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DUE PAROLE CON JAMES SALLIS

In books, James Sallis on gennaio 1, 2009 at 09:58

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Salt River, che sto finendo di tradurre in questi giorni, è il romanzo che conclude la trilogia di Turner (preceduto da Il bosco morto e La strada per Memphis). Uscirà, sempre per Giano/Neri Pozza, tra un paio di mesi.

Tra parentesi, questo è l’ottavo libro di James Sallis che mi capita di tradurre. Ormai James è  più di un amico: è una persona di famiglia, un fratello maggiore. Eight books! mi ha detto qualche giorno fa, quando ci siamo scambiati gli auguri. You must be a very patient man…

Di seguito trovate qualche passaggio da una delle mie tante conversazioni (di persona, per telefono, per e-mail) con Sallis. Questa risale al gennaio 2006, qualche mese dopo l’uragano Katrina.

Luca Conti: So che non ne parli volentieri, ma vorrei sapere come hai vissuto il disastro di New Orleans.

James Sallis: Guarda, è stato un doppio incubo. Da un lato, l’angoscia nel vedere e sentire quel che stava succedendo laggiù. Dall’altro, l’assedio cui sono stato sottoposto da parte di giornalisti e intervistatori d’ogni genere, non tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa. A un certo punto ho staccato il telefono e smesso di rispondere alle e-mail. Tutti pensano che io sia chissà quale sorta di autorità, su New Orleans. Il fatto, invece, è che quanto avevo da dire su New Orleans l’ho già scritto nei miei libri. Tutto il resto riguarda solo le enormi responsabilità di un governo di incompetenti e inetti.

LC: D’altra parte, hai lasciato New Orleans ormai da parecchi anni.

JS: Sì, da tempo vivo a Phoenix, in Arizona. Una città che non amo, e con la quale non ho – e forse non voglio avere – alcun tipo di rapporto affettivo. Mi sono trasferito qui, assieme a mia moglie, per semplici motivi di lavoro, e qui sono rimasto, tant’è vero che per la prima volta in vita mia ho acceso un mutuo per comprare casa… Una casa in senso fisico, intendo, con pareti, porte, finestre e tutto quanto; mentre l’unico luogo in cui mi sono davvero sentito «a casa» è sempre e solo stata New Orleans, Ci sono arrivato che avevo diciassette anni, mi ero iscritto alla Tulane University, ed è a New Orleans che ho iniziato a diventare un vero scrittore. Tutto merito di un grande maestro come Joe Roppolo, al quale ho poi dedicato uno dei miei romanzi, Black Hornet (Il calabrone nero).

LC: E ti sei laureato in …

JS: … in un bel niente! Ho smesso prima. Ho imparato quel che mi interessava imparare, e ho tagliato la corda quando ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo racconti. Ma il mio rapporto con New Orleans è sempre stato a dir poco singolare. Me ne sono andato non so più quante volte, e vi sono tornato altrettante, per periodi più o meno lunghi, giungendo sempre alla stessa conclusione: io, a New Orleans, sarò sempre un outsider. È gran parte della mia vita, è un pezzo di me stesso, ma il fardello che questa città si trascina dietro ha sempre finito per costringermi a lasciarla. New Orleans ha addosso i segni di tutti i terribili compromessi che hanno marchiato a fuoco gli Stati Uniti. In pochi posti al mondo come New Orleans sono ancora visibili le gigantesche contraddizioni del colonialismo. E ti ricordo che New Orleans è coloniale due volte, a causa della sua enorme influenza caraibica.

LC: Com’è nata la tua vocazione per la scrittura?

JS: Sono nato scrittore. Credo, in effetti, di aver sempre saputo, fin da piccolo, che questa sarebbe stata la mia strada. Uno dei miei primi cimenti letterari, in quarta elementare, è stato un lavoro teatrale che ho poi costretto i miei compagni a interpretare; non solo, ma non facevo altro che buttar giù storie, racconti, schizzi, disegnare fumetti e così via. Allo stesso tempo, ero stato colpito dal virus della lettura, che si era impadronito di me in maniera violenta e incontrollabile. Il primo libro della mia vita è stato The Puppet Masters di Robert Heinlein (Il terrore della sesta luna). Era di mio fratello John, che ha qualche anno più di me ed è considerato uno dei più importanti filosofi americani contemporanei. Da allora non ho più smesso. Anzi, all’epoca ero capace di farmi fuori anche due, tre libri al giorno, soprattutto di fantascienza (andavo a rifornirmi nella biblioteca di Helena, la città dell’Arkansas in cui sono nato nel 1944). In realtà i miei gusti si sono ben presto ampliati in maniera del tutto imprevedibile, anche per me: a dieci, dodici anni andavo matto per Oscar Wilde e per le biografie dei grandi illusionisti come Houdini. Mia madre non mi sopportava più perché ogni giorno, tornando da scuola, mi fermavo a comprare un paio di libri nuovi, che so, un poliziesco o l’ultimo romanzo di Fredric Brown, e passavo il resto della giornata a leggere. Spesso e volentieri, tra l’altro, ero capace di rileggere cinque, sei volte il medesimo libro. E la cosa buffa è che la situazione, cinquant’anni dopo, non è affatto cambiata: adesso, oltre che per piacere, leggo anche per mestiere, e una non piccola parte della mia giornata lavorativa è occupata dalla lettura.

James Sallis

LC: Hai vissuto per qualche tempo a Londra, negli anni Sessanta. Cosa ti aveva spinto a varcare l’Atlantico?

JS: Sono rimasto a Londra per un anno. Avevo iniziato a collaborare con tutta una serie di riviste, per lo più di fantascienza, che sembravano tutte quante molto interessate ad acquistare il mio materiale. Pensa che Damon Knight, una volta, mi comprò un racconto per la stratosferica – all’epoca – somma di trecento dollari. Una situazione del genere mi convinse (o meglio, mi illuse) che potevo campare di sola letteratura, scrivendo magari un racconto alla settimana. Non sapevo ancora quanto mi sbagliassi. Per tre anni riuscii a cavarmela, poi il mercato della narrativa breve andò a fondo dalla sera alla mattina. Fu così che Mike Moorcock, respon­sabile di New World, mi invitò a trasferirmi a Londra per assumere la direzione della rivista. E devo dire che l’anno che ho trascorso a Londra ha rappresentato lo spartiacque della mia vita di scrittore. Da un lato, come editor di “New World, ho avuto l’occasione di occuparmi di scrittori come Brian Aldiss e Thomas Disch e di dare avvio alla carriera di grandi autori, come per esempio James Ballard; dall’altro, più o meno per caso, ho fatto due scoperte fondamentali: la letteratura francese e il romanzo poliziesco americano.

LC: È vero che proprio a Londra, in una settimana, hai letto tutti i romanzi di Raymond Chandler?

JS: Non solo di Chandler, ma anche di Dashiell Hammett. Abitavo dalle parti di Portobello Road, due stanze senza riscaldamento. L’ho già raccontato in Vite difficili, se ti ricordi. Ho passato una settimana a letto, sepolto sotto qualche chilo di coperte, e mi sono sparato tutto Hammett e tutto Chandler, un libro dopo l’altro, ingurgitando litri su litri di tè bollente. Poi, quando ho finito i romanzi, ho letto i racconti, i saggi, gli epistolari, tutto quanto. L’effetto immediato di questa terapia è stato spingermi a tentare, ancora una volta, il formato del racconto; e stavolta non tanto a fini economici, di sopravvivenza, quanto meramente espressivi. Di colpo, in quegli stessi giorni, ho sentito la necessità assoluta di scrivere storie. Da allora non ho più smesso.

LC: Tu sei l’involontario autore di una serie di sei romanzi incentrati sul personaggio di Lew Griffin. Dico involontario perché so bene che non era questo il tuo piano. Com’è andata?

JS: Sono io il primo a stupirmi della piega che a volte prendono i miei libri. Lew Griffin è nato come il protagonista di un racconto, che non avevo ancora fatto in tempo a concludere ma che già pretendeva di trasformarsi in romanzo. Il racconto originale corrisponde, in pratica, al primo capitolo della Mosca dalle gambe lunghe. Da lì è nato tutto quanto, e per un solo, semplice motivo: io stesso, per primo, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Ed è stato solo quand’ero già arrivato a metà libro che ho scoperto una cosa incredibile: Lew Griffin era nero.

LC: Ma Lew Griffin è James Sallis, anche se lui è nero e tu non lo sei?

JS: No. Molti suoi tratti derivano da me, è chiaro. Mi piace giocare con i dettagli della mia vita così come lui ama fare con quelli della sua. Tutto questo fa parte delle regole del gioco tra me e il lettore. Ma Griffin non sono io. Eppure, come lui, anch’io faccio un sacco di cose sbagliate, e lo so benissimo. Per molti anni ho bevuto troppo, proprio come lui, e come lui ho compiuto scelte errate che, a guardarle adesso, mi lasciano stupefatto. lo non sono violento. Lui sì. Ma Lew legge i miei stessi libri, abita dove ho abitato io, mangia le stesse cose che piacciono a me.

  1. Maledetto Conti, riesci sempre a regalarci qualche perla inattesa!!!
    Vabe, ti ho risposto agli auguri sul mio blog, te li rinnovo anche qui a casa tua: passa uno splendido 2009!!!!

  2. Grazie luca, ottimo modo per inaugurare il 2009. Auguri!

  3. Buon anno, Luca, e grazie per l’interessante intervista🙂

  4. Ciao Luca,
    volevo chiederti se proseguiranno le pubblicazioni di Sallis (dopo Drive e la 3a di Turner) con le storie di Lew Griffin, interrotte nel 2005 con “Il calabrone nero”.

    Auguri di un prolifico 2009, pieno di traduzioni!!!

    Roberto

  5. Sì, Roberto, riprenderanno all’inizio del 2010. Quest’anno tocca invece a “Salt River” e, in occasione del film con Hugh Jackman, alla ristampa di “Drive”.

    Grazie degli auguri, che ricambio con piacere.
    LC

  6. mi accodo agli auguri: ottimo o migliore 2009.
    ciao a presto
    eb

  7. Una breve intervista con Sallis che ho trovato:

    http://www.bscreview.com/2009/10/bsc-interview-james-sallis/

    Ciao

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