lconti

LIBRI AUTOTRADOTTI?

In books, traduzione on luglio 11, 2008 at 15:10

Immagino che qualcuno abbia letto su Repubblica dell’uscita di una nuova collana (www.espressonline.it/shortstories) che raccoglie famosi racconti della narrativa angloamericana con testo a fronte e «note linguistiche». lI primo, ovvero The Short Happy Life of Francis Macomber di Ernest Hemingway, è in edicola da oggi, e altri nove volumetti seguiranno a scadenza settimanale.

Da qualche giorno, com’è ovvio, il gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso pubblicizza questa iniziativa. Ieri, su Repubblica, è apparso un articolo molto generico di Stefano Giovanardi; oggi, invece, ben due pezzi: uno, l’ennesimo catalogo di banalità e luoghi comuni sulla traduzione, firmato da Irene Bignardi, l’altro – ben più serio e documentato – di Nadia Fusini.

Chi, come il sempre ottimista Luca Conti, all’annuncio (la scorsa settimana) di tale iniziativa, aveva pensato che, trattandosi di una serie che ha come oggetto proprio la traduzione e il suo confronto col testo originale, l’apporto dei traduttori medesimi sarebbe stato una buona volta messo in doveroso risalto, ha subito dovuto constatare che no, manco per il piffero.

Nell’articolessa di Giovanardi – in mezzo a una valanga di considerazioni più o meno condivisibili, ma tutte molto generiche – non si faceva il minimo accenno a chi avesse tradotto l’Hemingway. Va be’, mi sono detto, sarà per domani.

Stai fresco.

Il pezzullo di Irene Bignardi se ne guarda bene (però ci informa che Eco ha certe volte parlato della traduzione, che nel film Lost in Translation l’argomento è appunto quello, e che in italiano quando si parla di traduzione la prima frase che viene in mente è «traduttori traditori»), dicendo invece che tale iniziativa sarà soprattutto utile al lettore per «litigare direttamente con i traduttori» (a patto, immagino, di sapere chi siano).

Solo a tre quarti buoni del pezzo di Nadia Fusini – e comunque sepolto in un inciso – il lettore ignaro scopre, ammesso che a ‘sto punto gli interessi ancora, che per il Macomber è stata usata la versione italiana di Vincenzo Mantovani e non già quella di Guidobaldo Scaccabarozzi.

Farlo notare, magari, poteva pure essere interessante, visto che di traduzioni italiane del Macomber ne esistono due (l’altra è quella storica di Giuseppe Trevisani).

Non basta. Curioso come al solito, acquisto oggi il volumetto per scoprire che in copertina non è citato il nome del traduttore (ma che strano, per una serie col testo a fronte) così come non ne è fatta menzione nel frontespizio, in barba a ogni regola. Solo districandosi nel controfrontespizio, sotto il copyright della Mondadori, il lettore ficcanaso scoprirà il legittimo nome di colui che ha in effetti reso possibile l’intera operazione.

In sintesi, perché l’ho fatta lunga, tutta questa faccenda mi sembra abbastanza imbarazzante (e non entro nel merito delle «note linguistiche»), soprattutto perché mi chiedo a chi e a cosa serva una tale collana, se fatta in questo modo.

E se davvero la finalità dell’operazione era quella di porre l’accento sulla comparazione dei testi, non ci voleva molto a chiedere ai traduttori dei singoli racconti un contributo che spiegasse il perché delle loro scelte, il modo di affrontare il testo e tante belle cose che la categoria cui appartengo continua a reclamare da tempo quasi immemorabile.

In questo modo, invece, si tratta dell’ennesima occasione perduta, che continua inoltre a perpetuare nella mente del lettore nostrano quel fenomeno ormai mitologico per il quale, è noto, i libri e i racconti scritti in una qualche lingua straniera riescono brillantemente ad autotradursi in italiano.

LC

  1. […] nostri omaggi 12 07 2008 Un intervento interessante a proposito della recente iniziativa gadget-letteraria del gruppo […]

  2. Grazie, LF. A saperlo, che eri da Paul Weller, ci vedevamo lì.

  3. Ancora una volta seppellito dalla congiura del silenzio.

    Guidobaldo Scaccabarozzi

  4. Sai che il link di presentazione l’ho guardato adesso… Martin Amis, Carrier Moves, Passaggi di carriera. Ma siamo proprio sicuri sicuri? Sigh.

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