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FAULKNER E IL GIALLO

In books, William Faulkner on giugno 3, 2008 at 10:42

Tempo fa avevo trovato in rete una foto – che non riesco più a rintracciare – della biblioteca privata di William Faulkner, in cui spiccava una consistente collezione di romanzi gialli. Che Faulkner fosse un accanito lettore di polizieschi era cosa nota; buffo, comunque, vederne una bella fila proprio in casa sua, e tutti evidentemente letti e riletti.

Molti non sanno, peraltro, che diverse volte Faulkner si è cimentato nel giallo, anche con risultati non malvagi. Prendiamo, per esempio, Gambetto di cavallo (Knight’s Gambit, 1949) che Theoria aveva pubblicato nel 1988 ed Einaudi ha ristampato qualche anno fa. Si tratta di una raccolta di racconti che la critica ufficiale ha sempre voluto considerare un’opera minore del romanziere del Mississippi, ma che in realtà presenta un Faulkner che non ha nulla da invidiare ai più celebrati autori hard boiled anni Quaranta.

In effetti, il versante poliziesco-hard boiled dell’opera di Faulkner è copioso, e presenta aspetti particolarmente significativi. Oltre a Knight’s Gambit, vanno segnalati il racconto The Hound (1931), uscito anche sulla Rivista di Ellery Queen, l’altro racconto Go Down, Moses (1941), pubblicato poi nel volume omonimo (in italiano Scendi, Mosé), il racconto lungo Notes on a Horse Thief (1951) e infine Intruder in the Dust (1948, in italiano Non si fruga nella polvere, che è un giallo vero e proprio, anche se Fernanda Pivano nel 1950 bollò come «critica secondaria» quelli che si azzardarono a definirlo come romanzo poliziesco.

Nel 1984 la Pivano aveva ormai cambiato idea; tanto da citare, nella prefazione alla ristampa del romanzo negli Oscar, le parole dello stesso Faulkner, che dapprima definisce il suo libro come «un mystery originale», e poi racconta che «c’era un enorme flusso di racconti polizieschi in quel periodo […] e me li trovavo tra i piedi dovunque andassi. […] Era l’idea di un uomo in prigione che non poteva pagarsi un detective […], uno di questi uomini tough che vanno in giro schiaffeggiando le donne e bevendo quando non riescono ad escogitare cosa fare».

In più, secondo Phil Stone, amico dello scrittore fin dai tempi dell’adolescenza, Faulkner era stato molto influenzato dal creatore di Philo Vance, ovvero Willard Huntington Wright (S.S. Van Dine) e dal suo libro The Creative Will: «Le teorie estetiche esposte in quel volume costituiscono una delle influenze più significative nell’intera carriera letteraria di Faulkner. Se la gente che apprezza Faulkner leggesse anche il libro di Wright capirebbe che cosa Faulkner cerca di raggiungere da un punto di vista letterario».

Anche il soggiorno di Faulkner a Hollywood come sceneggiatore si era rivelato importante nell’esporre lo scrittore all’influenza del noir e dell’hard boiled. Racconta Tom Nolan, nella sua biografia Ross Macdonald (Scribner, 1999) che nel 1945 Margaret Millar, scrittrice e moglie di Macdonald, fu assunta dalla Warner come soggettista cinematografica. Sotto contratto con la Warner, all’epoca, vi erano, oltre a Faulkner, autori provenienti dal poliziesco e dall’hard boiled come William R. Burnett ed Elliott Paul, oltre a singolari autori/registi di thriller come Curt Siodmak.

Faulkner aveva appena terminato, assieme a Leigh Brackett, la sceneggiatura di The Big Sleep, il film di Howard Hawks tratto dal romanzo di Chandler, e sviluppò ben presto una pronta simpatia per la Millar, che scrisse al marito: «Tutti gli scrittori pranzano assieme eccetto Faulkner, che è un timido patologico, a tal punto che l’unica volta che ha provato a venire a pranzo è scappato via perché c’era troppa gente. L’ho intravisto oggi. Un bell’uomo, capelli grigi, baffi neri. Non si fa mai vedere da nessuno, a meno di non andare direttamente nel suo ufficio. Allora ho provato ad attaccare discorso, dicendogli cosa pensavo di Light in August; ma mi si è intrecciata la lingua e l’ho piantato lì. Senza dubbio Faulkner penserà che sono pazza come lui». E in seguito, dopo che Faulkner aveva invitato la Millar nel suo ufficio per un caffè: «Abbiamo parlato di libri e di storie. Sono rimasta lì per un’ora e mezza. E’ la prima volta che Faulkner ha avvicinato un altro essere umano in tutti gli Studios, e ne sono molto orgogliosa».

Si ha una strana sensazione di «già letto» all’apertura di Cadillac Jukebox di James Lee Burke (1996, Le radici dell’odio), il cui inizio rassomiglia in modo sorprendente, per dirne una, all’attacco di Smoke (1932), il racconto iniziale di Knight’s Gambit. Chiaro perché Burke consideri Faulkner, insieme a Flannery O’Connor, la sua principale influenza letteraria.

Burke: «Aaron Crown should not have come back into our lives. After all, he had never really been one of us, anyway, had he?»

Faulkner: «Anselm Holland came to Jefferson many years ago. Where from, no one knew».

Nello specifico, comunque, va detto che il personaggio dell’uomo venuto da chissà dove è un topos caratteristico della narrativa e della mitologia americana. Ne troviamo addirittura un breve excursus storico in testi di non specifica teoria della letteratura come Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0 di Luther Blissett, in cui si ripercorre il mito del nowhere man a partire dal trickster afroamericano, attraverso Red Harvest (Piombo e sangue) di Dashiell Hammett fino al film Last Man Standing (Ancora vivo) di Walter Hill, passando ovviamente per Yojimbo (La sfida del samurai) di Akira Kurosawa e il suo rifacimento, Per un pugno di dollari di Sergio Leone.

E pure Flannery O’Connor, altra grande scrittrice del Sud e tra i massimi autori di racconti della letteratura americana, è apertamente citata e omaggiata da Joe Lansdale nell’apertura del suo romanzo Freezer Burn (1999), il cui inizio ricorda in modo evidente l’attacco di The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, 1955):

Lansdale: «Bill Roberts decided to rob the firecracker stand on account he didn’t have a job and not a nickel’s worth of money and his mother was dead and kind of freeze-dried in her bedroom».

O’Connor: «Francis Marion Tarwater’s uncle had been dead for only half a day when the boy got too drunk to finish digging his grave».

Ecco quindi la linea retta che da William Faulkner conduce a James Lee Burke, e che da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e che comprende, tra gli altri, autori di generazioni, formazione ed esperienze diverse come Daniel Woodrell, Cormac McCarthy, Charles Willeford e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico Americano.

LC

  1. […] questa è la conclusione del mio Faulkner e il giallo, una cosa che avevo scritto qualche anno fa e che i visitatori di questo sito hanno potuto leggere […]

  2. Caro Luca,
    ho letto recentemente “Oggi si vola” e ho trovato diversi elementi “Chandleriani” al suo interno. Penso che gran parte dell’opera di Faulkner sia contaminata dal noir ma che la maggior parte dei critici tende a negarlo, per paura di “sporcare” la fedina di un nobel con un tipo di letteratura che ahimè ancor oggi viene considerata di serie “b”. Cosa ne pensi?
    Ti rigrazio.
    Dario

  3. Penso che hai perfettamente ragione. In realtà Faulkner – giustamente – se ne fregava, leggeva quel che gli pareva (una valanga di gialli, soprattutto; tra l’altro credo che avesse una grande passione per Agatha Christie…) e tirava dritto per la sua strada. E se “Non si fruga nella polvere” non è un noir, vorrei tanto sapere cos’è-

    ciao, luca

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