
Qualche mese fa avevo parlato di Chester Himes e del suo fantastico Corri uomo corri, da me tradotto per la vecchia Giano e uscito nel 2005, ma da tempo fuori catalogo. Si tratta di uno dei romanzi fondamentali di un grandissimo scrittore americano, al di là di ogni etichetta di genere, come sa benissimo chi ha letto Vite difficili di James Sallis, uno dei suoi massimi estimatori e studiosi (nonché biografo ufficiale). Sono felice di annunciare che il romanzo torna finalmente disponibile in libreria grazie alla lungimiranza di Meridiano Zero, e riporto di seguito i risvolti di copertina (che per questa edizione ho scritto io, quindi di più non potevo davvero fare…). Un ringraziamento doveroso va a Marco Vicentini e al suo vulcanico ufficio stampa Matteo Strukul. Harlem rules!
Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio a sangue freddo, il giovane studente nero Jimmy Johnson – che lavora come inserviente notturno in una tavola calda di Harlem – diventa a sua volta bersaglio dell’implacabile assassino, un agente di polizia corrotto e ferocemente razzista che vive in uno stato di perenne ubriachezza. Teatro di questa convulsa caccia all’uomo è una Harlem surreale e iperrealista, una sorta di girone dantesco i cui abitanti si dividono tra cattivi e ancor più cattivi, oltre che una Manhattan mai così ostile e impenetrabile, pronta a respingere chiunque bussi alle sue porte in cerca d’aiuto. E l’apparente lieto fine con cui si conclude la vicenda nasconde invece un terribile doppio fondo in cui il cinismo e il pessimismo cosmico dell’autore trovano, per l’ennesima volta, la loro conferma.
Spremendo fino all’osso uno dei più antichi luoghi comuni del thriller, l’innocente in fuga braccato dalle forze del male, Chester Himes confeziona in questo romanzo una delle sue messinscene più macabre, i cui frequenti elementi di tragicommedia non fanno altro che rinforzarne la visione apocalittica e il nichilismo portato alle estreme conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il perverso rapporto tra bianchi e neri. A partire dal magistrale, lunghissimo alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, settanta pagine di fulminante adrenalina che alternano il punto di vista dell’assassino e delle sue vittime, per poi focalizzarsi definitivamente sul testimone in fuga, Himes organizza una folle gimcana per le strade, le case e i locali della metropoli newyorkese ma allo stesso tempo, pur nell’angoscia della caccia, riesce a dipingere un minuzioso quadro della vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta, in un brulicante turbinio di cabaret equivoci, bische clandestine, botteghe di barbiere e stazioni di polizia: un mondo popolato da personaggi grotteschi e dominato dall’avidità e dal disprezzo, un sabba infernale in cui la differenza tra gli uomini è fatta dai soldi e dal colore della pelle.
Chester Himes, nato a Jefferson City (Missouri) nel 1909 da una famiglia della media borghesia nera e scomparso in Spagna nel 1984, fin da adolescente ha avuto grossi guai con la giustizia – truffe, emissione di assegni a vuoto, furti d’ogni genere – che culmineranno, nel 1929, con una condanna dai venti ai venticinque anni per rapina a mano armata. È in carcere, all’inizio degli anni Trenta, che inizia a scrivere e pubblicare (firmandosi, all’inizio, col numero di matricola) e nel 1936, al suo rilascio, decide di intraprendere la carriera dello scrittore, pubblicando alcuni notevoli romanzi a sfondo sociale che non ne decreteranno però il successo.
Amareggiato e in serie difficoltà economiche, costretto ad accettare una serie di lavori saltuari e di bassa lega pur di sbarcare il lunario, nel 1952 Himes parte per l’Europa, dove trascorrerà il resto della sua tormentata esistenza, rientrando negli Stati Uniti per brevissimi periodi e non più di un paio di volte.
Himes è autore di diciassette romanzi, uno dei quali rimasto incompiuto, che appartengono in prevalenza al cosiddetto «Ciclo di Harlem» che gli ha dato la celebrità e tra cui ricordiamo Rabbia a Harlem, Cieco, con la pistola, Soldi neri e ladri bianchi.







