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ELMORE LEONARD: IL GRANDE SALTO

In books, Elmore Leonard on maggio 31, 2008 at 22:58

Nel 1969, quando decide di cimentarsi per la prima volta con il crime novel, Elmore Leonard non è più un ragazzino (ha quarantaquattro anni, nato com’è a New Orleans nel 1925) ma, soprattutto, non è ancora uno scrittore professionista, anche se ha dalla sua una ormai lunga esperienza nel campo della narrativa western, genere che lo aveva fatto diventare (dal suo esordio sulla rivista Argosy,nel 1951) un autore di una certa popolarità, i cui testi avevano già suscitato qualche interesse nella gente del cinema. Ma i giorni del western erano ormai contati, e Leonard – da buon pubblicitario; il suo lavoro “ufficiale” era all’epoca, e lo sarebbe rimasto per parecchi anni ancora, quello di copywriter – aveva già fiutato i mutamenti del gusto dei lettori di narrativa di genere. D’altra parte, è proprio il cinema che permetterà a Leonard di saltare il fosso: più precisamente, i diecimila dollari ricavati dalla vendita del suo romanzo western Hombre alla casa di produzione 20th Century Fox (che ne trarrà un film con Paul Newman), e che gli consentono di dedicarsi con meno preoccupazioni economiche alla stesura di quello che diventerà il suo primo crime novel, The Big Bounce.

Il romanzo vanta alcuni singolari primati, dei quali proprio Leonard parla oggi con un certo umorismo, ma che devono averlo quanto meno sorpreso. È stato rifiutato ben ottantaquattro volte, tra case editrici e case di produzione cinematografica, e – una volta pubblicato – ha dato origine a due di quelli che lo stesso Leonard definisce tra i più brutti film della storia del cinema. «Mi trovavo a New York il giorno dell’uscita del film,» racconta lo scrittore a proposito della versione cinematografica del 1969, con Ryan O’Neal e Leigh Taylor-Young, «e mi sono infilato in un cinema sulla Terza Avenue un quarto d’ora dopo l’inizio della proiezione. Venti minuti più tardi, la donna che era seduta davanti a me ha detto all’uomo che era con lei: “Questo è il più brutto film che ho visto in vita mia.” Ci siamo alzati tutti e tre e ce ne siamo andati».

Questo aneddoto, peraltro, non fa che confermare la sostanziale difficoltà di tradurre in immagini quelle che il critico Barry Taylor chiama, in un suo saggio, le “strategie e le tattiche” di Leonard, qui per certi versi ancora in fase embrionale, ma per altri già poste in opera; gli stessi problemi che per anni hanno afflitto, e in molti casi continuano ad affliggere, i poveri traduttori che si cimentano nell’ardua impresa di rendere in italiano le acrobazie stilistiche e linguistiche del Nostro, cercando di non banalizzarlo e di normalizzarlo il meno possibile. Leonard, difatti, ha ormai una lunga diatriba con l’editoria italiana, che lo ha pubblicato con una certa regolarità (anche se diversi romanzi restano tuttora inediti nel nostro paese) senza però prestare soverchia attenzione alla qualità delle traduzioni (si veda, per fare un solo esempio, l’inadeguata versione italiana di quel piccolo capolavoro che è Unknown Man n° 89, del quale si spera di poter presto fornire un’edizione più soddisfacente). Solo negli ultimi anni, e precisamente col passaggio di Leonard alla Einaudi, si è cominciato a capire che era necessario rimettere le cose a posto, e le uscite di Tishomingo Blues, Mr. Paradise, Cat Chaser e Freaky Deaky (tradotti da Wu Ming 1) e del Grande salto, The Hot Kid e dell’imminente Tutti i racconti Western segnano, nelle intenzioni della casa editrice e, in particolare, dei traduttori stessi, l’inizio e il consolidamento di un nuovo approccio con l’insidiosa e sfuggevole materia leonardiana. Ci stiamo riuscendo? A giudicare dall’entusiasmo che il buon vecchio Elmore ha ripreso a suscitare tra i suoi vecchi appassionati, e dal gran numero di nuovi lettori che ha iniziato a conquistare, la tentazione di dare una risposta affermativa è davvero forte. Certo, leggere Elmore Leonard in lingua originale è ancora uno dei piccoli (grandi?) piaceri della vita, ma il divario si sta restringendo ad ampi passi, e ormai comincia a esserci una piccola (grande?) soddisfazione a gustarselo anche in italiano.

LC

Edizione italiana: Einaudi, 2005
Traduzione di Luca Conti

IN GIRO CON JOE LANSDALE

In books, Joe R. Lansdale on maggio 30, 2008 at 15:32

Eravamo in un bar di Bologna, una mattinata piovosa della primavera 2003, quando Luigi Bernardi –curatore, all’epoca, di Stile Libero Noir – mi propose di tradurre A Fine Dark Line di Joe R. Lansdale. Non immaginavo certo che un semplice lavoro di traduzione, uno dei tanti che accettavo e accetto tuttora, avrebbe dato un’impronta così forte alla mia vita professionale. Da quel giorno le mie strade di traduttore si sono incrociate spesso e volentieri con quelle di Champion Joe, com’è affettuosamente chiamato Lansdale dal suo robustissimo zoccolo duro di appassionati, a causa della sua più che quarantennale pratica delle arti marziali (lo Shen Chuan, una disciplina da lui stesso fondata che incorpora elementi di kenpo, hapkido, ju jitsu, aikido e così via; tutto questo lo so perché ha tentato lui stesso di spiegarmelo, con ben scarsi risultati). E ho finito per avere spesso a che fare con Lansdale non solo come traduttore – dopo La sottile linea scura ho lavorato su un altro romanzo, Tramonto e polvere, nonché sulla raccolta di racconti In un tempo freddo e oscuro, da poche settimane in libreria per Einaudi Stile Libero – ma anche per tutto quel che fa da contorno alla pubblicazione di un libro: presentazioni, dibattiti, festival letterari e così via, a volte dividendo lo stesso palco, com’è capitato lo scorso anno in Sardegna al festival «L’isola delle storie» di Gavoi.

D’altra parte, è diventato quasi impossibile andare a giro per festival letterari, in Italia, e non trovarsi davanti l’inconfondibile sagoma massiccia e un po’ trasandata di Joe, quasi sempre accompagnato da uno o più membri della sua famiglia: la moglie Karen, anch’essa scrittrice e la figlia Kasey, cantante country (esiste anche un figlio, Keith, ma si vede di rado). Il che ci porta alla domanda che sta alla base di questo articolo: perché uno scrittore di genere (anzi, di generi), nato nel Texas orientale e che scrive storie ambientate quasi esclusivamente nel suo luogo natio, regione quanto mai distante dall’Italia non solo per una mera questione di chilometraggio, è riuscito a costruirsi dalle nostre parti ,in poco più di dieci anni, una popolarità straordinaria e che non accenna a diminuire? «Dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il posto in cui sono più famoso e in cui vendo più libri. Per questo ci vengo spesso.»

È pur vero che la scoperta di Lansdale, in Italia, è stata abbastanza tardiva (Act of Love, il suo primo romanzo, è del 1980, ma la prima cosa del Nostro a essere tradotta in italiano è un racconto, Dog Cat and Baby, uscito nel 1988 in un’antologia horror della Garden Editoriale) oltre che sparsa, all’inizio, tra Mondadori, Bompiani, Phoenix, Fanucci, e altri ancora; ma è altrettanto vero che negli ultimi anni Einaudi e Fanucci hanno cercato di recuperare il tempo perduto, traducendo e pubblicando il più possibile, anche a costo di inflazionare il mercato. Eppure con Lansdale il rischio della saturazione sembra ancora molto lontano. Da un lato c’è un’enorme produzione cui attingere (una ventina di romanzi, e chissà quanti altri sotto pseudonimo, e un paio di centinaia tra romanzi brevi, novelle, racconti, storie anche di una sola pagina o meno), dall’altro la sconcertante varietà di generi, temi e atmosfere che per qualunque scrittore avrebbe potuto trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Non per lui. Lansdale è un genio del marketing, e sembra aver fatto proprio il titolo del vecchio libro di Norman Mailer, Pubblicità per me stesso. Champion Joe ha capito fin da subito che per sfondare avrebbe dovuto giocarsi al meglio le carte di cui disponeva, ovvero la sua inconsueta poliedricità, nutrita anche da una non comune ampiezza di vedute e di interessi, e da una curiosità intellettuale che non accenna a diminuire. È uno scrittore di horror, dite? Certo, e come tale veniva presentato agli esordi della sua carriera italiana. Ma ha scritto fantascienza, noir, giallo, fumetti, suspense, western e così via, spesso mischiando allegramente, nello stesso libro, due o più dei succitati generi. Il western-horror di Dead in the West, per esempio, o il western-fantasy di The Magic Wagon, per citarne due non ancora tradotti in italiano, anche se un estratto del secondo è presente in Un tempo freddo e oscuro. Infilandosi dovunque, Lansdale è riuscito a far circolare il proprio nome tra gli appassionati dei generi più disparati, lavorando sodo e con caparbietà fino a giungere alla svolta stilistica degli ultimi anni, inaugurata con The Bottoms (In fondo alla palude) e perfezionata – autentica variazione sul tema – con La sottile linea scura: una svolta che lo ha portato in pieno romanzo mainstream (seppure contaminato; e, conoscendo il tipo, non poteva essere altrimenti).

Ma questa strategia non è stata applicata solo ai generi: fin dall’inizio Lansdale ha deciso di non legarsi in esclusiva a un solo editore, differenziando le sue uscite tra Case grandi e piccole, tra grossi calibri e piccoli indipendenti, concedendosi un po’ a tutti senza mai offrirsi in toto a nessuno. Questo gli è tornato utile soprattutto per riuscire a far pubblicare la quasi totalità della sua debordante produzione, in particolare nel mondo del collezionismo di tirature limitate che negli Stati Uniti può rivelarsi molto importante per costruirsi lo status di autore di culto. Prova ne è che molte delle sue prime edizioni per la piccola e battagliera Subterranean Press hanno oggi raggiunto cifre da capogiro, alimentando un mercato parallelo che lo stesso Lansdale sorveglia con ironica ma astuta benevolenza.

Eppure in Italia, almeno all’inizio, un piano così diabolico non voleva saperne di funzionare. Se l’è sudata, Lansdale, almeno dalle nostre parti (oddio, non che negli Stati Uniti sia sempre stato tutto rose e fiori, per lui). Quando Urania, nel 1993, ha pubblicato La notte del drive-in, Champion Joe era ancora un emerito sconosciuto, anche se il libro ha avuto subito una certa risonanza, tanto che il periodico mondadoriano, dieci numeri dopo, ne ha pubblicato anche la seconda parte (come Il giorno dei Dinosauri). Per dirla tutta, a quei tempi Lansdale sembrava poco più di un epigono del suo amico Neal Barrett jr, un notevole scrittore (leggetevi, se lo trovate, il vecchio Urania C’era una volta l’America) che ha trascorso un’intera carriera sulla soglia della celebrità, senza mai varcarla. Barrett, più anziano di Lansdale, chiama Joe “il mio gemello cattivo”, e le affinità tra i due sono visibili anche a una lettura distratta. Ma è abbastanza chiaro che Mondadori non sapesse cosa farsene, di un autore del genere. Già i due romanzi del drive-in stavano stretti in una collana di fantascienza come Urania, né la produzione thriller-noir di Lansdale aveva qualche speranza di essere pubblicata, che so, nel Giallo Mondadori, tali erano la violenza e la ferocia di libri come Act of Love, The Nightrunners, Cold in July.

Per sdoganare Champion Joe in Italia è stato fondamentale l’intevento di Daniele Brolli, che nel 1996 ha fatto pubblicare Mucho Mojo all’interno della collana «Gli Squali», da lui curata per Bompiani. L’importanza di una collana come «Gli Squali», che ben presto passerà a caratterizzare la serie «Vertigo» dei Tascabili Einaudi, anch’essa affidata alle cure di Brolli, è forse stata troppo presto dimenticata dall’editoria italiana. Esperienza breve – dal 1995 al 1996 – ma una ventina di titoli pubblicati, e tutti di alta qualità: da Horace McCoy a Marc Behm, da Charles Willeford a Bruce Sterling, da James Ballard a Barry Gifford, per citarne solo alcuni. Oltre a Joe Lansdale, con quello che in Italia è ormai considerato il suo libro più leggendario (anche perché è rarissimo, per non dire introvabile, e mai più ristampato da allora): il secondo volume della serie di Hap e Leonard, due personaggi a dir poco singolari, bianco, progressista ed eterosessuale il primo, nero, repubblicano e gay il secondo. I primi cinque romanzi della serie (in Captains Outrageous, invece, il calo di qualità è netto, come se Lansdale si fosse stufato dei suoi personaggi. Anzi, è proprio così, ma lui non lo ammetterà mai) sono il paradigma più calzante della poetica del Nostro: un ribollente, piccantissimo minestrone in cui si trova di tutto, dal giallo all’horror, dal romanzo realista al western, dal fumetto al cinema più trucido. Verrebbe quasi da dire che sia questo il Lansdale più autentico, salvo poi essere smentiti – a precisa domanda – dallo stesso autore.

«Come fai a dirlo? Tutte queste cose fanno parte della mia esperienza di scrittore ma, ancor prima, di lettore. È a nove anni che ho deciso che scrivere sarebbe stato il mio lavoro, ma non riesco a ricordarmi un solo momento della mia vita in cui non abbia voluto far altro che scrivere. Anche quando ero costretto a sbarcare il lunario con tutta una serie di lavori, alcuni davvero strani, come raccogliere rose o asfaltare strade, non riuscivo a pensare che al momento in cui sarei tornato a casa per poter proseguire la storia che avevo iniziato, oppure buttarne giù una nuova. D’altro canto, ho sempre pensato che la disciplina sia un elemento essenziale per un vero scrittore. E dover impiegare ogni momento libero per poter finalmente dare sfogo alla mia necessità di scrittura mi ha insegnato molto, così come la pratica delle arti marziali. Scrivere tutti i giorni, anche se poco, è fondamentale. Chi aspetta l’ispirazione per prendere la penna in mano, non sa che l’abitudine quotidiana e la disciplina possono fare molto per procurarti l’ispirazione. Essere un autore di una certa notorietà – non voglio dire famoso, non credo di essere famoso nel senso che oggi si dà a questa parola – comporta anche che molti aspiranti scrittori vengano a chiederti consigli. E io non ho molti consigli da dare sull’argomento. Due soli, a dir la verità. Primo, leggete il più possibile. Secondo, piantate il culo sulla sedia e scrivete.»

«Hai un’ultima cosa da dire ai tuoi lettori?

«Sì, una, ma è sempre la stessa. Dubya Bush e la sua amministrazione devono togliersi dai piedi.»

LC

(pubblicato in origine su Diario, 2006)