
Un piccolo ricordo di Adriana Motti, autrice di una delle traduzioni più famose nella storia dell’editoria italiana.
La signora Motti è scomparsa il 12 gennaio, ultraottantenne e, come capita sempre quando ci sono di mezzo i traduttori, la notizia è passata quasi completamente sotto silenzio, a parte un breve articolo di Nico Orengo sulla Stampa e una lettera inviata al Giornale dal nipote della stessa Adriana. Anche il sito web della Einaudi non ne ha fatto cenno. Eppure il romanzo di Salinger è stato (e forse lo è ancora) uno dei titoli più venduti di tutto il suo catalogo: basti pensare che è presente nelle librerie italiane fin dal 1961, senza interruzione (e la copertina che ho riprodotto, quella dell’edizione 1964 in mio possesso e firmata da Ben Shahn, è purtroppo sparita dalle ristampe successive).
Adriana Motti ha tradotto molti altri romanzi, almeno una quarantina, ed è stata per oltre vent’anni la compagna di un importante critico letterario quale Giacomo Debenedetti.
Per quanto mi riguarda, la sua traduzione di The Catcher in the Rye è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare questo mestiere. Quando l’ho letta per la prima volta, mica lo sapevo. Ma d’altra parte, come dice Holden Caulfield nell’ultimo capitolo del libro, “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate?”.
Io l’ho fatto, e adesso lo so.
Grazie, Adriana.
LC