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IL GRANDE ROMANZO AMERICANO

In books, Ellery Queen on giugno 3, 2008 at 20:32

Ho già espresso in altre occasioni la mia assoluta ammirazione per questo romanzo, che ancora considero uno dei due capolavori di Queen (l’altro è Cat of Many Tails, per certi versi una Calamity Town trasportata di peso nella giungla urbana della New York degli anni ’50), ma capisco benissimo la difficoltà di afferrarne, magari a prima vista, i molteplici livelli di interpretazione che l’opera – molto complessa, malgrado il suo apparente aspetto spoglio, quasi disadorno – richiede. Ne suggerirei pertanto, a chi volesse provare a penetrarne i segreti, una rilettura: alla luce, è ovvio, del mistero già svelatosi nella prima lettura.

Calamity Town è infatti il lavoro centrale dell’opera queeniana, quello in cui Dannay e Lee abbandonano, congedandosene per un attimo, le strutture del romanzo-enigma da loro creato negli anni ’30 per entrare in un mondo totalmente nuovo, nel quale sentimenti e simbologia hanno eguale o maggior valore degli indizi e delle false piste sulle quali i due cugini avevano costruito la loro popolarità. Non che questo romanzo manchi di indizi o false piste; è solo che essi assumono un valore e una funzionalità totalmente nuovi, anche e soprattutto alla luce delle interpretazioni «umane e sentimentali» date dal nuovo Ellery, che si stenta a riconoscere in questo romanzo come lo stesso Ellery che imperversava nei rompicapo queeniani degli anni ’30.

Ma Calamity Town non ha avuto una vita facile, anzi. Racconta lo stesso Dannay che «quando terminammo di scrivere quello che indiscutibilmente ci pareva il nostro libro migliore, Calamity Town, lo sottoponemmo per la pubblicazione a puntate, come d’abitudine, ad una rivista a diffusione nazionale. Fu rifiutato, e non riuscivamo a capire perché. Durante una telefonata a più voci – io e Manny [Manfred Lee] da una parte, il nostro agente dall’altra, il direttore della rivista dalla terza – posi al direttore le domande che mi frullavano per la testa.

-Ma non ti è piaciuto il libro?.
-Oh sì, moltissimo. Anzi, penso sia il vostro miglior libro in assoluto.
-E allora perché non l’avete pubblicato? Siamo noi che vogliamo troppi soldi per il vostro budget?
-No.
-Allora avete troppo materiale in attesa di pubblicazione e non volete aggiungerne altro?
-No.

E cosi via.

-Allora, perché mai non lo volete?
-Non lo so.

Dopo una simile risposta mi ricordo di aver detto a Manny: Caro mio, è meglio che ci troviamo qualcos’altro da fare, perché se il risultato deve essere questo, se il tuo miglior libro viene rifiutato senza una ragione apparente, allora c’è qualcosa che non funziona.»

Anche per questo, probabilmente, i due cugini si buttarono a corpo morto nella produzione di originali radiofonici, e che il loro successivo romanzo, There Was an Old Woman (1943) sarà ancora più sconcertante e radicale di Calamity Town, ma altrettanto significativo per le sue implicazioni e le promesse di futuri sviluppi.

Va detto, intanto, che con Calamity Town Ellery Queen si inserisce per la prima volta nella grande tradizione letteraria americana. In questa opera i referenti più immediati e visibili, a differenza dei suoi romanzi degli anni ’30, che orgogliosamente si vantavano di discendere da quelli di S.S. Van Dine, sono esplicitamente non polizieschi: da Edgar Lee Masters a Thornton Wilder. Si tratta di un’intuizione di Francis Nevins che Dannay ha doverosamente confermato, ovvero che l’elemento base nella progettazione di Calamity Town sia stato, per un verso, Spoon River (1916), la raccolta poetica di Masters, e per l’altro Our Town (1938), la commedia di Wilder. Né l’una né l’altra sono romanzi, è evidente. Queen ha così deciso di cimentarsi in un’impresa assai impegnativa: trasferire in una struttura narrativa – e , ancor più difficile, conservando lo schema del giallo – l’impostazione elegiaca e, malgrado le apparenze, pesantemente critica e satirica, dei lavori di Masters e Wilder.

Quindi il libro, già in partenza, richiede di essere affrontato con spirito ben diverso da quello che avevano lasciato intendere i precedenti lavori queeniani, quelli per intenderci ambientati ad Hollywood, «The land of Oz» (come ci vien detto all’inizio di The Devil to Pay) e scritti per il mercato delle riviste patinate. In realtà, anche lì la satira queeniana era sferzante, ma la «umanizzazione in corso» della figura di Ellery stava attraversando una fase talmente grottesca (vedi i goffi tentativi amorosi di Ellery con Paula Paris in The Four of Hearts) da rasentare il ridicolo: in The Four of Hearts, appunto, Ellery ha, nettamente ed indiscutibilmente, il volto di Clark Kent.

In Calamity Town, finalmente, Ellery viene privato dei suoi superpoteri (dite quello che volete, ma questo particolare – che sarà poi un tratto caratteristico della narrativa a fumetti americana, da Batman all’Uomo Ragno – getta un’altra piccola luce sull’importanza a posteriori del romanzo) e, come avviene in tali circostanze, diventa estremamente vulnerabile sul piano emotivo ed intellettuale. è questa una delle caratteristiche del libro: tanto significativa che, infatti, è stata immediatamente colta da molti lettori, che nei decenni, hanno pensato: «Ma io ho risolto l’enigma prima di Ellery»…

Il ruolo di Ellery in Calamity Town è, a mio avviso, quello del «suscitatore di eventi», del catalizzatore, di colui che mette in moto gli avvenimenti. è, ancora una volta, il manifestarsi di uno dei più vecchi miti letterari americani: quello dello straniero misterioso.

Dalla leggenda folk di Stagger Lee al racconto di Mark Twain (The Mysterious Stranger, appunto), passando per centinaia di romanzi e racconti e film (Dashiell Hammett in primis, poi Kurosawa, Sergio Leone), da Pale Rider di Clint Eastwood al più recente Last Man Standing di Walter Hill, Calamity Town presenta l’ennesima variazione sul tema del personaggio sconosciuto che arriva in città, fa precipitare gli eventi solo con la sua presenza, ne è attonito testimone dapprima, poi invece contribuisce a sistemare le cose (sia con la forza del ragionamento e dell’intuizione, come Ellery; sia a revolverate, come Eastwood o Bruce Willis) e, alla fine, riprende la sua strada.

Questo topos è da Queen innestato su di una struttura narrativa molto articolata, che utilizza largamente una serie di elementi sociologici e simbolici destinati a ricoprire un ruolo fondamentale anche nella produzione queeniana successiva. La visione del «piccolo angolo di mondo» apparentemente incontaminato ma, in realtà, percorso da fremiti e vene di insospettata malvagità verrà ripresa, di lì a non molto, in The Glass Village (1954), una tragica allegoria del maccartismo nella quale Ellery non appare perché non può apparire. Lo svolgersi dell’azione in nove mesi, il periodo della gestazione, richiama l’ossessione per il numero nove e per la maternità che caratterizza l’ultimo romanzo di Queen, A Fine and Private Place (1971), così come una procedura quasi analoga (la suddivisione per dodici) era alla base di The Finishing Stroke (1958).

E il tema centrale del romanzo è, infine, il ciclo biologico: dalla vita alla morte, alla vita ancora. Si tratta, per il momento, di una visione che lascia ancora tracce di speranza; ma, col trascorrere del tempo, i romanzi successivi di Queen verranno sempre più calati in un clima di tetra disperazione e di angosciosa ricerca del perché dell’esistenza, tali da rendere frequente il ricorso al tema della manipolazione dell’individuo da parte di un’entità superiore (ovvero l’identificazione dell’assassino con la divinità, vera o presunta: vedi Ten Days’ Wonder e The Player on the Other Side, quest’ultimo non a caso scritto insieme a Theodore Sturgeon, che nelle sue opere fantascientifiche ha spesso trattato argomenti metafisici).

Un’ultima annotazione, infine, vorrei riservarla alla maestria stilistica che i Queen esibiscono in questo romanzo. Non è comune, e non lo era nel 1942, incontrare un romanzo giallo scritto «così bene». L’americano di Queen, sia nelle parti colloquiali sia in quelle più letterarie, è una lingua ricchissima di sfumature, estremamente sonora nella sua riproduzione del parlato e particolarmente evocativa nelle frequenti, ma non retoriche o cartolinesche, descrizioni della natura.

Il primo capitolo in particolare, Mr Queen Discovers America, è una delle cose più affascinanti mai scritte da Dannay e Lee, così perfetto nella sua descrizione minimale di una città apparentemente idilliaca, da poter essere paragonato ad analoghe pagine dei più grandi scrittori statunitensi di racconti, come John Cheever, Eudora Welty e Willa Cather. E proprio come l’ultima opera di Cheever, così Queen avrebbe potuto intitolare il suo romanzo Oh, What a Paradise It Seems

Ma si tratta sempre, in fondo, della perdita dell’innocenza: il tema ultimo di quell’autentica chimera che è il Grande Romanzo Americano.

LC

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