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EDDIE COYLE E I SUOI AMICI

In books, George V. Higgins on giugno 5, 2008 at 12:37

A grandi linee, la narrativa poliziesca si può dividere in due filoni: classica e noir, finzione contro realismo, Agatha Christie contro Raymond Chandler. Ma anche il realismo ha la singolare tendenza a scivolare, con il passare del tempo, nella finzione. Quindi molte opere e personaggi che recano un imprinting realista, come i romanzi di Chandler con Philip Marlowe, finiscono alla lunga per trasformarsi in finzione, in esercizio di stile: ammantate di nostalgia e cariche, sotto la superficie, di un romanticismo del tutto improbabile. Di conseguenza, a intervalli regolari (dieci, vent’anni, diciamo) è necessaria – e si è sempre verificata – la comparsa di qualche nuovo autore che tenti di riportare le cose alla giusta proporzione.

Uno di questi tentativi, nei primi anni Settanta, ha visto come protagonista un fin lì anonimo sostituto procuratore distrettuale del Massachusetts, tale George V. Higgins. Della sua opera prima, The Friends of Eddie Coyle, uno stupefatto e un po’ irritato Norman Mailer si spinse, all’epoca, a dire: «Quanto mi secca che un esordio di tale livello l’abbia scritto uno sbirro..»

La nuova ricetta di realismo concepita da Higgins prevedeva, come ingrediente di base, una speciale attenzione concessa al dialogo, che finiva così per diventare la struttura portante della storia. In esso Higgins riusciva a riprodurre con assoluta verosimiglianza la fraseologia contorta e la sintassi zoppicante dei suoi poco istruiti criminali, così come della gente comune (ma nella sua opera i due ruoli, spesso, si confondono), in modo ben più efficace di quanto avesse fatto fino a quel momento ogni altro scrittore di genere. E, soprattutto, il linguaggio dei suoi personaggi era attuale, aggiornato fino a pochi mesi prima, crudo ed esplicito in maniera assolutamente sconvolgente per l’epoca.

Un esempio, più o meno a caso. «Non capisco dove cazzo è andato a finire. Quell’amico mio, quello che ti dicevo. Me li ha dati tutti e due lui, i suoi biglietti. Io ci ho invitato il nipote di mia moglie. Non capisco dove cazzo è finito. Gli piace l’hockey, a quel ragazzino. Come farà a scuola, è un mistero, visto che sta sempre qui a cercare di scroccare biglietti. Vent’anni, c’ha. Però sveglio.»

Pagine di conversazioni ininterrotte, che si accumulano l’una sull’altra e che di primo acchito sembrano non portare da nessuna parte, ma che si rivelano ben presto essenziali per la comprensione del romanzo. Il lettore si accorge, in maniera del tutto involontaria, che la trama è fatta scorrere, capitolo dopo capitolo, dagli infiniti dialoghi tra i personaggi, che si alternano con assoluta maestria e naturalezza a brevi ma robusti passaggi narrativi condotti con lo stile secco e asciutto del rapporto di polizia o del cronista di nera (Higgins, peraltro, ha sempre ostinatamente rifiutato l’etichetta di scrittore di genere, rivendicando con orgoglio un’esclusiva qualifica di «romanziere e basta»).

«Alle diciassette e cinquantacinque, Dave Foley uscì dal traffico della Route 128 e parcheggiò la sua Charger davanti al Red Coach Grille di Braintree. Entrò nel bar e si sedette a un tavolino d’angolo, in fondo al locale, una posizione che gli consentiva di tenere d’occhio sia la porta sia la tv che pendeva sopra il bancone. Ordinò un vodka martini on the rocks.»

È  attraverso un linguaggio in apparenza così neutro e uno stile così ridotto all’osso che al lettore viene offerto uno sguardo implacabile e disincantato dello squallore e della violenza del crimine: omicidi a sangue freddo, pestaggi distaccati e quasi burocratici.

Il quadro che ne emerge ha come risultato quello di far apparire clamorosamente sopra le righe ogni precedente tentativo di rappresentazione realistica nella narrativa gialla. La vita è spesso una noia mortale, sembra voler dire Higgins, e questo vale sia per gli onesti sia per i criminali. Eppure, anche in un quadro così concreto, così ordinario e quotidiano, non si può fare a meno di ammirare l’assoluta padronanza stilistica dell’autore, che sa giocare con infinite permutazioni del suo schema di partenza, conferendo al romanzo una potenza narrativa stupefacente all’interno di un’atmosfera volutamente dimessa e grigia.

Come Elmore Leonard non si è mai stancato di dire, «George V. Higgins è il mio maestro di stile. È grazie a lui che ho trovato la mia vera voce di scrittore. Tutto quel che so di crime novel l’ho imparato da lui.» E, alla richiesta di nominare i dieci migliori crime novels della storia, Leonard ha risposto citando dieci volte The Friends of Eddie Coyle.

Dal romanzo è stato tratto nel 1973 un celebre film, diretto da Peter Yates e interpretato da un gigantesco Robert Mitchum, qui in una delle migliori prestazioni della sua carriera.

Ah, qui si può leggere un notevole scritto di Davide Malesi.

LC

edizione italiana: Einaudi, 2006.
traduzione di Luca Conti e Luisa Piussi.

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