alle mie opere.»

Se mai c’è stato un padre del procedural, secondo me, non può trattarsi che della serie radiofonica Dragnet, il cui successo ha forse creato il campo d’azione del genere o ha, più semplicemente, contribuito a farlo arrivare al momento giusto, così come preannunciato dai romanzi di Larry Treat. Comunque sia andata, ritengo che a Dragnet spetti senz’altro la primogenitura, perché se è vero che nessuno degli autori di procedurals di mia conoscenza indica quella celebre serie radiofonica come ispirazione (visto che, per la maggior parte, hanno iniziato a cimentarsi nel genere quando Dragnet si era già conclusa da un pezzo), è altrettanto vero che le potenzialità insite nell’ambientare un romanzo all’interno di una stazione di polizia furono portate all’attenzione generale dalle avventure di Joe Friday e dei suoi uomini.

La verità è quindi che il police procedural, all’epoca ancora non definito come genere, è nato nell’intervallo tra la stesura e la pubblicazione del mio Last Seen Wearing; tanto che, alla sua uscita, molti recensori si affrettarono a parlarne come di di una trasposizione romanzata delle atmosfere di Dragnet. Anche se inesatta, quindi, una simile reazione critica mette in ulteriore evidenza la connotazione di capostipite che è giusto attribuire a Dragnet.

Spostare l’accento dell’indagine verso la polizia, invece di sottrarlo alla polizia stessa, come avveniva dapprima nel classico whodunit e poi, negli anni Quaranta col fenomeno dell’investigatore privato di stampo hard-boiled, ha rappresentato un mutamento radicale nei caratteri del romanzo giallo, così come dimostrato dagli autori che hanno seguito le mie tracce: Ed McBain, John Creasey/J.J. Marric, Elizabeth Linington/Dell Shannon, Maj Sjöwall & Per Wahlöö e moltissimi altri.

HOW TO BE COOL

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Tanto per dire come siano cambiati i tempi: nel 1969 la Olivetti ingaggiava Duke Ellington come testimonial…

HUGUES PAGAN

pagan

La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume includeva anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.

Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi
(Walt Kelly, Pogo, 1971)

Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar.

Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama «Chess» – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.

E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess,  anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ciò che sembra.

Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotatzione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.

La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del noir transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ‘20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ‘70 e ‘80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ‘50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.

E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.

Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.

Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

GOODBYE, HAROLD

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Harold Pinter (10 ottobre 1930 – 24 dicembre 2008)

‘’La vita di ciascuno di noi è sempre minacciata e incerta. Viviamo nella repressione e fingiamo di vivere nella libertà’’.

JONATHAN LATIMER

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Forse il più trascurato tra i grandi romanzieri hard-boiled degli anni Trenta (anche se, di tutti, è quello che è invecchiato meglio),  il mio prediletto Jonathan Latimer (1906-1983) è stato anche un intraprendente giornalista d’assalto nella Chicago del Proibizionismo, nonché uno dei più ricercati sceneggiatori cinematografici degli anni Quaranta e, dal 1959 al 1972, televisivi (molti dei telefilm di Perry Mason e alcuni dei migliori Colombo, come lo spettacolare Il terzo proiettile, sono opera sua).

Per ricordare questo autore fin troppo misconosciuto, malgrado tutti i suoi romanzi siano stati tradotti e pubblicati in italiano fin dagli anni Cinquanta, ho recuperato e aggiornato un mio vecchio pezzo su Latimer scritto oltre sei anni fa, e in origine pubblicato come postfazione alla ristampa della Dama della morgue (Einaudi Stile Libero, 2002).

Il pezzo è abbastanza lungo (ma, visto che è Natale, forse avrete più tempo per leggere), e lo trovate qui.

Auguri a tutti,

LC

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Nel luglio scorso, sulle pagine del Giornale, il mio quasi omonimo Luca Crovi ha recensito “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard. Ecco qui:

“Il western? Macché eroi. Erano ubriaconi”

di Luca Crovi

Esce un’antologia di racconti di Elmore Leonard, lo scrittore americano che ha rivoluzionato il modo di narrare la Frontiera. “Non era un mondo di uomini coraggiosi ma di codardi senza distinzioni tra buoni e cattivi”

I dialoghi delle sue storie sono come pallottole e sono cinquant’anni che continua a centrare il bersaglio con i suoi noir e i suoi western. Autentico e infallibile pistolero della narrativa pulp lo scrittore americano Elmore Leonard ha visto Hollywood costruire con successo film come Joe Kidd, Hombre, 52 Gioca o muori, Out of Sight, Get Shorty, Jackie Brown e Be Cool, tratti da sue storie, e ha avuto nel tempo la fortuna di essere lanciato e promosso da suoi grandi fan come Saul Bellow, Martin Amis, Stephen King, Quentin Tarantino e Steven Soderbergh che hanno sempre sostenuto l’unicità e l’originalità del suo stile. Ma prima di essere considerato un grande maestro della letteratura noir-poliziesca grazie a opere come Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero e Get Shorty, il nostro Leonard aveva già alle spalle una robusta carriera di autore di western, genere che aveva iniziato a frequentare a partire dal 1951, anno in cui aveva prodotto il suo primo racconto intitolato La pista apache.

Proprio a questo genere narrativo, che Leonard ha frequentato con successo pubblicando racconti su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey’s Western è dedicata l’eccellente antologia Tutti i racconti western (Einaudi, pagg. 676, euro 20) che contiene trenta storie doc, interamente dedicate dallo scrittore di New Orleans al mondo della Frontiera. Avventure on the road che hanno per protagonisti vicesceriffi disposti a tutto pur di scortare in prigione incalliti criminali; scout abituati a seguire le piste degli indiani ribelli nei luoghi più impervi; apaches per i quali è pericoloso separarsi dai propri amuleti e disposti a qualsiasi tipo di scorreria; mogli di ufficiali capaci di sopravvivere a razzie e stupri; avventurieri alla ricerca di tesori nascosti e miniere misteriose; militari destinati a subire agguati o a sventarli; ladri di bestiame e cacciatori di bufali pronti a sfidare in maniera beffarda il destino avverso; banditi pronti ad infuocare saloon e ghost town; giacche blu capaci di sfidare i pellerossa in improbabili duelli all’ultima tazza di tizwin (la pestilenziale birra mescalero); soldati di colore capaci di salvare a Cuba le milizie dei gloriosi Rough Riders.

Fra queste incredibili storie contenute nel prezioso omnibus Einaudi tradotto da Luca Conti ce ne sono tre che hanno costruito lo spunto per classici del western come I tre banditi, Quel Treno per Yuma e Io sono Valdez ma praticamente tutti i racconti siglati da Leonard avrebbero potuto essere ottimi soggetti cinematografici. Lo stile pulp adottato da Leonard per queste storie che esplorano in maniera realistica il mondo della Frontiera lo accosta per certi versi a narratori tradizionali come Zane Grey e Louis L’Amour più che a innovatori contemporanei di questo genere come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale, ma sin dalle prime pagine emerge non solo una profonda passione dello scrittore per le situazioni nere ma anche una profonda conoscenza sia degli usi che del linguaggio dell’epoca. Nel periodo in cui Elmore Leonard scrisse questi racconti la sua metodologia di stesura è stata sicuramente desueta, come ci ha raccontato lui stesso: «Ero costretto a svegliarmi molto presto alla mattina, intorno alle 5 e mi sforzavo di scrivere più pagine possibili prima di mettere su il caffè e fare colazione. Dovevo cercare assolutamente di finire un racconto o di arrivare a buon punto prima di uscire di casa per andare a lavorare. All’epoca scrivevo testi pubblicitari per la Campbell-Ewald Advertising e non ero sicuro che sarei riuscito a sbarcare il lunario solo con i miei racconti».

La scelta di un genere come il western non è stata d’altra parte per Leonard un’esigenza creativa bensì contingente: «Avevo cominciato a scrivere racconti subito dopo essere ritornato dalla guerra ed all’inizio ero stato anche così fortunato che mentre ero iscritto all’Università una delle mie storie era arrivata fra le prime dieci di un concorso indetto dalla Facoltà di Lettere e filosofia di Detroit. Ma in realtà per lungo tempo non sono riuscito a piazzare neppure uno dei miei racconti ad alcun editore. Siccome negli anni Cinquanta il western era il genere letterario più popolare e il più richiesto dalle riviste pulp ho pensato che forse valeva la pena di tentare di scrivere proprio storie di Frontiera. Così mi sono documentato accuratamente sul periodo e i luoghi e ho cominciato a raccontare quel mondo seguendo la mia sensibilità. In particolare, mi sono concentrato su due elementi che all’epoca erano molto popolari e mi sembravano importanti da esplorare: la vita degli apaches e quella della Cavalleria. Quello che non ho mai fatto invece è cercare di raccontare il confronto fra un buono e un cattivo che si incontrano sulla strada nel Selvaggio West e si affrontano sfoderando le loro Colt. Questa idea del duello fra l’eroe e la sua nemesi che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle vedendoli seduti al bancone. Posso assicurarle che nella maggior parte dei casi non riuscivano mai a centrare i loro bersagli».

Ma nonostante Leonard si sia trovato molto a suo agio nel raccontare la Frontiera per almeno una decina d’anni, riscuotendo successi sia di critica che di pubblico, a un certo punto della sua carriera si è visto in qualche modo costretto a cambiare genere e a scegliere la linea narrativa del noir: «Ho smesso di scrivere storie western quando la televisione ha cominciato a uccidere con i suoi serial quel tipo di narrativa. La televisione ha rivoluzionato la narrativa popolare spiazzando tutte le altre forme di intrattenimento dell’epoca. Verso la fine degli anni Cinquanta c’erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Per la maggior parte si trattava di fiction che non mi piacevano e che trovavo stereotipate e piene di cliché. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp hanno cominciato ad avere serie difficoltà editoriali».

«Fino ad allora – continua Leonard – mi ero trovato a scrivere storie con un’ambientazione storica ben precisa ma che mi permettevano una certa libertà di divagazione e di invenzione. Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l’idea di scrivere l’ennesima storia con un’investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità cercando ogni volta di cambiare ambientazione: da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas. Ho così costruito storie nelle quali ho voluto che fossero soprattutto i dialoghi dei miei protagonisti a scandire le loro vicende e a renderli veri agli occhi dei lettori».

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D – La Repubblica delle Donne parla, nel numero della scorsa settimana, della nuova edizione del Caso sbagliato di James Crumley. Ecco cosa scrive Tiziano Gianotti:

Non se la passa molto bene oggi, il noir: tutti si danno a scrivere thriller, ché il melodramma fa molta più cassetta. Ragione in più per non perdere un buon esemplare, il primo della serie di Milodragovitch, anno di nascita ‘75, lo stesso di I ragazzi del coro di Wambaugh. James Crumley porta il noir nel West, nell’immaginaria cittadina di Meriwether, e apre una nuova stagione del genere, come in altro modo Joseph Wambaugh. Valga l’inizio, dopo la presentazione del protagonista e una panoramica sul paesaggio: uno scippo che è una danza di morte del ragazzo, investito e sballottato tra alcune auto, una scena tutta grigio e assurdo con una goccia di ironia macabra, che termina con lo scippatore incastrato sotto il paraurti dall’auto guidata da un’anziana signora entrata nel traffico con una manovra vietata. Un lungo magistrale paragrafo e il tono è dato. Milodragovitch, per tutti Milo, torna alle proprie occupazioni: tenere a bada la sbronza sempre prossima, osservare la routine della vita in strada, masticare rimpianti e buoni propositi. Figuriamoci. La donna che entra in scena la conosciamo, è il tipo giusto: capelli rossi lunghi, le lentiggini del caso, una ragazza di 35 anni, il corpo levigato e sodo (“come il manico di un’ascia”, dirà poi Milo) in un vestito rosa, e un rossetto dal colore improbabile, perfetto per la sua bocca. Si chiama Helen Duffy, continua a ripetere “mi spiace”, il mantra dell’imbranato, ed è venuta fin lì dallo Iowa in cerca del fratello, scomparso. Un giovanotto stravagante, fanatico di storia del West, finito a Meriwether per la tesi di dottorato. Non andrà tutto a meraviglia, in questo primo incontro, eppure Milo sa che farà qualsiasi cosa per la bella Helen, che “sembrava saltata fuori da un’epoca migliore e meno complicata”. La vecchia storia dell’innocenza, delle donne e dell’America, miti duri a morire. Ma quel che conta è la figura di Milo, delineata con vigore e ruvida tenerezza, 39 anni di disperazione trattenuta che s’accendono di speranza davanti a una gattamorta dell’Iowa. Un uomo che sa riconoscere “il silenzio dei giovani” in una ragazza sciupata e rispettarlo, “il silenzio della frustrazione e dell’angoscia per chissà quali perdite senza nome”. Sono le frasi di concisa consapevolezza, le digressioni e i dialoghi a definire la statura letteraria di Crumley. Tre anni ancora e L’ultimo vero bacio ne darà conferma.

ELMORE LEONARD, KILLSHOT

italiankillshot

Questa è la copertina del mio prossimo Leonard, in uscita a maggio 2009. E’ apparsa nei giorni scorsi su www.elmoreleonard.com, con un buffo commento di Gregg Sutter, amministratore del sito nonché researcher per Elmore:

“Elmore and I were knocked out by this Einaudi cover for Killshot, to be published in 2009.  The Italians did it again!  They get it!”

blindwilliejohnsonInsomma stasera a Milano fa freddo minaccia di nevicare io sono allo stesso tempo a casa ma lontano da casa e dovrei andare avanti col libro che sto traducendo ma non ne ho voglia mentre mi piacerebbe farmi una bevuta con James Crumley sentirlo raccontare qualche storia incredibile di quelle che capitavano solo a lui.

Il titolo di questo post è rubato al brano del 1927 di Blind Willie Johnson: forse, come dice James Sallis, il capolavoro immortale della musica americana.

Quello che segue è un vecchio pezzo di Carlo Lucarelli sull’ Ultimo vero bacio, apparso nel 2004 sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un’idea che hanno in testa, questa idea diventa un’ossessione, si fa scrivere una parola dopo l’altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce. Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece, diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E’ la storia dell’Ultimo vero bacio, di James Crumley, un noir (uscito nel ‘78), un hard boiled, che viene dopo Il grande sonno di Raymond Chandler, che l’hard boiled ha contribuito a fondare, e come Il grande sonno rompe le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano il genere, tanto che come Crumley dice di essere “figlio illegittimo di Raymond Chandler”, ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E questa è l’ultima cosa che si può dire di L’ultimo vero bacio, che è un romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino all’ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente come James Crumley quando l’ho visto per la prima volta: un omone con una pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la DEA, l’antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c’è moltissimo di tutto questo in lui, un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare che esca dall’ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe un’altra cosa, un’altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose, per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo prima. E per l’ingaggio non c’è altro che ottantasette dollari. Chiunque, qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la lettura, e poi c’è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto rovinare con una parola di troppo.

Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine, erano abbastanza stinte: bere un po’ troppo, essere un po’ cinico ma non molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L’Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di Ellroy e degli altri scrittori “cattivi” come lui e anche di più, ha cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale. Quell’attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E’ bello L’Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C’è un’altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito, perché l’avrei detta io se non l’avesse scritta lui, una cosa che si può dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento».

wrong-case

Da oggi in libreria.

Einaudi Stile Libero, 364 pagine, 17 euro e 50.

Traduzione di Luca Conti.

Ecco come inizia.

*****************

Mai andare a letto con una donna più incasinata di te

- Lew Archer

1

Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.

Il mio ufficio ha sede al terzo piano del Milodragovitch Building. Ho ereditato il palazzo da mio nonno, ma gran parte dei profitti finisce nelle tasche di una società di gestione immobiliare, in quelle della mia prima moglie e in quelle degli eredi della seconda. A me sono rimasti un affitto vantaggioso e un fantastico panorama. Fantastico, certo, almeno quando il vento dell’est non ci massacra con i fumi della cartiera, o quando un’inversione termica non tappa la Meriwether Valley come un tappo su un pozzo solforoso. Dalle finestre a nord il mio sguardo può spaziare per tutto il bacino di scolo di Hell-Roaring fino ai tre acri di bosco, appena sotto le cime più basse del Diablo Range, che ho anch’essi ereditato da mio nonno. E dalle finestre a ovest, se non faccio caso alla squallida periferia occidentale di Meriwether, la vallata si stende come un lussureggiante tappeto verde che corre tra ripidi crinali rocciosi. Sul versante nord della vallata, invece, si staglia imponente lo Sheba Peak, su cui la neve indugia fino a estate inoltrata, una montagna bianca e conica come il seno di una giovane donna, una donna concepita negli strani sogni di un lurido minatore, un sogno che solo l’oro e l’argento possono comprare.

A differenza delle mie prospettive, il panorama meritava un brindisi, cosa che feci. Da quando avevo ipotizzato che i matrimoni in via di sfascio si sarebbero sistemati da soli, senza la mia assistenza professionale, quelle prospettive erano numerose ma anche improbabili. Potevo darmi a tempo pieno al recupero delle macchine usate e dei mobili a buon mercato così soavemente promessi dalle finanziarie, inseguendo cattivi pagatori come un segugio spuntato fuori da un inferno economicamente solvibile. Potevo, come no; ma sapevo che non l’avrei fatto. Come non avrei certo potuto vivere con i quarantasette dollari e spiccioli avanzati dall’affitto mensile dell’ufficio, né risolvermi a tagliare il mio bosco per farne legna, né – ancora – convincere il fondo che gestiva i beni del mio defunto padre a mollarmi parte delle sue fortune prima del mio cinquantacinquesimo compleanno. L’unica consolazione era che dalla bottiglia dell’ufficio sarebbe scappato un altro drink, accompagnato dall’ennesima occhiata circolare alla ricerca di qualsivoglia cosa di valore in quella stanza.

La grande cassaforte nell’angolo, un vecchio modello che aveva visto le glorie di mio nonno banchiere, era vuota, fatta eccezione per duemila dollari di losca provenienza che ero riuscito a sottrarre alle grinfie delle tasse. I tre schedari da parete erano pieni di resoconti di matrimoni falliti, privi di ogni valore anche per quei poveri disgraziati che ne erano oggetto. Il ritratto del mio bisnonno era opera di un celebre (anche per la sua ubriachezza) pittore del West, e magari valeva anche qualcosa, ma l’idea di mettere in vendita il mio antenato mi sembrava ben poco opportuna. Prima, senza dubbio, sarebbe toccato agli alberi. O alla vecchia scrivania e al tappeto orientale, che avevano un’aria abbastanza malconcia da essere presi per pezzi d’antiquariato, solcati com’erano da bruciature di sigaretta e lordi dei detriti di dolore e indignazione che si erano staccati da tutti i mariti e le mogli che, in preda all’agitazione, erano transitati nel mio ufficio. L’età e il rimpianto, ecco gli unici attivi e passivi del mio conto economico.

Ma, come tutti gli uomini che bevono troppo, avevo trascorso gran parte della vita a rimuginare sul mio sciagurato futuro, e la faccenda aveva smesso di divertirmi. Così mi sparai un altro drink e mi accostai alle finestre a nord per scrutare gli allegri lavoratori di Meriwether. Un tempo i Milodragovitch erano stati dei veri pezzi grossi, in città, ma ormai l’unico modo che mi era rimasto per guardare qualcuno dall’alto in basso era quello di andare su in ufficio e affacciarmi alla finestra. La pausa pranzo era ormai terminata e la gente si affrettava a rientrare al lavoro, tornando in ufficio o in negozio a bordo di macchine con l’aria condizionata, anche se il clima era più primaverile che estivo. Io, che di macchine con l’aria condizionata non ne avevo mai avuta una, potevo quindi sentirmi un po’ superiore. Almeno fino ad agosto.

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

Per leggere con profitto i romanzi di Lee Child (pseudonimo di James Grant, nato a Coventry nel 1954 e riuscito, in soli tredici anni di carriera letteraria, a diventare uno degli autori più letti e pagati al mondo) è necessario munirsi di uno strumento critico fondamentale, che gli anglosassoni amano chiamare suspension of disbelief.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio siamo allora pronti per affrontare, senza fare la minima piega (e anzi, prendendole per buone), tutte le sconcertanti, incredibili coincidenze che l’autore britannico – ormai naturalizzato statunitense – ama far esplodere ogni cinque minuti tra i piedi del suo supereroe, quel marcantonio di Jack Reacher, ex maggiore della Military Police americana e protagonista di ben dodici romanzi, l’ultimo dei quali è Nothing to Lose, uscito da non molto negli USA.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio, a leggere i romanzoni di Lee Child ci si diverte un sacco, garantito. Questo perché l’intuizione di Child, gran conoscitore delle pulsioni nascoste e non tanto nascoste del pubblico, stante la sua lunga precedente carriera come produttore televisivo (impiego da cui fu licenziato su due piedi nel 1995 per una di quelle “ristrutturazioni” che vanno così di moda nelle grandi aziende) è stata quella di ripescare il buon vecchio romanzo d’avventure, campo in cui i britannici, da John Buchan fino ad Alistair McLean, sono sempre stati molto abili; aggiornarlo con una bella spolverata di hard-boiled, condirlo con generose spruzzate di violenza (ma non troppa), azione (quella sì, a mani basse), un pizzico di sesso (assai casto, in realtà), e servire in tavola ancora caldo.

Ci si diverte un sacco, perché certe volte con Child sembra di essere tornati ragazzini: i buoni sono buonissimi (Jack Reacher è un marcantonio di due metri, la testa di Bruce Willis sul corpo di Arnold Schwarzenegger, a sentire ciò che racconta Child nelle interviste, ha lasciato l’esercito e vive da drifter, un senza fissa dimora per scelta, che non vuole legami di alcun genere e si muove per l’America quasi aspettando che i guai gli vengano a bussare sulla spalla), mentre i cattivi sono cattivissimi (per esempio, Hook Hobie, il bad guy di Tripwire, è un incrocio tra Capitan Uncino e uno dei ripugnanti, anche nell’aspetto, criminali che combattono contro Dick Tracy).

Naturalmente i cattivi perdono sempre; Jack Reacher – come insegna Bruce Willis in Die Hard – prende un sacco di botte (e un sacco, più una, ne dà), ma è così grosso, buono, altruista, intelligente e disinteressato che non può fare a meno di mettere le cose a posto, si tratti di una congiura per assassinare il Presidente o della misteriosa sorte di un gruppo di militari americani in Vietnam, o ancora di una serie di assurdi omicidi in un paesino sperduto nel nulla, che in trent’anni non aveva mai visto fatti di sangue (e, guarda caso, è sufficiente che Reacher scenda dal torpedone per dare il via alle danze…).

Tripwire, il romanzo che ha dato il via a queste riflessioni, ha la singolare caratteristica di svolgersi in gran parte all’interno delle Twin Towers, e riletto oggi, a quasi dieci di distanza dalla sua uscita – è del 1999 – fa proprio per questo uno strano effetto.

Insomma, nei paragrafi precedenti vi ho raccontato in estrema sintesi la trama di ben tre romanzi di Child (uno, ancora, Echo Burning, non è altro che una rivisitazione di Mezzogiorno di fuoco in chiave hard-boiled, e così via). Gli è che a volte, in un’epoca di eroi tormentati e problematici, c’è un gusto quasi perverso nel leggere di un personaggio le cui certezze e il cui istinto sono incrollabili, invincibile perché ha sempre ragione lui e, soprattutto, assolutamente incapace di stirarsi una camicia (una volta usate, infatti, le butta via direttamente).

LC

«M» NON DEVE MORIRE

Il destino di “M-Rivista del Mistero”

«Salve a tutti. Qui vi parla Andrea Carlo Cappi alias “doktor M”, il creatore e direttore editoriale di “M-Rivista del Mistero”. Per prima cosa devo ringraziare tutti coloro tra voi che sono lettori e abbonati del mystery magazine ora al suo nono anno di attività: le pubblicazioni – che proseguivano idealmente un lavoro cominciato su “Il Giallo Mondadori”, “Delitti & Misteri” e “G-La rivista del giallo” – ebbero inizio infatti nel gennaio 2000. Da allora la rivista, fondata da me e Andrea G. Pinketts e poi proseguita da me con Lia Volpatti,. già caporedattore de “Il Giallo Mondadori”, ha pubblicato racconti e romanzi inediti di autori passati e presenti, ha affrontato non solo il giallo in tutte le sue forme, ma anche la contaminazione tra generi letterari, con ampio spazio per horror, fantastico e persino western (uno dei numeri di maggior successo di critica e di pubblico, con un romanzo inedito di Joe R. Lansdale). Il nostro numero su Lovecraft viene presentato regolarmente nei convegni dedicati al celebre scrittore da ormai un anno e mezzo.

Perché ne parlo in questi toni nostalgici? Perché mentre mi preparavo a celebrare il decimo anno di lavoro, il 2009, con nuove scoppiettanti trovate… tutto il resto della casa editrice Alacran (che dall’ottobre 2004 ha proseguito le pubblicazioni iniziate presso Edizioni Addictions) mi ha detto… che la rivista non andava più fatta. A meno di aumentare spaventosamente il prezzo o diminuire considerevolmente le pagine, tradendo la natura della rivista – non è possibile continuare le pubblicazioni in libreria (in edicola eravamo andati solo su area-test, con costi molto elevati). E il numero di abbonati, pochi in rapporto alla quantità dei lettori, è insufficiente. Dunque il prossimo numero, in “uscita” entro fine ottobre, non andrà in libreria, sarà spedito solo agli abbonati e disponibile presso la manifestazione Grinzane-Piemonte Noir o alla redazione di Alacran. E dovrebbe essere, in teoria, l’ultimo.

Be’, se avessi l’abitudine di arrendermi non sarei qui adesso: probabilmente sarei un pessimo ingegnere o un mediocre architetto, non avrei pubblicato tanti libri da averne perso il conto e non avrei realizzato nove annate di una rivista unica nel suo genere… l’unica in Italia a fondere i modelli di “Black Mask”, “Il Cerchio Verde”, “Ellery Queen’s Mystery Magazine” e “Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine”. Quindi “M-Rivista del Mistero” non ha la minima intenzione di andarsene gentilmente nella notte. Per ora Alacran ha intenzione di chiudere gli abbonamenti dopo il numero 7 della nuova serie, offrendo in risarcimento a chi è ancora abbonato – o ha rinnovato da poco – libri disponibili del proprio catalogo (una comunicazione arriverà presto agli abbonati).

Non amo gli appelli per cose che non siano veramente serie, ma se vi è capitato di leggere qualcuno dei numeri di “M” e se pensate che un paese vagamente civile non debba essere privo di un mystery magazine e di una voce indipendente e – passatemi il termine – coraggiosa come questa rivista, provate a pensare di abbonarvi o riabbonarvi, non inviate denaro, ma comunicate semplicemente la vostra intenzione all’indirizzo cappi@alacranedizioni.it. Se sarete in tanti, nel 2009 “M-Rivista del Mistero” potrà ripartire come pubblicazione esclusivamente per abbonati, riprendere il discorso da dove lo lasciamo questo autunno di recessione mondiale… e celebrare degnamente il proprio decimo anno di vita. Per ora, chi può, si goda l’imminente numero con un inedito di Deaver, un’avventura di James Bond di Raymond Benson… e molto altro».

Grazie, il vostro K

Il sito web di “M-Rivista del Mistero”

La pagina ufficiale su MySpace con il punto sulla situazione

TIRO MANCINO

LAST OF THE INDEPENDENTS cambia grafica.

Il tema precedente non era male ma, per i miei gusti, poco modificabile (a meno di non intervenire sui fogli stile, cosa che al momento non ho né la voglia né, soprattutto, il tempo di fare). Comunque, visto che un’affezionata lettrice mi ha fatto notare che sì, insomma, va bene anche così, ma lei leggeva meglio  prima,  quando lo sfondo era bianco, ho messo in rete anche una versione light disponibile qui. Così chiunque potrà scegliere lo sfondo che più gli (le) aggrada. OK?

Grazie ancora a tutti coloro che mi seguono con interesse.

PS: La copertina qui accanto è quella del romanzo, pubblicato nel 1962, che Charles Willeford – uno che non buttava via niente – riciclò nel 1987 per scrivere il suo capolavoro, Sideswipe, che in italiano è uscito come Tiro Mancino ed è una delle traduzioni di cui vado più orgoglioso.

Ma ne parlerò più avanti. Tra qualche giorno, la seconda parte dell’intervista di Laura Lippman a James Crumley.

Traduzione di Luca Conti
ISBN 978-88-625-1037-0
Pagine 256
Euro 18,50
Collana: Nerogiano

«Con la sua trama geniale e i protagonisti così sanguigni e carnali, Brivido è […] un romanzo che ha davvero qualcosa di speciale».
Michael Connelly

«Una trama superlativa, dialoghi serrati, personaggi impeccabili… ho trascorso la notte intera a leggerlo!».
George Pelecanos

«Attraverso gli occhi di una seducente eroina, Peter Leonard ci conduce nel mondo del crimine, là dove agisce l’autentica feccia della terra».
Jim Harrison

«Perfetto, grande attenzione ai dettagli e talento a dismisura con un finale esplosivo».
Thomas Perry

Peter Leonard, partner dell’agenzia di pubblicità Leonard, Mayer & Tocco, è arrivato tardi alla scrittura anche se l’ha sempre respirata, fin da giovane: suo padre è infatti Elmore Leonard, uno dei maggiori romanzieri contemporanei. Brivido è il suo primo romanzo, ma altri sono già in arrivo. Vive a Birmingham, nel Michigan, con la moglie e i quattro figli.

Traduzione di Luca Conti
ISBN 978-88-625-1037-0
Pagine 256
Euro 18,50
Collana: Nerogiano

«Con la sua trama geniale e i protagonisti così sanguigni e carnali, Brivido è […] un romanzo che ha davvero qualcosa di speciale».
Michael Connelly

«Una trama superlativa, dialoghi serrati, personaggi impeccabili… ho trascorso la notte intera a leggerlo!».
George Pelecanos

«Attraverso gli occhi di una seducente eroina, Peter Leonard ci conduce nel mondo del crimine, là dove agisce l’autentica feccia della terra».
Jim Harrison

«Perfetto, grande attenzione ai dettagli e talento a dismisura con un finale esplosivo».
Thomas Perry

Peter Leonard, partner dell’agenzia di pubblicità Leonard, Mayer & Tocco, è arrivato tardi alla scrittura anche se l’ha sempre respirata, fin da giovane: suo padre è infatti Elmore Leonard, uno dei maggiori romanzieri contemporanei. Brivido è il suo primo romanzo, ma altri sono già in arrivo. Vive a Birmingham, nel Michigan, con la moglie e i quattro figli.

In anteprima assoluta, la copertina del gigantesco (oltre 2000 pagine) Dizionario delle letterature poliziesche che uscirà il 18 novembre per Mondadori DOC e la cui edizione italiana è stata curata dal sottoscritto e dal suo complice Giovanni Zucca. Da fine novembre in poi, presentazioni in tutta Italia.

Il Dizionario ha anche un blog (cliccare qui) che includerà anticipazioni, notizie, aggiornamenti, il calendario delle presentazioni e quant’altro ci verrà in mente strada facendo.

Laura Lippman, eccellente scrittrice di crime novels che finalmente, da qualche anno, sta godendo anche di una meritata popolarità italiana, mi ha gentilmente concesso di tradurre e pubblicare una sua lunga conversazione del 2006 con James Crumley, al quale lo univa una lunga amicizia.

Le cospicue dimensioni di questa chiacchierata tra vecchi amici mi costringono, per comodità di lettura, a dividerla in puntate. Questa è la prima (anzi, a dir la verità questa è soltanto l’introduzione, in cui Laura racconta il suo rapporto umano e professionale con James). Il resto, nei prossimi giorni.

Ah, grazie – come sempre – a Luisa Piussi, la voce italiana di Laura Lippman.

LC

(nella foto, da sinistra, Harlan Coben, James Crumley e Laura Lippman)

UNA CONVERSAZIONE CON JAMES CRUMLEY

di Laura Lippman

Ho incontrato per la prima volta James Crumley nel 2000, alle Bahamas. Questo particolare sembra rendere la cosa ancora più interessante di quanto già non sia stata. Eravamo solo due dei tanti scrittori presenti a un incontro organizzato dal Club Med e battezzato, in maniera fuorviante, «Tenebre sotto il sole». Di sole ce n’era poco, in effetti, ma anche di tenebre. In base ai miei ricordi di quella piacevole settimana gran parte degli scrittori –  George Pelecanos, Dennis Lehane, Harlan Coben, Steve Hamilton, Peter Robinson e Paula Woods, tra gli altri – non faceva che passare le serate, visto che pioveva quasi sempre, riunita attorno a Crumley per ascoltare le sue storie, in prevalenza autobiografiche. Va anche detto che, da parte nostra, c’era un bell’incoraggiamento, e che lui non si faceva pregare. Era il Budda del bar, un maestro affettuoso e carismatico che non aveva tempo né voglia di farsi metter su un piedistallo.

Ho iniziato a leggere Crumley nei primi anni Ottanta, partendo da Dancing Bear (1983) e tornando indietro a recuperare The Wrong Case (1975) e The Last Good Kiss (1978). A dirla tutta, mi sono fatta una piccola teoria – della quale, con l’assoluto candore proprio della migliore tradizione crumleyana, confesserò che non frega niente a nessuno – secondo la quale Crumley è forse l’unico motivo che ha spinto un sacco di scrittori oggi sulla quarantina a dedicarsi direttamente alla crime fiction, anche se l’ambizione e l’abilità letteraria potevano condurli al mainstream. Di conseguenza, senza pretendere di parlare per conto terzi, dirò che ho iniziato a leggere Crumley perché i suoi libri uscivano nei tascabili della Vintage proprio nel momento di maggior fulgore di quella collana. Il sabato andavo sempre a fare colazione alla Twin Sisters Bakery di San Antonio, dopo di che attraversavo la strada per infilarmi nel Book Stop e lì compravo i Vintage a bracciate. Uno di quelli era Dancing Bear, forse il titolo che ricordo con maggiore precisione. Mi aveva fatto impazzire a tal punto che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, non mi è passata l’arrabbiatura con un mio collega che aveva lasciato la mia copia sul bordo della piscina, finendo per infradiciarmela tutta. Adesso di Dancing Bear possiedo una prima edizione firmata dall’autore, ma mi girano ancora le scatole. Anzi, a essere sincera, ogni volta che ce l’ho con qualcuno è per una questione di libri.

La triste ironia di tutto questo sta nel fatto che la mia scoperta di Crumley ha coinciso con la sua lunga «terra di nessuno», almeno per quanto riguarda le uscite in libreria. Crumley non ha mai smesso di scrivere; è solo che pubblicare, per lui, è tutta un’altra faccenda, anche perché gran parte di ciò che produce e non ci fa leggere non è all’altezza dei suoi elevatissimi standard. Il romanzo successivo, The Mexican Tree Duck, è apparso dieci anni dopo Dancing Bear, anche se nel frattempo ci sono stati una raccolta di racconti (Whores, 1988) e un volume di saggi e altri racconti (Muddy Fork and Other Things, 1991). The Mexican Tree Duck ha vinto, nel 1994, il Dashiell Hammett Award conferito dalla  International Association of Crime Writers. Crumley, che compirà 67 anni il 12 ottobre, ha avuto negli ultimi tempi un relativo attacco di produttività: Bordersnakes (1996); The Final Country (2001, vincitore del Macallan Silver Dagger) e The Right Madness (2005).

Ci siamo parlati per telefono il 21 settembre e la conversazione ha toccato argomenti come la sua vita, la sua opera, il perché Crumley non scriva un’autobiografia e il fatto che sia stato Lyndon B. Johnson a portare la corrente elettrica nell’Hill Country (se avete abitato nel Texas meridionale, come ho fatto io per sei anni, saprete che LBJ e le sue biografie scritte da Robert A. Caro sono un argomento quasi obbligato, ma Crumley ha con Johnson un legame del tutto personale). L’intervista  ha subìto dei tagli – sono state ridotte alcune digressioni, accorciati dei pensieri rimasti a mezz’aria – perché il dialogo di uno di noi, ovvero la sottoscritta, richiedeva un certo aggiustamento. Crumley, invece, era sempre il solito: loquace, coerente e sboccato, anche se quel pomeriggio era appena stato dal dentista e sosteneva di non sentirsi più il naso. «’sto dentista che mi cura si è messo a usare della novocaina francese che è davvero una bomba, ti rimbecillisce tutto un lato della testa.» Beveva Ketel One e acqua tonica da una cannuccia, unica concessione al suo volto privo di sensibilità. Io, invece, bevevo vino bianco, una mossa infelice che Jim, nella sua magnanimità, decise di perdonarmi. «Ti ho visto giocare a basket. Sei abbastanza tosta da bere vino bianco, se proprio vuoi.»

JAMES CRUMLEY: UN RICORDO


«Ormai è fatta. Non è detto che questa sia la mia ultima terra. In gola ho ancora il sapore dell’orso, amaro del sangue degli innocenti; e nei recessi del mio vecchio cuore riesco ancora a ricordarmi il gusto dell’amore. Forse mi trovo qui solo per riposare. Per farmi un po’ di birre ghiacciate, al calduccio. Ma non importa quale sarà la mia ultima terra, perché le mie ceneri sono destinate a tornare nel Montana. Forse ho solo smesso di cercare l’amore. O forse no. Forse me ne andrò a Parigi. E chi lo sa? Ma col cazzo che me ne tornerò in Texas».

Il ricordo dello scrittore nelle parole di Luca Conti sull’Unità.

L’ultimo bacio di James Crumley

A ripensarci, pur in un momento così triste, è quasi impossibile trattenere un sorriso. Tanto più dopo aver scambiato i comuni ricordi di James Crumley con un bel po’ di suoi colleghi scrittori: tutti quanti (compreso il sottoscritto, che lo traduceva ormai da anni e continuerà a farlo) l’abbiamo incontrato nello stesso modo. Ovvero entrando in un bar, in Italia o negli Stati Uniti, che fosse durante un festival letterario o a una convention di giallisti. Se Crumley era tra i presenti, garantito che potevate trovarlo appollaiato su uno sgabello, davanti al bancone, oppure seduto a un tavolo in fondo al locale, circondato da bottiglie quasi sempre vuote. Come a Courmayeur, in una vecchia edizione del Noir in Festival, quando la sua sagoma da orso in miniatura – piccoletto, ma con la pancia del grande bevitore e un torace da peso massimo – era la prima cosa che si scorgeva rientrando in albergo, a qualunque ora del giorno e della notte.

Il bello è che la gente si teneva a debita distanza, qui e in America, perché lo scambiava per un tipo inavvicinabile, pronto magari a far scoppiare una rissa per un nonnulla, proprio come capita nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio, il suo capolavoro e uno dei romanzi fondamentali della letteratura americana del Novecento (tutta la letteratura, intendo, non solo quella di genere). Invece James era una persona dolcissima e affettuosa con la quale, certo, forse non era così facile andare d’accordo – e le quattro mogli prima dell’ultima, Martha Elizabeth, sono pronte a testimoniarlo – e con la straordinaria capacità di non prendersi sul serio, pur conoscendo benissimo il proprio valore. E, soprattutto, era un grande raccontatore di storie, forse ancora meglio che su carta: una miniera inesauribile di aneddoti, di esperienze incredibili (di guerra, di droga, di alcol) che si stentava a credere potessero essere capitate a una persona sola. La cosa singolare è che Crumley parlava quasi sempre e solo di se stesso, non certo per vanità, ma perché anche questo faceva parte della sua attività letteraria. Mettere le parole su carta era, per lui, un passaggio secondario. «I miei libri li ho tutti qui in testa,» fu una delle prime cose che mi disse. «Scriverli è un’altra faccenda, e non è sempre detto che vada a buon fine. Ne ho uno, per esempio, che mi sto portando dietro dal 1969, un grande romanzo sul Texas che quasi sicuramente non finirò mai. L’ultima volta che ho dato un’occhiata al manoscritto ero arrivato a ottocento pagine… e a quel punto le ho gettate nel fuoco. È vero che mi ero appena fatto una canna, ma ci ho messo due ore, a bruciarlo tutto.»

Forse è stata proprio la sua perenne insoddisfazione a produrre almeno due tra le pietre miliari dell’hard boiled: il già citato L’ultimo vero bacio, uscito nel 1978, e il precedente Il caso sbagliato, del 1975, che riapparirà tra breve nelle librerie italiane dopo un’assenza di quasi vent’anni. E, se L’ultimo vero bacio ha rivoluzionato il genere proprio come si rivolta un calzino, a partire dal suo leggendario primo capoverso – che Crumley sosteneva di averci messo solo otto anni a scrivere – Il caso sbagliato rappresentò, per i pochi che lo lessero all’epoca e per i tanti che lo hanno amato nel corso del tempo, il primo colpo di piccone assestato alle convenzioni ormai stantie del poliziesco americano: un improbabile investigatore privato che campa malamente con le cause di divorzio, fotografando coppiette abusive nei motel, che vive in un perenne stato etilico rinforzato da larghe dosi di marijuana e, quando capita, di cocaina, che indaga non per ristabilire la legge ma per amore dei soldi e per placare la solitudine, che passa da un bar all’altro circondato da una galleria di personaggi sfigati e marginali, reietti come lui ma ancora pieni di dignità personale in una società sfasciata dalle tragedie della Corea e del Vietnam.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno L’ultimo vero bacio. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

Luca Conti, da «L’Unità» del 19 settembre

( anche su www.einaudi.it)

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