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HILLARY WAUGH E IL POLICE PROCEDURAL

In books, Hillary Waugh, Lawrence Treat on dicembre 30, 2008 at 14:36

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Scomparso l’8 dicembre 2008, alla bella età di 88 anni, Hillary Waugh non è mai stato considerato uno dei grandi del poliziesco; piuttosto un serio e prolifico artigiano – ben 48 romanzi, dal 1947 al 1988, diversi dei quali firmati con vari pseudonimi – la cui produzione si è sempre mantenuta su un onesto livello medio. Uno dei tanti buoni autori, insomma, di cui è piena la lunga vicenda del giallo americano del dopoguerra. In realtà il semidimenticato Waugh, che ha comunque visto tradotti in italiano 24 suoi romanzi, tra Mondadori e Garzanti, detiene un posto di rilievo nella storia del mystery per aver scritto nel 1950 (e pubblicato nel 1952) il libro che ha reso popolare al grande pubblico un sottogenere del giallo quale il cosiddetto police procedural, ovvero la minuziosa ricostruzione di un’indagine dal punto di vista dei detective ufficiali e non, come aveva codificato la Golden Age una trentina d’anni prima, da quello di un investigatore dilettante il cui aiuto, il più delle volte, veniva chiesto dalla stessa polizia per uscire dai pasticci. Sto parlando di Last Seen Wearing (in italiano È scomparsa una ragazza), quarto romanzo del Nostro ma l’unico ancora oggi citato nei testi di storia del giallo.

Gli stessi testi si affrettano, peraltro, a specificare che il libro di Waugh non è stato il primo nel suo genere, citando come antesignano V as in Victim, romanzo (scritto nel 1945 e, purtroppo, mai tradotto in italiano) dell’ancor più dimenticato Lawrence Treat (pseudonimo di Lawrence Arthur Goldstone, 1903-1998). Il che è senza dubbio vero.

Ma, per sapere com’è andata, lasciamo la parola allo stesso Waugh, ripescando un estratto da un saggio sul police procedural da lui scritto per l’eccellente volume «The Mystery Story», a cura di John Ball, pubblicato dalla University of California nel 1976. La traduzione è mia.

(Per chi avesse voglia di leggerlo, avventurandosi in qualche ricerca sulle bancarelle di libri usati, È scomparsa una ragazza è stato pubblicato da Garzanti nel 1954 e ristampato nei Classici del Giallo Mondadori nel 2002)

Presi la decisione di scrivere un giallo la cui trama fosse inventata di sana pianta, ma che potesse dare al lettore l’impressione che gli avvenimenti in esso descritti fossero realmente accaduti. E, visto che non si trattava più di mettere in scena, come protagonista, un investigatore privato o una coppia di giovani dilettanti che inciampavano in un caso d’omicidio, ma sceriffi, capi della polizia e agenti investigativi, questo significava (almeno per me) un approccio alle tecniche di scrittura completamente diverso da quello che avevo utilizzato fino a quel momento.

Per farla breve, mi misi al lavoro e sfornai il mio romanzo. Eravamo nel 1950 e la trama si imperniava sull’omicidio di una giovane studentessa; risolto, come accade nella vita di tutti i giorni, grazie agli sforzi di chi si occupa di simili faccende per lavoro, vale a dire i poliziotti professionisti. A mia conoscenza, nessuno prima di allora si era mai cimentato in un tentativo del genere.

In realtà c’erano un sacco di cose che non sapevo, a quei tempi, non ultima l’esistenza di una serie di fermenti sotterranei (inclusi i miei, com’è ovvio) destinati a venire alla luce tra il 1950, anno di stesura di Last Seen Wearing, e gli ultimi mesi del 1952, anno della sua pubblicazione. Fermenti che contribuirono alla nascita di un genere poi battezzato police procedural.

È opinione comune che il primo giallista a essersi servito di poliziotti professionisti, che agiscono nel loro habitat naturale e risolvono crimini avvalendosi di autentiche tecniche d’indagine, sia stato Lawrence Treat col suo libro V as in Victim, pubblicato nel 1945 e seguito da The Big Shot, in cui appaiono i medesimi protagonisti. Ma, riconosciuto senza problemi a Larry tutto ciò che gli è dovuto, non ritengo sia corretto definirlo il «padre» del police procedural, perché questo implicherebbe l’immediata esistenza, a metà degli anni Quaranta, di un robusto nucleo di altri scrittori pronti a seguire le sue orme. Non è andata così: Larry era in netto anticipo sui tempi, e ci volle un bel po’ prima che qualcun altro decidesse di raccogliere le sue intuizioni. Infatti, per citare proprio Larry, «Ho scoperto di scrivere procedurals solo nel momento in cui qualcuno ha inventato una tale definizione e l’ha applicata alle mie opere.»

Se mai c’è stato un padre del procedural, secondo me, non può trattarsi che della serie radiofonica Dragnet, il cui successo ha forse creato il campo d’azione del genere o ha, più semplicemente, contribuito a farlo arrivare al momento giusto, così come preannunciato dai romanzi di Larry Treat. Comunque sia andata, ritengo che a Dragnet spetti senz’altro la primogenitura, perché se è vero che nessuno degli autori di procedurals di mia conoscenza indica quella celebre serie radiofonica come ispirazione (visto che, per la maggior parte, hanno iniziato a cimentarsi nel genere quando Dragnet si era già conclusa da un pezzo), è altrettanto vero che le potenzialità insite nell’ambientare un romanzo all’interno di una stazione di polizia furono portate all’attenzione generale dalle avventure di Joe Friday e dei suoi uomini.

La verità è quindi che il police procedural, all’epoca ancora non definito come genere, è nato nell’intervallo tra la stesura e la pubblicazione del mio Last Seen Wearing; tanto che, alla sua uscita, molti recensori si affrettarono a parlarne come di di una trasposizione romanzata delle atmosfere di Dragnet. Anche se inesatta, quindi, una simile reazione critica mette in ulteriore evidenza la connotazione di capostipite che è giusto attribuire a Dragnet.

Spostare l’accento dell’indagine verso la polizia, invece di sottrarlo alla polizia stessa, come avveniva dapprima nel classico whodunit e poi, negli anni Quaranta col fenomeno dell’investigatore privato di stampo hard-boiled, ha rappresentato un mutamento radicale nei caratteri del romanzo giallo, così come dimostrato dagli autori che hanno seguito le mie tracce: Ed McBain, John Creasey/J.J. Marric, Elizabeth Linington/Dell Shannon, Maj Sjöwall & Per Wahlöö e moltissimi altri.

HOW TO BE COOL

In Duke Ellington, music on dicembre 28, 2008 at 20:01

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Tanto per dire come siano cambiati i tempi: nel 1969 la Olivetti ingaggiava Duke Ellington come testimonial…

HUGUES PAGAN

In books, Hugues Pagan on dicembre 28, 2008 at 18:52

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La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume includeva anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.

Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi
(Walt Kelly, Pogo, 1971)

Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar.

Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama «Chess» – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.

E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess,  anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ciò che sembra.

Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotatzione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.

La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del noir transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ’20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ’70 e ’80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ’50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.

E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.

Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.

Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

GOODBYE, HAROLD

In books, Harold Pinter on dicembre 25, 2008 at 20:37

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Harold Pinter (10 ottobre 1930 – 24 dicembre 2008)

‘’La vita di ciascuno di noi è sempre minacciata e incerta. Viviamo nella repressione e fingiamo di vivere nella libertà’’.

JONATHAN LATIMER

In books, Jonathan Latimer on dicembre 24, 2008 at 21:15

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Forse il più trascurato tra i grandi romanzieri hard-boiled degli anni Trenta (anche se, di tutti, è quello che è invecchiato meglio),  il mio prediletto Jonathan Latimer (1906-1983) è stato anche un intraprendente giornalista d’assalto nella Chicago del Proibizionismo, nonché uno dei più ricercati sceneggiatori cinematografici degli anni Quaranta e, dal 1959 al 1972, televisivi (molti dei telefilm di Perry Mason e alcuni dei migliori Colombo, come lo spettacolare Il terzo proiettile, sono opera sua).

Per ricordare questo autore fin troppo misconosciuto, malgrado tutti i suoi romanzi siano stati tradotti e pubblicati in italiano fin dagli anni Cinquanta, ho recuperato e aggiornato un mio vecchio pezzo su Latimer scritto oltre sei anni fa, e in origine pubblicato come postfazione alla ristampa della Dama della morgue (Einaudi Stile Libero, 2002).

Il pezzo è abbastanza lungo (ma, visto che è Natale, forse avrete più tempo per leggere), e lo trovate qui.

Auguri a tutti,

LC

TUTTI I RACCONTI WESTERN – RASSEGNA STAMPA (1)

In books, Elmore Leonard on dicembre 13, 2008 at 17:10

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Nel luglio scorso, sulle pagine del Giornale, il mio quasi omonimo Luca Crovi ha recensito “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard. Ecco qui:

“Il western? Macché eroi. Erano ubriaconi”

di Luca Crovi

Esce un’antologia di racconti di Elmore Leonard, lo scrittore americano che ha rivoluzionato il modo di narrare la Frontiera. “Non era un mondo di uomini coraggiosi ma di codardi senza distinzioni tra buoni e cattivi”

I dialoghi delle sue storie sono come pallottole e sono cinquant’anni che continua a centrare il bersaglio con i suoi noir e i suoi western. Autentico e infallibile pistolero della narrativa pulp lo scrittore americano Elmore Leonard ha visto Hollywood costruire con successo film come Joe Kidd, Hombre, 52 Gioca o muori, Out of Sight, Get Shorty, Jackie Brown e Be Cool, tratti da sue storie, e ha avuto nel tempo la fortuna di essere lanciato e promosso da suoi grandi fan come Saul Bellow, Martin Amis, Stephen King, Quentin Tarantino e Steven Soderbergh che hanno sempre sostenuto l’unicità e l’originalità del suo stile. Ma prima di essere considerato un grande maestro della letteratura noir-poliziesca grazie a opere come Il grande salto, Casino, Dissolvenza in nero e Get Shorty, il nostro Leonard aveva già alle spalle una robusta carriera di autore di western, genere che aveva iniziato a frequentare a partire dal 1951, anno in cui aveva prodotto il suo primo racconto intitolato La pista apache.

Proprio a questo genere narrativo, che Leonard ha frequentato con successo pubblicando racconti su riviste come Argosy, Dime Western Magazine, Western story Magazine, Zane Grey’s Western è dedicata l’eccellente antologia Tutti i racconti western (Einaudi, pagg. 676, euro 20) che contiene trenta storie doc, interamente dedicate dallo scrittore di New Orleans al mondo della Frontiera. Avventure on the road che hanno per protagonisti vicesceriffi disposti a tutto pur di scortare in prigione incalliti criminali; scout abituati a seguire le piste degli indiani ribelli nei luoghi più impervi; apaches per i quali è pericoloso separarsi dai propri amuleti e disposti a qualsiasi tipo di scorreria; mogli di ufficiali capaci di sopravvivere a razzie e stupri; avventurieri alla ricerca di tesori nascosti e miniere misteriose; militari destinati a subire agguati o a sventarli; ladri di bestiame e cacciatori di bufali pronti a sfidare in maniera beffarda il destino avverso; banditi pronti ad infuocare saloon e ghost town; giacche blu capaci di sfidare i pellerossa in improbabili duelli all’ultima tazza di tizwin (la pestilenziale birra mescalero); soldati di colore capaci di salvare a Cuba le milizie dei gloriosi Rough Riders.

Fra queste incredibili storie contenute nel prezioso omnibus Einaudi tradotto da Luca Conti ce ne sono tre che hanno costruito lo spunto per classici del western come I tre banditi, Quel Treno per Yuma e Io sono Valdez ma praticamente tutti i racconti siglati da Leonard avrebbero potuto essere ottimi soggetti cinematografici. Lo stile pulp adottato da Leonard per queste storie che esplorano in maniera realistica il mondo della Frontiera lo accosta per certi versi a narratori tradizionali come Zane Grey e Louis L’Amour più che a innovatori contemporanei di questo genere come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale, ma sin dalle prime pagine emerge non solo una profonda passione dello scrittore per le situazioni nere ma anche una profonda conoscenza sia degli usi che del linguaggio dell’epoca. Nel periodo in cui Elmore Leonard scrisse questi racconti la sua metodologia di stesura è stata sicuramente desueta, come ci ha raccontato lui stesso: «Ero costretto a svegliarmi molto presto alla mattina, intorno alle 5 e mi sforzavo di scrivere più pagine possibili prima di mettere su il caffè e fare colazione. Dovevo cercare assolutamente di finire un racconto o di arrivare a buon punto prima di uscire di casa per andare a lavorare. All’epoca scrivevo testi pubblicitari per la Campbell-Ewald Advertising e non ero sicuro che sarei riuscito a sbarcare il lunario solo con i miei racconti».

La scelta di un genere come il western non è stata d’altra parte per Leonard un’esigenza creativa bensì contingente: «Avevo cominciato a scrivere racconti subito dopo essere ritornato dalla guerra ed all’inizio ero stato anche così fortunato che mentre ero iscritto all’Università una delle mie storie era arrivata fra le prime dieci di un concorso indetto dalla Facoltà di Lettere e filosofia di Detroit. Ma in realtà per lungo tempo non sono riuscito a piazzare neppure uno dei miei racconti ad alcun editore. Siccome negli anni Cinquanta il western era il genere letterario più popolare e il più richiesto dalle riviste pulp ho pensato che forse valeva la pena di tentare di scrivere proprio storie di Frontiera. Così mi sono documentato accuratamente sul periodo e i luoghi e ho cominciato a raccontare quel mondo seguendo la mia sensibilità. In particolare, mi sono concentrato su due elementi che all’epoca erano molto popolari e mi sembravano importanti da esplorare: la vita degli apaches e quella della Cavalleria. Quello che non ho mai fatto invece è cercare di raccontare il confronto fra un buono e un cattivo che si incontrano sulla strada nel Selvaggio West e si affrontano sfoderando le loro Colt. Questa idea del duello fra l’eroe e la sua nemesi che si risolve sempre con una gara di tiro alla pistola non mi ha mai convinto. E dubito che nella storia del West siano mai successi eventi del genere. In realtà le cronache del periodo ci testimoniano situazioni molto diverse in cui spesso tizi assetati di vendetta entravano nei saloon e sparavano ai loro avversari alle spalle vedendoli seduti al bancone. Posso assicurarle che nella maggior parte dei casi non riuscivano mai a centrare i loro bersagli».

Ma nonostante Leonard si sia trovato molto a suo agio nel raccontare la Frontiera per almeno una decina d’anni, riscuotendo successi sia di critica che di pubblico, a un certo punto della sua carriera si è visto in qualche modo costretto a cambiare genere e a scegliere la linea narrativa del noir: «Ho smesso di scrivere storie western quando la televisione ha cominciato a uccidere con i suoi serial quel tipo di narrativa. La televisione ha rivoluzionato la narrativa popolare spiazzando tutte le altre forme di intrattenimento dell’epoca. Verso la fine degli anni Cinquanta c’erano circa una trentina di serie televisive western che cominciarono letteralmente a spopolare. Per la maggior parte si trattava di fiction che non mi piacevano e che trovavo stereotipate e piene di cliché. Sono stato così costretto in maniera brusca a interrompere la mia produzione western perché le riviste pulp hanno cominciato ad avere serie difficoltà editoriali».

«Fino ad allora – continua Leonard – mi ero trovato a scrivere storie con un’ambientazione storica ben precisa ma che mi permettevano una certa libertà di divagazione e di invenzione. Passando al noir ho dovuto misurami con la contemporaneità. E visto che non amavo l’idea di scrivere l’ennesima storia con un’investigatore privato e non volevo nemmeno seguire certi schemi seriali ho preferito esplorare il lato oscuro, quello della criminalità cercando ogni volta di cambiare ambientazione: da Detroit ad Atlantic City, da New Orleans a Las Vegas. Ho così costruito storie nelle quali ho voluto che fossero soprattutto i dialoghi dei miei protagonisti a scandire le loro vicende e a renderli veri agli occhi dei lettori».

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (1)

In books, James Crumley on dicembre 11, 2008 at 10:55

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D – La Repubblica delle Donne parla, nel numero della scorsa settimana, della nuova edizione del Caso sbagliato di James Crumley. Ecco cosa scrive Tiziano Gianotti:

Non se la passa molto bene oggi, il noir: tutti si danno a scrivere thriller, ché il melodramma fa molta più cassetta. Ragione in più per non perdere un buon esemplare, il primo della serie di Milodragovitch, anno di nascita ’75, lo stesso di I ragazzi del coro di Wambaugh. James Crumley porta il noir nel West, nell’immaginaria cittadina di Meriwether, e apre una nuova stagione del genere, come in altro modo Joseph Wambaugh. Valga l’inizio, dopo la presentazione del protagonista e una panoramica sul paesaggio: uno scippo che è una danza di morte del ragazzo, investito e sballottato tra alcune auto, una scena tutta grigio e assurdo con una goccia di ironia macabra, che termina con lo scippatore incastrato sotto il paraurti dall’auto guidata da un’anziana signora entrata nel traffico con una manovra vietata. Un lungo magistrale paragrafo e il tono è dato. Milodragovitch, per tutti Milo, torna alle proprie occupazioni: tenere a bada la sbronza sempre prossima, osservare la routine della vita in strada, masticare rimpianti e buoni propositi. Figuriamoci. La donna che entra in scena la conosciamo, è il tipo giusto: capelli rossi lunghi, le lentiggini del caso, una ragazza di 35 anni, il corpo levigato e sodo (“come il manico di un’ascia”, dirà poi Milo) in un vestito rosa, e un rossetto dal colore improbabile, perfetto per la sua bocca. Si chiama Helen Duffy, continua a ripetere “mi spiace”, il mantra dell’imbranato, ed è venuta fin lì dallo Iowa in cerca del fratello, scomparso. Un giovanotto stravagante, fanatico di storia del West, finito a Meriwether per la tesi di dottorato. Non andrà tutto a meraviglia, in questo primo incontro, eppure Milo sa che farà qualsiasi cosa per la bella Helen, che “sembrava saltata fuori da un’epoca migliore e meno complicata”. La vecchia storia dell’innocenza, delle donne e dell’America, miti duri a morire. Ma quel che conta è la figura di Milo, delineata con vigore e ruvida tenerezza, 39 anni di disperazione trattenuta che s’accendono di speranza davanti a una gattamorta dell’Iowa. Un uomo che sa riconoscere “il silenzio dei giovani” in una ragazza sciupata e rispettarlo, “il silenzio della frustrazione e dell’angoscia per chissà quali perdite senza nome”. Sono le frasi di concisa consapevolezza, le digressioni e i dialoghi a definire la statura letteraria di Crumley. Tre anni ancora e L’ultimo vero bacio ne darà conferma.

ELMORE LEONARD, KILLSHOT

In books, Elmore Leonard on dicembre 10, 2008 at 20:47

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Questa è la copertina del mio prossimo Leonard, in uscita a maggio 2009. E’ apparsa nei giorni scorsi su www.elmoreleonard.com, con un buffo commento di Gregg Sutter, amministratore del sito nonché researcher per Elmore:

“Elmore and I were knocked out by this Einaudi cover for Killshot, to be published in 2009.  The Italians did it again!  They get it!”

DARK WAS THE NIGHT, COLD WAS THE GROUND

In books, James Crumley, James Sallis on dicembre 9, 2008 at 22:05

blindwilliejohnsonInsomma stasera a Milano fa freddo minaccia di nevicare io sono allo stesso tempo a casa ma lontano da casa e dovrei andare avanti col libro che sto traducendo ma non ne ho voglia mentre mi piacerebbe farmi una bevuta con James Crumley sentirlo raccontare qualche storia incredibile di quelle che capitavano solo a lui.

Il titolo di questo post è rubato al brano del 1927 di Blind Willie Johnson: forse, come dice James Sallis, il capolavoro immortale della musica americana.

Quello che segue è un vecchio pezzo di Carlo Lucarelli sull’ Ultimo vero bacio, apparso nel 2004 sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un’idea che hanno in testa, questa idea diventa un’ossessione, si fa scrivere una parola dopo l’altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce. Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece, diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E’ la storia dell’Ultimo vero bacio, di James Crumley, un noir (uscito nel ’78), un hard boiled, che viene dopo Il grande sonno di Raymond Chandler, che l’hard boiled ha contribuito a fondare, e come Il grande sonno rompe le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano il genere, tanto che come Crumley dice di essere “figlio illegittimo di Raymond Chandler”, ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E questa è l’ultima cosa che si può dire di L’ultimo vero bacio, che è un romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino all’ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente come James Crumley quando l’ho visto per la prima volta: un omone con una pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la DEA, l’antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c’è moltissimo di tutto questo in lui, un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare che esca dall’ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe un’altra cosa, un’altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose, per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo prima. E per l’ingaggio non c’è altro che ottantasette dollari. Chiunque, qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la lettura, e poi c’è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto rovinare con una parola di troppo.

Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine, erano abbastanza stinte: bere un po’ troppo, essere un po’ cinico ma non molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L’Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di Ellroy e degli altri scrittori “cattivi” come lui e anche di più, ha cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale. Quell’attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E’ bello L’Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C’è un’altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito, perché l’avrei detta io se non l’avesse scritta lui, una cosa che si può dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento».