lconti

Archive for novembre 2008|Monthly archive page

JAMES CRUMLEY, IL CASO SBAGLIATO

In books, James Crumley on novembre 25, 2008 at 10:22

wrong-case

Da oggi in libreria.

Einaudi Stile Libero, 364 pagine, 17 euro e 50.

Traduzione di Luca Conti.

Ecco come inizia.

*****************

Mai andare a letto con una donna più incasinata di te

– Lew Archer

1

Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.

Il mio ufficio ha sede al terzo piano del Milodragovitch Building. Ho ereditato il palazzo da mio nonno, ma gran parte dei profitti finisce nelle tasche di una società di gestione immobiliare, in quelle della mia prima moglie e in quelle degli eredi della seconda. A me sono rimasti un affitto vantaggioso e un fantastico panorama. Fantastico, certo, almeno quando il vento dell’est non ci massacra con i fumi della cartiera, o quando un’inversione termica non tappa la Meriwether Valley come un tappo su un pozzo solforoso. Dalle finestre a nord il mio sguardo può spaziare per tutto il bacino di scolo di Hell-Roaring fino ai tre acri di bosco, appena sotto le cime più basse del Diablo Range, che ho anch’essi ereditato da mio nonno. E dalle finestre a ovest, se non faccio caso alla squallida periferia occidentale di Meriwether, la vallata si stende come un lussureggiante tappeto verde che corre tra ripidi crinali rocciosi. Sul versante nord della vallata, invece, si staglia imponente lo Sheba Peak, su cui la neve indugia fino a estate inoltrata, una montagna bianca e conica come il seno di una giovane donna, una donna concepita negli strani sogni di un lurido minatore, un sogno che solo l’oro e l’argento possono comprare.

A differenza delle mie prospettive, il panorama meritava un brindisi, cosa che feci. Da quando avevo ipotizzato che i matrimoni in via di sfascio si sarebbero sistemati da soli, senza la mia assistenza professionale, quelle prospettive erano numerose ma anche improbabili. Potevo darmi a tempo pieno al recupero delle macchine usate e dei mobili a buon mercato così soavemente promessi dalle finanziarie, inseguendo cattivi pagatori come un segugio spuntato fuori da un inferno economicamente solvibile. Potevo, come no; ma sapevo che non l’avrei fatto. Come non avrei certo potuto vivere con i quarantasette dollari e spiccioli avanzati dall’affitto mensile dell’ufficio, né risolvermi a tagliare il mio bosco per farne legna, né – ancora – convincere il fondo che gestiva i beni del mio defunto padre a mollarmi parte delle sue fortune prima del mio cinquantacinquesimo compleanno. L’unica consolazione era che dalla bottiglia dell’ufficio sarebbe scappato un altro drink, accompagnato dall’ennesima occhiata circolare alla ricerca di qualsivoglia cosa di valore in quella stanza.

La grande cassaforte nell’angolo, un vecchio modello che aveva visto le glorie di mio nonno banchiere, era vuota, fatta eccezione per duemila dollari di losca provenienza che ero riuscito a sottrarre alle grinfie delle tasse. I tre schedari da parete erano pieni di resoconti di matrimoni falliti, privi di ogni valore anche per quei poveri disgraziati che ne erano oggetto. Il ritratto del mio bisnonno era opera di un celebre (anche per la sua ubriachezza) pittore del West, e magari valeva anche qualcosa, ma l’idea di mettere in vendita il mio antenato mi sembrava ben poco opportuna. Prima, senza dubbio, sarebbe toccato agli alberi. O alla vecchia scrivania e al tappeto orientale, che avevano un’aria abbastanza malconcia da essere presi per pezzi d’antiquariato, solcati com’erano da bruciature di sigaretta e lordi dei detriti di dolore e indignazione che si erano staccati da tutti i mariti e le mogli che, in preda all’agitazione, erano transitati nel mio ufficio. L’età e il rimpianto, ecco gli unici attivi e passivi del mio conto economico.

Ma, come tutti gli uomini che bevono troppo, avevo trascorso gran parte della vita a rimuginare sul mio sciagurato futuro, e la faccenda aveva smesso di divertirmi. Così mi sparai un altro drink e mi accostai alle finestre a nord per scrutare gli allegri lavoratori di Meriwether. Un tempo i Milodragovitch erano stati dei veri pezzi grossi, in città, ma ormai l’unico modo che mi era rimasto per guardare qualcuno dall’alto in basso era quello di andare su in ufficio e affacciarmi alla finestra. La pausa pranzo era ormai terminata e la gente si affrettava a rientrare al lavoro, tornando in ufficio o in negozio a bordo di macchine con l’aria condizionata, anche se il clima era più primaverile che estivo. Io, che di macchine con l’aria condizionata non ne avevo mai avuta una, potevo quindi sentirmi un po’ superiore. Almeno fino ad agosto.