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JAMES CRUMLEY: UN MORALISTA SENZA MORALE

In books, James Crumley on giugno 4, 2008 at 17:07


I’ve been known
to drive alone
to Butte, Montana
to get a banana split…

Bobby Troup, Hungry Man

Se c’è una cosa che stupisce, nell’Ultimo vero bacio, è la quantità di chilometri percorsi da C.W. Sughrue prima di arrivare allo sconcertante scioglimento della sua indagine, quell’autentico colpo basso che negli anni ha fatto versare fiumi d’inchiostro a critici (ammirati) e lettori (inferociti). D’altra parte, quando nel tredicesimo capitolo del romanzo Sughrue salta su a lamentarsi di una certa noia che si è insediata nella sua routine quotidiana, scorrono davanti agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore le immagini delle migliaia e migliaia di chilometri già percorsi tra Montana, California, Oregon e Colorado alla vana ricerca dell’elusiva Betty Sue Flowers. Ma l’unica soluzione a quel prurito, sbotta il nostro eroe, è «spararsi un migliaio di chilometri di autostrada,» e tempo neanche un’ora, eccolo pronto a farsi quattordici ore di macchina come nulla fosse. Per metterlo in moto, in questo caso, è sufficiente una cartolina: e la caccia riprende.

Certo, ha un bel dire James Crumley che i suoi libri e i suoi personaggi non sono ispirati né a se stesso né a gente di sua conoscenza («la gente ti fa sempre un sacco di domande, e qualcosa bisogna pur rispondere…» ha dichiarato nel 2002, confessando una buona volta la sua insopprimibile tendenza alla misdirection, sia del lettore sia del critico): proprio come C.W. Sughrue – e la sua immagine speculare Milo Milodragovitch – la vita dello scrittore si è sviluppata on the road, a partire da Three Rivers, Texas (è lì che è nato, nel 1939) per toccare, nell’ordine, Iowa, Arkansas, Oregon, Colorado, Pennsylvania, di nuovo Texas, e infine Montana. E da ognuno di questi luoghi Crumley – lo racconta lui stesso – era capace di partire senza preavviso, di saltare in macchina e farsi duemila chilometri, tutta una tirata «per una partita a poker, o per vedere una donna.» E facile gioco ha avuto la critica, davanti a simili indizi, nel leggere nei romanzi di Crumley il non casuale aggiornamento di una lunga tradizione di cinema e narrativa western, con l’automobile (o meglio il pickup) a sostituire la fedele cavalcatura del saddle tramp, il cowboy girovago alla ricerca di un branco di bestiame da radunare o, come nell’Ultimo vero bacio, di una ragazza scomparsa da rintracciare.


Gran parte del fascino immortale del libro, peraltro, sta in questa inaspettata e subliminale commistione di generi, mai esplicitamente sottolineata nel testo ma pronta a disvelarsi, capitolo dopo capitolo, agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore di cui già si diceva in precedenza; e tale è ancora oggi la forza evocativa del romanzo, a oltre venticinque anni dalla sua uscita (1978), da far intuire l’effetto dirompente che fin da subito L’Ultimo vero bacio ha avuto sulla narrativa hard boiled (ma non solo; basti pensare alla fortissima influenza di Crumley su scrittori molto diversi tra loro come Jack O’Connell e Jonathan Lethem), ben superiore a quello di coevi romanzi di autori pur importanti come Robert B. Parker o Bill Pronzini, per citarne solo alcuni. Crumley, è vero, sceglie di agire come Parker, Pronzini e tanti altri all’interno di una tradizione codificata da Raymond Chandler, ma la sua è un’opera deliberatamente eversiva, volta a minare alla radice le strutture consolidate e un po’ malconce del poliziesco americano con investigatore privato narrante, un genere le cui contraddizioni già all’epoca – e da lungo tempo – erano state messe a nudo dall’opera di Ross Macdonald, in un ciclo narrativo che proprio alla fine degli anni Settanta trovava la sua conclusione.

Curioso, ma assai indicativo delle sue reali intenzioni, che Crumley abbia scoperto – giovane ma non più giovanissimo, verso il 1972 – il detective novel attraverso i libri di Chandler; ma che abbia scelto di esordire nel genere, di lì a breve, con un romanzo, Il caso sbagliato (The Wrong Case, 1975), ispirato non poco a quelli di Macdonald, che proprio di Chandler era stato il primo consapevole e intenzionale eversore, tanto da suscitare nello stesso Chandler una reazione un po’ infastidita, quasi sdegnata. E in un ideale passaggio di testimone, Crumley è pronto a raccogliere da Macdonald i resti dell’eredità di Chandler per procedere, a sua volta, a una profonda rielaborazione del genere, come in una di quelle ristrutturazioni immobiliari in cui di un edificio si conservano solo le pareti e si modifica a fondo l’interno. Già nel Caso sbagliato sono evidenti, pur con tutti i comprensibili limiti della poca dimestichezza di Crumley col genere e della sua relativa inesperienza (o forse proprio per questo) le prime avvisaglie dei piani eversivi dello scrittore; ma è con L’Ultimo vero bacio, di lì a tre anni, che Crumley raggiunge in maniera del tutto inaspettata i vertici della sua carriera, e sforna – in un incredibile stato di grazia, che invano e con enorme fatica lui stesso tenterà di replicare – non soltanto quello che è il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento.

Non che sia stato facile, per lui. Il leggendario paragrafo d’apertura, forse l’incipit più celebre (e citato) nell’intera storia del giallo, è stato scritto almeno quattro anni prima del resto del libro, e ha subìto almeno una dozzina di revisioni, per poi restare chiuso in un cassetto nell’attesa di una trama e un titolo adeguati. Già, perché anche il titolo è arrivato prima del romanzo… Ma ne parleremo tra poco. Quello che conta segnalare è che le quattro, indimenticabili righe d’apertura dell’Ultimo vero bacio sono una grande prova di virtuosismo stilistico, traboccanti di tali e tanti richiami interni, di assonanze e doppi sensi da rendere ardua una traduzione in grado di riproporne per intero la fragranza e la musicalità (e speriamo di avercela fatta, così come ci auguriamo che i lettori della vecchia edizione Mondadori possano finalmente apprezzare la ricchezza del linguaggio di Crumley e il suo dialogo sferzante). Ma tutto lo strabiliante primo capitolo è un modello di costruzione letteraria: a piena ragione, autori di una generazione successiva come George Pelecanos o Dennis Lehane, per non parlare di quasi coetanei di Crumley come James Sallis, possono affermare di aver scoperto dalla lettura dell’Ultimo vero bacio i grandi margini di manovra che ancora si nascondevano all’interno dei pur traballanti confini del genere.

Ma la mina vagante del romanzo è Richard Hugo. Chi era costui? potreste dire. Completamente sconosciuto in Italia, paese che peraltro conosceva benissimo sia per averci combattuto nella seconda guerra mondiale sia per averci vissuto a più riprese negli anni Sessanta, Richard Hugo è stato poeta e romanziere di una certa rilevanza, nato a Seattle nel 1923 e scomparso nel 1982, allievo di Theodore Roethke e professore di scrittura creativa alla University of Montana negli stessi anni in cui vi bazzicava come visiting professor lo stesso Crumley. L’amicizia tra Hugo e Crumley è stata molto stretta, rinsaldata anche da una certa, comune predisposizione ad alzare un po’ il gomito. E’ stato Hugo, nel corso di lunghe conversazioni in uno dei tanti bar della zona, a far scoprire Chandler a Crumley, che non l’aveva mai letto; è stato Hugo, soprattutto, a fornire a Crumley il modello e l’ispirazione per il personaggio di Abraham Trahearne nell’Ultimo vero bacio.

Come suo costume Crumley nega, o meglio minimizza, ma larghi tratti di Trahearne sono modellati sul carattere e sull’aspetto fisico di Hugo, sebbene esasperati. Però la fotografia di Hugo riportata sul sito web del Missoulian Online fa spuntare un sorrisetto anche al più distratto lettore dell’Ultimo vero bacio, altroché. A guardarlo bene, Hugo, in quella intensa foto con tanto di macchina per scrivere, ci si convince subito che Trahearne non può essere altro che così (tra parentesi, già che ci siamo, ci si può anche chiedere se la faccia giusta per Sughrue fosse proprio quella di David Carradine, così come prevedeva la mai realizzata trasposizione cinematografica del libro, con la regia di Robert Altman e la sceneggiatura di Walter Hill: progetto del quale Crumley non ha, ancora oggi, un ricordo molto positivo). Il rapporto di odio e amore con la madre, le gesta eroiche in guerra, i molti aspetti caratteriali – buoni e meno buoni – sui quali non ci dilunghiamo per non guastare le tante sorprese del romanzo ai suoi nuovi lettori, sono stati presi di peso dalla biografia di Hugo e trasportati dritti nelle pagine dell’Ultimo vero bacio. E come excusatio non petita, soprattutto per tenerselo buono, Crumley ha non solo voluto dedicare il romanzo allo stesso Hugo, «vecchio indagatore dell’animo umano,» ma è arrivato al punto di estrapolarne il titolo da quella che è forse la sua poesia più bella e famosa, Degrees of Gray in Philipsburg, un singolare esempio di noir in versi la cui stanza iniziale è riportata per intero in epigrafe al romanzo.

Non ci è dato sapere le reazioni di Hugo a tutto questo. Ricorda Crumley, un po’ sornione e un po’ maligno, che Hugo era «un tipo un po’, diciamo così, litigioso. Mi sono detto che se gli avessi dedicato il libro, magari non avrebbe fatto tante storie.» Certo è che nel 1981 anche Hugo ha deciso di cimentarsi nel poliziesco, e il suo unico romanzo, Death and the Good Life, è un piccolo capolavoro del noir che lascia un enorme rimpianto su ciò che poteva essere lo Hugo narratore e che purtroppo non è stato.

Il guaio è che la particolare struttura dell’Ultimo vero bacio finisce per legare le mani all’estensore di queste poche note, costretto a camminare sul filo del rasoio per non svelare nulla più del lecito. Però, in questi pochi appunti sparsi, ci sembra giusto indicare all’attenzione del lettore alcuni tratti distintivi del Crumley narratore. Primo, la sua già citata volontà di mischiare le carte, di contaminare i generi (l’hard boiled con il noir, in questo caso, come è evidente nel pesante intervento del fato, alla Woolrich): già il Lew Archer di Ross Macdonald, un libro dopo l’altro, si era sempre più trovato coinvolto a livello personale nei casi di cui si occupava, ma con Crumley – in particolare nell’Ultimo vero bacio – l’indagine si trasforma ben presto in ossessione, non più in lavoro. Gli ottantasette dollari che Rosie offre a Sughrue per avere notizie della figlia scomparsa (e che, con buone probabilità, non bastano a C.W. neanche per un pieno di benzina) sono un semplice pretesto, una delle tante scuse che i personaggi del romanzo si fabbricano, per poi rinfacciarsi, pur di andare avanti a testa bassa in questa wild goose chase. «Non sapevo più perché la stessi cercando,» confessa Sughrue dopo qualche migliaio di chilometri. E non siamo neanche a metà libro.

Secondo, la caratterizzazione dei personaggi. Impresa difficile, com’è ovvio, in un romanzo scritto in prima persona, nel quale tutto ciò che accade è giocoforza filtrato dalla visuale e dalle opinioni del narratore. Eppure, ciò che Crumley riesce a ottenere nell’Ultimo vero bacio ha del miracoloso. Tutti i personaggi del libro saltano fuori dalla pagina con una plasticità inaudita, che non teme confronti nell’intera storia dell’hard boiled e del noir, paragonabile solo a capolavori assoluti quali, per esempio, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Basta pensare, per rendersi conto dell’abilità e della genialità dello scrittore, che uno dei personaggi meglio delineati dell’intero libro è Fireball Roberts, il bulldog alcolizzato che, com’è ovvio, non dice una parola.

Terzo, i personaggi femminili. Il mondo di Crumley (così come quello di Trahearne, Sughrue, Milodragovitch) è dominato dalle donne. I personaggi femminili dei suoi libri, a partire dal Caso sbagliato per arrivare, in maniera traumatica e furibonda, alla Terra della menzogna e al recente Una vera follia, sono il motore e il detonatore di tutte le vicende, donne tutte quante fornite – nessuna esclusa – di poderosi e singolari tratti caratteriali, davanti ai quali tutti gli uomini – nessuno escluso, anche qui – fanno una figura ben poco brillante. E l’assortimento femminile dell’Ultimo vero bacio è davvero memorabile: Rosie, Betty Sue, Melinda, Catherine, Edna, Selma, Stacy formano un assortimento del quale si cercherebbero invano eguali tra le opere dei contemporanei di Crumley.

«Sono il figlio illegittimo di Raymond Chandler,» ha detto Crumley in una delle sue battute più a effetto e, per questo, più citate. «Se lui non fosse mai esistito, i miei libri sarebbero completamente diversi. Lui batteva le strade buie di Los Angeles, io l’intrico di autostrade e superstrade che tagliano le montagne del West. Ciò che ci distingue, tuttavia, è soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti della morale. A differenza di Chandler, io ho vissuto la guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti che essa ha operato nella coscienza sociale degli Stati Uniti. E’ per questo che i miei due investigatori non se la passano tanto bene, con la morale corrente, come invece succedeva a Philip Marlowe.» Milodragovitch e Sughrue sono quindi, come suggerisce Robert E. Burkholder, dei «moralisti privi di morale,» personaggi che vivono in un mondo corrotto e che sono costretti a sporcarsi le mani in prima persona per riuscire a distinguere il bene dal male, incapaci di svolgere le proprie indagini col distacco di chi sa di potersi ritirare in una torre d’avorio a contemplare le miserie umane.

A lettura ultimata, e per l’ennesima volta, scopriamo quindi che anche con L’Ultimo vero bacio il romanzo americano riflette su uno dei suoi temi più cari: la perdita dell’innocenza. In realtà la visione tragica di Crumley, e la sua ispirazione dichiaratamente anarchica (ma un’anarchia molto all’americana, con forti tratti di individualismo, che si preoccupa soprattutto di mettere in evidenza che la vera lotta sociale è quella del singolo contro la burocrazia) finiscono per metterci in testa un tarlo non di poco conto: che questa beata e tanto strombazzata innocenza, in fondo, non sia mai esistita.

LC

edizione italiana: Einaudi, 2004

traduzione di Luca Conti

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  1. […] ringraziamento a Luca Conti che mi ha imbeccato il pezzo con la sua postfazione e a Salvatore Proietti che mi ha guidato nella […]

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