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AGATHA CHRISTIE E L'ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD

In Agatha Christie, books on giugno 8, 2008 at 21:17

Anch’io, come tanti, sono cresciuto a pane e Agatha Christie. Ricordo come fosse oggi l’impressione che da piccolo (avrò avuto otto, nove anni) mi fece la lettura di Tre topolini ciechi in una versione condensata, come si diceva allora, scovata a casa di qualche parente in uno di quegli assurdi volumi di Selezione. Quello è stato il colpo decisivo. Da allora, non mi sono più ripreso. E cominciavo davvero bene: già nel primo giallo che leggevo in vita mia c’era una, diciamo così, scorrettezza memorabile (che taccio per decoro, anche se credo tutti sappiano chi è l’assassino).

Credo che la Christie sia, stilisticamente, una pessima scrittrice. Le «psicologie di certa nobiltà inglese» dell’epoca sono state tratteggiate assai meglio da autori come Evelyn Waugh, Ivy Compton-Burnett (scrittrice che ho sempre pensato abbia con la Christie sorprendenti affinità), Georgette Heyer (nei suoi pochi, ma eccellenti gialli), P.G. Wodehouse. Tutta gente che, rispetto alla Christie, aveva una ben altra padronanza della lingua, addirittura a livelli vertiginosi, come nel caso di Wodehouse o di Waugh.
L’inglese della Christie è greve, spento, a volte pesante come il piombo. Il livello della scrittura è spesso deprimente, con qualche occasionale sprazzo di brillantezza a ravvivare un panorama prevalentemente uniforme.

Non è un caso che la Christie non abbia mai avuto problemi a riadattare per il teatro i suoi romanzi e racconti: le commedie mostrano, secondo me, il lato più sentito della sua vocazione letteraria, fuori dalla fastidiosa necessità di dover rimpolpare il testo con noiose descrizioni di paesaggi, abitazioni, persone o stati d’animo.
E questo è già un primo indizio.

Il nocciolo della questione, in realtà, sta altrove. Sta nel profondo equivoco in cui, per decenni, si è dibattuta la valutazione critica della Christie. Sta nel fatto che, con ogni evidenza, Agatha Christie è uno degli autori più fraintesi e male interpretati di tutta la letteratura del Novecento.

Suggerisco, a chi è interessato all’argomento, la lettura di un aureo volumetto pubblicato in Francia nel 1998 dalle Editions de Minuit: Qui a tué Roger Ackroyd? scritto da Pierre Bayard, studioso di teoria della letteratura (edizione inglese, più facilmente reperibile, Who Killed Roger Ackroyd?, Fourth Estate, 2000).
In questo studio Bayard smonta un pezzo per volta quello che è forse il più famoso romanzo della Christie, e certamente quello che in massimo grado le ha procurato le più veementi accuse di «scorrettezza»; e poi utilizza gli elementi appena smontati per comporre un «nuovo» The Murder of Roger Ackroyd, che conduce a una soluzione completamente diversa e perfettamente plausibile (anzi, forse più plausibile dell’originale). Soluzione che sostiene, e dimostra, che il vero assassino non è quello dichiarato, e rivelato, al termine del romanzo.

Con questo tour de force Bayard intende farci capire che, sotto la superficie del romanzo originale, la Christie ha inteso seppellirne un altro, ben più profondo, il cui disvelamento è completamente lasciato al lettore (e il fatto che la Christie fosse moglie di un archeologo, e grande appassionata di scavi per proprio conto, non può che indurre alla riflessione).

Gèrard Genette, in Figures III, uno dei testi fondamentali di teoria della narrazione, cita proprio il Roger Ackroyd della Christie, assieme ad Armance di Stendhal, come esempio del cosiddetto racconto «a focalizzazione interna fissa» (ovvero, un testo nel quale tutto il racconto passa attraverso il punto di vista del narratore); racconto in cui, a un certo punto, ha luogo una «parallissi» (ovvero, l’omissione di un’azione o di un pensiero importante, che il narratore sceglie di dissimulare al lettore). In Armance si tratta dell’impotenza sessuale del narratore; nell’Ackroyd… beh, bisogna leggerselo.

La stessa intuizione, a proposito del Roger Ackroyd, l’ha avuta anche Roland Barthes, in S/Z, che definiva la «scorrettezza» della Christie con l’espressione ben più accademica di «mescolanza dei sistemi».
Si legge nel volume di Bayard, poi, che l’ultimo scritto lasciato da Georges Perec era, per l’appunto, un saggio sul Roger Ackroyd; saggio rimasto purtroppo incompiuto, ma del quale sono apparsi estratti sulla rivista Littérature.

Gran parte dei romanzi della Christie nasconde un doppio (a volte addirittura triplo) livello di lettura. La cosa più impressionante, per citarne una, e che a distanza di quarant’anni la Christie ripete pari pari, forse in maniera ancor più sottile, la scelta stilistica del Roger Ackroyd in quello che a mio avviso è il suo capolavoro assoluto, Endless Night (Nella mia fine è il mio principio, 1967).
E, ancora, la terza variazione sul medesimo tema (ma cronologicamente scritta per seconda, nel 1946: Curtain (Sipario, 1975).

Ma l’idea formante del Roger Ackroyd percorre come un fil rouge l’intera opera narrativa della Christie, il più delle volte mescolata ad altre fondamentali manipolazioni combinatorie della verità dei fatti.
Secondo Bayard (e si può essere d’accordo): «La varietà e la complessità delle situazioni proposte dalla Christie, se da un lato dovrebbero servire a rafforzare il modello di romanzo giallo proposto da Van Dine mediante la semplice proliferazione di opere basate sulle regole di Van Dine stesso, dall’altro lato servono invece ad esporre i punti deboli della teoria vandiniana. Alla fine, l’intera opera della Christie rivela una tale molteplicità di significati all’interno della quale ogni elemento, modificabile all’infinito, va preso con assoluta cautela».
Il che vuol dire, in estrema sintesi, che a forza di complicare le cose, e di suggerire sempre un secondo livello di lettura, la Christie finisce col dissolvere l’idea stessa di leggibilità del romanzo giallo così come appena teorizzata da Van Dine: ovvero, una e una sola soluzione (curioso, ancora, come già nel 1958 il titolo dato alla traduzione italiana di Ordeal by Innocence ponesse, forse inconsciamente, l’accento su questo aspetto cardine della poetica christiana: Le due verità).

Per concludere, vorrei ricordare quella che resta una delle più brillanti applicazioni post-christiane della teoria del punto di vista nel romanzo giallo: The Big Clock di Kenneth Fearing (Il grande orologio, 1946): un romanzo che, proprio come il Roger Ackroyd, esige l’intervento del lettore per poter funzionare.
Agatha Christie come precursore del nouveau roman? C’è da pensarci su.

Anzi, c’è quasi da vedere la dolce zia Agatha come la maestra di Patricia Highsmith.

LC


  1. Ottimo articolo, con il quale non posso che concordare.
    Pur non amando affatto, Agatha Christie, ne ho sempre apprezzato le pièce teatrali. E’ palpabile nei suoi romanzi una certa forzatura “poco organica” nelle descrizioni. La rappresentazione teatrale, come ad esempio “Trappola per topi” scorre notevolmente meglio rispetto alla sua forma romanzata.

  2. Ciao Luca.
    Sono un appassionato di letteratura poliziesca e adoro Agatha Christie tanto da farne oggetto della mia tesi di laurea (1995) in letteratura inglese. Come suo “fan” per alcuni anni sono stato anche socio dell’Agatha Christie Society e sono stato in Gran Bretagna per conoscere il nipote Mathew e sperare di avere l’autorizzazione alla pubblicazione della traduzione di un inedito che è presente nella mia tesi ma che la Mondadori ha pubblicato nel 1998 tradotto da altri.
    Sono un fan ma molto critico e condivido a pieno quello che tu scrivi a proposito dello stile e della lingua. ( Il marito archeologo la Christie lo sposò diversi anni dopo la pubblicazione di The Murder of Roger Ackroyd). E anch’io ritengo che Endless Nighti sia bellissimo ma poco apprezzato addirittura quasi misconosciuto.
    Peccato che la Mondadori si ostini a ripubblicare le vecchie traduzioni che, in molti casi – e lo so per certo perchè per la tesi ho riletto, con piacere, tutti i 66 romanzi – sono monche di interi periodi (a suo tempo avevo scritto alla casa editrice proponendo una revisione ma ovviamente no reply!).
    Sono arrivato al tuo sito per caso perchè volevo sapere se il libro di Bayard (comprato quest’estate in una libreria irlandese e che ho cominciato a leggere ieri) è stato tradotto in italiano. Se no, mi piacerebbe proporla. Ma non immaginavo tu fossi un traduttore!

  3. Ciao Leonardo

    quella delle traduzioni della Christie è ormai una storia vecchia. Purtroppo il grosso guaio è che al momento il Giallo Mondadori non ha la forza economica, all’interno della casa editrice, per ritradurre più niente. Tutte le ristampe pubblicate da qualche tempo si limitano a riproporre le vecchie traduzioni che, nella maggior parte dei casi, Christie o no, sono assai tagliate/rimaneggiate eccetera. Speriamo che si muova qualcosa, prima o poi.

    Per quanto riguarda il libro di Bayard, qualche anno fa avevo sentito dire che un editore italiano (non so chi) ne aveva acquistato i diritti, ma poi non ne ho saputo più niente. Comunque, prroprio nei mesi scorsi, la Excelsior 1881 ha pubblicato “Il caso del Mastino dei Baskerville” (preceduto da “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”), e non è da escludere che stiano pensando a proporre anche il libro sull’Ackroyd..

    A presto, luca

  4. E’ bello che tu chiami Nella mia fine è il mio principio/Endless Night il suo capolavoro assoulto;lo sento nomiinare molto raramente.
    Anch’io sono cresciuto a pane e Christie -mia mamma ne ha una settantina, e li leggevo da piccolo- ma nella mia fine è il mio principio l’ho letto molto più tardi (estate 1994 oscar mondadori comprato in vacanza) quando ormai pensavo che Agatha non potesse più stupirmi.
    Mi ricordo un paio di anni più tardi durante un seminario di tedesco si parlava di narratori inaffidabili,il professore citò l’Ackroyd e io dissi che la Christie aveva ripreso la stessa formula successivamente in maniera molto più elegante.
    Sebbene Agatha sia sempre una lettura (e rilettura) piacevole, direi che questo romanzo è l’unico che si staglia nettamente nella mia memoria.
    E tuttavia non posso fare a meno di notare che esso esemplifica bene anche tutti gli aspetti che trovo più sgradevoli nella sua opera:
    predisposizione al male come debolezza intrinseca e tara genetica; trasgressioni che all’inizio vengono presentate come innocenti ma in realtà dal punto di vista estremamente conservatore della Christie sono il segnale di una corruzione morale più profonda; sfiducia verso gli stranieri (qui gli zingari).
    Mi è difficile pensare a secondi o terzi livelli di lettura quando ormai, rileggendo i vecchi gialli e nel raro caso in cui ne trovo qualcuno che non avevo ancora letto, individuo il colpevole non perchè risolvo l’intreccio, ma perchè cado come un filo a piombo sul personaggio che “deve” essere colpevole in base alla sua visione del mondo.

  5. ciao!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    mi piace molto agata e forse faremo una rappresentazione teatrale di uno dei suoi romanzi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!😉

  6. Ottimo articolo, complimenti.
    A circa un anno di distanza il libro è stato tradotto e pubblicato anche in italiano, proprio da Excelsior 1881.
    http://www.excelsior1881.eu/catalogo/bookshow.php?id=113

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