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VOGLIO DIRE, COME FATE A SAPERE QUELLO CHE FARETE, FINCHÉ NON LO FATE?

In books, J.D. Salinger, traduzione on gennaio 31, 2009 at 11:25

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Un piccolo ricordo di Adriana Motti, autrice di una delle traduzioni più famose nella storia dell’editoria italiana.

La signora Motti è scomparsa il 12 gennaio, ultraottantenne e, come capita sempre quando ci sono di mezzo i traduttori, la notizia è passata quasi completamente sotto silenzio, a parte un breve articolo di Nico Orengo sulla Stampa e una lettera inviata al Giornale dal nipote della stessa Adriana. Anche il sito web della Einaudi non ne ha fatto cenno. Eppure il romanzo di Salinger è stato (e forse lo è ancora) uno dei titoli più venduti di tutto il suo catalogo: basti pensare che è presente nelle librerie italiane fin dal 1961, senza interruzione (e la copertina che ho riprodotto, quella dell’edizione 1964 in mio possesso e firmata da Ben Shahn, è purtroppo sparita dalle ristampe successive).

Adriana Motti ha tradotto molti altri romanzi, almeno una quarantina, ed è stata per oltre vent’anni la compagna di un importante critico letterario quale Giacomo Debenedetti.

Per quanto mi riguarda, la sua traduzione di The Catcher in the Rye è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare questo mestiere. Quando l’ho letta per la prima volta, mica lo sapevo. Ma d’altra parte, come dice Holden Caulfield nell’ultimo capitolo del libro, “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate?”.

Io l’ho fatto, e adesso lo so.

Grazie, Adriana.

LC

STAN RIDGWAY

In music, Stan Ridgway on gennaio 30, 2009 at 22:52

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Ma quanto sarà bello, ‘sto disco?

Sì, lo so che ha già dieci anni, che dopo ne sono usciti altri due eccetera eccetera, ma sarebbe anche l’ora di farne un altro…

E vi ricorda qualcosa, la copertina?

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IL COLPO SEGRETO DI SALLIS

In books, James Sallis on gennaio 13, 2009 at 18:58

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Su D – La Repubblica delle Donne, Giuliano Aluffi ha intervistato James Sallis.

Dopo le vicende del precedente Il bosco morto, Turner è diventato aiuto sceriffo a Cripple Creek, cittadina del Tennessee. Il ritrovamento di un mucchio di dollari nell’auto di un malvivente fermato per eccesso di velocità dà il via a un’indagine insidiosa, con finale tragico e inaspettato. Ma la trama non è l’elemento più importante di La strada per Memphis, è solo ciò che tiene insieme le scene tratteggiate con maestria da un Sallis che illumina con dialoghi taglienti e malinconici un panorama umano in cui dolore e speranza sono incatenati insieme dal filo dei ricordi. Di ciò che è stato, di ciò che non sarà mai più.

Che posto riserva nella sua bibliografia ai tre romanzi con Turner?

Gli scrittori amano mettere ostacoli sul proprio cammino, e io non faccio eccezione. Nella trilogia di Turner la mia sfida era rendere credibile un personaggio così complesso: un veterano del Vietnam, uno che da poliziotto ha sparato al suo partner ed è finito in prigione per anni, studiando in cella per diventare psicoterapeuta. E poi volevo raccontare l’estinzione delle piccole città americane del Sud, l’eclissi di quel modo di vivere.

Perché le ambientazioni del Sud statunitense danno così tanto al mystery?

Il Sud rurale suggerisce l’illusione di una cultura persistente, eterna perché reazionaria e lussureggiante come le paludi della Louisiana e i delta fluviali boscosi dei primi pittori americani. In questo paradiso i mystery portano più di un serpente, infrangono l’ordine violandolo con l’irreparabilità della morte.

Qui il finale richiede una certa partecipazione attiva del lettore per la sua non linearità…

Insegno scrittura a Phoenix, e una delle cose su cui insisto molto con gli studenti è la potenza evocativa delle cose non dette. Bisogna lasciare al lettore spazi che lo risucchino nel romanzo. Devono attirare il lettore per colpirlo quando è abbastanza vicino.

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (2)

In books, James Crumley on gennaio 6, 2009 at 13:33

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (2)

In books, James Crumley on gennaio 4, 2009 at 19:08

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

DONALD E. WESTLAKE (1933-2008)

In books, Donald Westlake on gennaio 2, 2009 at 14:44

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Il 2008 si conclude nel peggiore dei modi, con la scomparsa di un maestro del giallo come Donald E. Westlake, stroncato da un infarto in Messico, proprio durante la notte di Capodanno. Aveva 75 anni, scriveva ancora come un indemoniato e l’ultima cosa che gli passava per la testa era di andare in pensione. Westlake è stato autore dalle mille facce: umoristico e ferocemente satirico da un lato, disilluso e ancor più ferocemente realistico dall’altro (con lo pseudonimo di Richard Stark).

La locandina che vedete in alto appartiene a The Hot Rock (La pietra che scotta, 1972), uno dei tanti film tratti dai suoi romanzi; esilarante pellicola di cattiveria quasi fantozziana con una splendida colonna sonora di Quincy Jones e l’inconfondibile sax baritono di Gerry Mulligan. Qui sotto, un fotogramma tratto dai titoli di testa.

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Westlake era un notevole scrittore, al quale la consueta e banalizzante classificazione di “autore di genere” che tanto amano fare i critici letterari andava particolarmente stretta, così come è capitato a Charles Willeford, Ed McBain, Elmore Leonard, James Crumley e parecchi altri. E, soprattutto, come i quattro autori appena citati, era un maestro assoluto della narrazione, capace di forzare con naturalezza gli schemi consolidati del poliziesco e dell’hard-boiled senza mai perdere di vista la sua fondamentale missione: intrattenere il lettore.

C’è solo da sperare che l’editoria italiana torni a prendere in considerazione la sua opera con maggior serietà di quanto non abbia fatto negli ultimi anni (esclusa, ovviamente, la meritoria Alacrán che, tutta sola o quasi, ha tenuto vivo il nome di Westlake/Stark nel nostro Paese) .

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JOHN HARVEY

In books, John Harvey on gennaio 1, 2009 at 22:40

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La mia traduzione del secondo degli undici romanzi che John Harvey ha dedicato a Charlie Resnick, Rough Treatment (Ladri a Nottingham), uscirà a breve per Giano/Neri Pozza. Ne riparleremo a breve, anche perché si tratta di un libro molto particolare. Adesso. però, vorrei dire qualche parola su uno dei più bei romanzi di Harvey, tuttora – ma spero non per molto – inedito in Italia, e che si inserisce tra l’apparente conclusione del ciclo di Resnick (inaugurato con Lonely Hearts/Cuori Solitari) e il primo volume del ciclo di Frank Elder.

L’attacco di In a True Light (uscito in Gran Bretagna nel 2001) è, in apparenza, simile a quello di tante, forse troppe opere letterarie e cinematografiche, da Edgar Wallace a The Blues Brothers: un uomo che esce di galera. Eppure Sloane, il protagonista del romanzo, non è un criminale comune, bensì un artista del pennello: pittore di una certa notorietà ma di scarso successo che, al definitivo naufragio della sua carriera, si è ridotto a lavorare per conto di un losco mercante d’arte per il quale produceva falsi di opere ottocentesche di secondo piano.

Il quasi sessantenne Sloane ha le tasche vuote e, per non aver voluto rivelare alla polizia il nome del suo datore di lavoro, si è fatto due anni dietro le sbarre. Nel suo vecchio studio, razziato da chissà quale banda di vandali, scopre una lettera inviatagli in sua assenza da Jane Graham, famosa scultrice che nel Greenwich Village degli anni Cinquanta era stata la sua amante e che adesso, malata di leucemia, vive in Italia, in un paesino della Garfagnana.

In Toscana, accanto al letto di morte della sua vecchia fiamma, Sloane apprende un segreto destinato a cambiargli per sempre la vita: una rivelazione che lo spinge a tornare negli Stati Uniti a caccia di una misteriosa cantante di jazz che potrebbe essere sua figlia, sfuggendo alla sorveglianza dei poliziotti inglesi che ancora sperano di cavargli di bocca la verità sul quel vecchio traffico di quadri falsi.

Discrezione vuole che da qui in avanti si taccia sul resto della trama. Al potenziale lettore di questo singolare e fascinoso romanzo basti per il momento sapere che John Harvey, veterano del poliziesco e di tante altre declinazioni della narrativa di genere – dal western alla fantascienza – raggiunge qui uno dei risultati più alti di una già solidissima carriera, abbandonando per lo spazio di un libro i personaggi seriali che gli hanno fruttato notorietà internazionale, dall’ispettore Charlie Resnick (protagonista di ben undici romanzi e svariati racconti) alla più recente creazione Frank Elder, fin qui apparso in tre romanzi (tutti già pubblicati in Italia).

In realtà Sloane non è del tutto nuovo agli affezionati lettori di Harvey, e la sua vecchia attività di falsario ha una piccola parte nel penultimo romanzo del ciclo di Resnick, Still Water: è un personaggio del quale lo stesso Harvey, con sottile effetto straniante, ha dichiarato «di voler sapere di più». E gli ingredienti di In a True Light sono quelli della classica ricetta del noir, che più giusti non si può: «strade pericolose e sogni infranti,» come ha fatto a suo tempo notare Publishers Weekly, «jazz e locali saturi di fumo, gente che beve solitaria in bar d’infimo ordine: un mondo in cui la violenza è insensata, brutale e inevitabile».

Ciò che Harvey sa offrire, da grande appassionato di jazz, è un romanzo che ha in apparenza la sonorità e il fascino dell’improvvisazione, ma che nasconde in realtà una struttura ben solida e una robusta, inconsueta visione morale: elementi che hanno spinto un suo cinico e disilluso collega come Elmore Leonard a paragonarne la capacità evocativa a quella – e non è paragone da poco – di un Graham Greene.

DUE PAROLE CON JAMES SALLIS

In books, James Sallis on gennaio 1, 2009 at 09:58

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Salt River, che sto finendo di tradurre in questi giorni, è il romanzo che conclude la trilogia di Turner (preceduto da Il bosco morto e La strada per Memphis). Uscirà, sempre per Giano/Neri Pozza, tra un paio di mesi.

Tra parentesi, questo è l’ottavo libro di James Sallis che mi capita di tradurre. Ormai James è  più di un amico: è una persona di famiglia, un fratello maggiore. Eight books! mi ha detto qualche giorno fa, quando ci siamo scambiati gli auguri. You must be a very patient man…

Di seguito trovate qualche passaggio da una delle mie tante conversazioni (di persona, per telefono, per e-mail) con Sallis. Questa risale al gennaio 2006, qualche mese dopo l’uragano Katrina.

Luca Conti: So che non ne parli volentieri, ma vorrei sapere come hai vissuto il disastro di New Orleans.

James Sallis: Guarda, è stato un doppio incubo. Da un lato, l’angoscia nel vedere e sentire quel che stava succedendo laggiù. Dall’altro, l’assedio cui sono stato sottoposto da parte di giornalisti e intervistatori d’ogni genere, non tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa. A un certo punto ho staccato il telefono e smesso di rispondere alle e-mail. Tutti pensano che io sia chissà quale sorta di autorità, su New Orleans. Il fatto, invece, è che quanto avevo da dire su New Orleans l’ho già scritto nei miei libri. Tutto il resto riguarda solo le enormi responsabilità di un governo di incompetenti e inetti.

LC: D’altra parte, hai lasciato New Orleans ormai da parecchi anni.

JS: Sì, da tempo vivo a Phoenix, in Arizona. Una città che non amo, e con la quale non ho – e forse non voglio avere – alcun tipo di rapporto affettivo. Mi sono trasferito qui, assieme a mia moglie, per semplici motivi di lavoro, e qui sono rimasto, tant’è vero che per la prima volta in vita mia ho acceso un mutuo per comprare casa… Una casa in senso fisico, intendo, con pareti, porte, finestre e tutto quanto; mentre l’unico luogo in cui mi sono davvero sentito «a casa» è sempre e solo stata New Orleans, Ci sono arrivato che avevo diciassette anni, mi ero iscritto alla Tulane University, ed è a New Orleans che ho iniziato a diventare un vero scrittore. Tutto merito di un grande maestro come Joe Roppolo, al quale ho poi dedicato uno dei miei romanzi, Black Hornet (Il calabrone nero).

LC: E ti sei laureato in …

JS: … in un bel niente! Ho smesso prima. Ho imparato quel che mi interessava imparare, e ho tagliato la corda quando ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo racconti. Ma il mio rapporto con New Orleans è sempre stato a dir poco singolare. Me ne sono andato non so più quante volte, e vi sono tornato altrettante, per periodi più o meno lunghi, giungendo sempre alla stessa conclusione: io, a New Orleans, sarò sempre un outsider. È gran parte della mia vita, è un pezzo di me stesso, ma il fardello che questa città si trascina dietro ha sempre finito per costringermi a lasciarla. New Orleans ha addosso i segni di tutti i terribili compromessi che hanno marchiato a fuoco gli Stati Uniti. In pochi posti al mondo come New Orleans sono ancora visibili le gigantesche contraddizioni del colonialismo. E ti ricordo che New Orleans è coloniale due volte, a causa della sua enorme influenza caraibica.

LC: Com’è nata la tua vocazione per la scrittura?

JS: Sono nato scrittore. Credo, in effetti, di aver sempre saputo, fin da piccolo, che questa sarebbe stata la mia strada. Uno dei miei primi cimenti letterari, in quarta elementare, è stato un lavoro teatrale che ho poi costretto i miei compagni a interpretare; non solo, ma non facevo altro che buttar giù storie, racconti, schizzi, disegnare fumetti e così via. Allo stesso tempo, ero stato colpito dal virus della lettura, che si era impadronito di me in maniera violenta e incontrollabile. Il primo libro della mia vita è stato The Puppet Masters di Robert Heinlein (Il terrore della sesta luna). Era di mio fratello John, che ha qualche anno più di me ed è considerato uno dei più importanti filosofi americani contemporanei. Da allora non ho più smesso. Anzi, all’epoca ero capace di farmi fuori anche due, tre libri al giorno, soprattutto di fantascienza (andavo a rifornirmi nella biblioteca di Helena, la città dell’Arkansas in cui sono nato nel 1944). In realtà i miei gusti si sono ben presto ampliati in maniera del tutto imprevedibile, anche per me: a dieci, dodici anni andavo matto per Oscar Wilde e per le biografie dei grandi illusionisti come Houdini. Mia madre non mi sopportava più perché ogni giorno, tornando da scuola, mi fermavo a comprare un paio di libri nuovi, che so, un poliziesco o l’ultimo romanzo di Fredric Brown, e passavo il resto della giornata a leggere. Spesso e volentieri, tra l’altro, ero capace di rileggere cinque, sei volte il medesimo libro. E la cosa buffa è che la situazione, cinquant’anni dopo, non è affatto cambiata: adesso, oltre che per piacere, leggo anche per mestiere, e una non piccola parte della mia giornata lavorativa è occupata dalla lettura.

James Sallis

LC: Hai vissuto per qualche tempo a Londra, negli anni Sessanta. Cosa ti aveva spinto a varcare l’Atlantico?

JS: Sono rimasto a Londra per un anno. Avevo iniziato a collaborare con tutta una serie di riviste, per lo più di fantascienza, che sembravano tutte quante molto interessate ad acquistare il mio materiale. Pensa che Damon Knight, una volta, mi comprò un racconto per la stratosferica – all’epoca – somma di trecento dollari. Una situazione del genere mi convinse (o meglio, mi illuse) che potevo campare di sola letteratura, scrivendo magari un racconto alla settimana. Non sapevo ancora quanto mi sbagliassi. Per tre anni riuscii a cavarmela, poi il mercato della narrativa breve andò a fondo dalla sera alla mattina. Fu così che Mike Moorcock, respon­sabile di New World, mi invitò a trasferirmi a Londra per assumere la direzione della rivista. E devo dire che l’anno che ho trascorso a Londra ha rappresentato lo spartiacque della mia vita di scrittore. Da un lato, come editor di “New World, ho avuto l’occasione di occuparmi di scrittori come Brian Aldiss e Thomas Disch e di dare avvio alla carriera di grandi autori, come per esempio James Ballard; dall’altro, più o meno per caso, ho fatto due scoperte fondamentali: la letteratura francese e il romanzo poliziesco americano.

LC: È vero che proprio a Londra, in una settimana, hai letto tutti i romanzi di Raymond Chandler?

JS: Non solo di Chandler, ma anche di Dashiell Hammett. Abitavo dalle parti di Portobello Road, due stanze senza riscaldamento. L’ho già raccontato in Vite difficili, se ti ricordi. Ho passato una settimana a letto, sepolto sotto qualche chilo di coperte, e mi sono sparato tutto Hammett e tutto Chandler, un libro dopo l’altro, ingurgitando litri su litri di tè bollente. Poi, quando ho finito i romanzi, ho letto i racconti, i saggi, gli epistolari, tutto quanto. L’effetto immediato di questa terapia è stato spingermi a tentare, ancora una volta, il formato del racconto; e stavolta non tanto a fini economici, di sopravvivenza, quanto meramente espressivi. Di colpo, in quegli stessi giorni, ho sentito la necessità assoluta di scrivere storie. Da allora non ho più smesso.

LC: Tu sei l’involontario autore di una serie di sei romanzi incentrati sul personaggio di Lew Griffin. Dico involontario perché so bene che non era questo il tuo piano. Com’è andata?

JS: Sono io il primo a stupirmi della piega che a volte prendono i miei libri. Lew Griffin è nato come il protagonista di un racconto, che non avevo ancora fatto in tempo a concludere ma che già pretendeva di trasformarsi in romanzo. Il racconto originale corrisponde, in pratica, al primo capitolo della Mosca dalle gambe lunghe. Da lì è nato tutto quanto, e per un solo, semplice motivo: io stesso, per primo, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Ed è stato solo quand’ero già arrivato a metà libro che ho scoperto una cosa incredibile: Lew Griffin era nero.

LC: Ma Lew Griffin è James Sallis, anche se lui è nero e tu non lo sei?

JS: No. Molti suoi tratti derivano da me, è chiaro. Mi piace giocare con i dettagli della mia vita così come lui ama fare con quelli della sua. Tutto questo fa parte delle regole del gioco tra me e il lettore. Ma Griffin non sono io. Eppure, come lui, anch’io faccio un sacco di cose sbagliate, e lo so benissimo. Per molti anni ho bevuto troppo, proprio come lui, e come lui ho compiuto scelte errate che, a guardarle adesso, mi lasciano stupefatto. lo non sono violento. Lui sì. Ma Lew legge i miei stessi libri, abita dove ho abitato io, mangia le stesse cose che piacciono a me.