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Archive for aprile 2009|Monthly archive page

E C'È CHI SI LAMENTA…

In books, John Harvey, Kazuo Ishiguro on aprile 30, 2009 at 23:28

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Questa, in anteprima, è la copertina del nuovo romanzo di John Harvey, che uscirà in UK l’8 maggio. A settant’anni appena compiuti, Harvey mantiene un ritmo invidiabile (un romanzo l’anno, certe volte due). Eppure…

Scriveva Kazuo Ishiguro, sul Guardian del 27 aprile scorso:

“There comes a point when you can count the number of books you’re going to write before you die. And you think, God, there’s only four left.”

E commenta Harvey, dal cui blog ho tratto quest’annotazione:

“It took me several times of reading before I realised there wasn’t a “thank” before the word “God”.

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"SOTTO UN CIELO CREMISI" – RASSEGNA STAMPA (1)

In books, Joe R. Lansdale on aprile 30, 2009 at 14:51

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Ecco cosa scrive Stefano Gallerani sul Manifesto del 29 aprile:

Torna la coppia di improbabili detective che esordì quindici anni fa

L’ultima trama dello scrittore texano, tra esplosioni di crudeltà e senso etico dell’esistenza

Immagini folgoranti, una lingua spedita, quell’umorismo nostalgico e disilluso che è ormai un marchio di fabbrica, e ovviamente il Texas, più che uno Stato, un vero e proprio state of mind. Ma non solo. Tra gli elementi ricorrenti nella scrittura di Lansdale (nato nel ’51 a Gladewater, tra le contee texane di Upshur e Gregg), la strana coppia Hap e Leonard, gli improbabili detective da lui inventati nel 1990, che nel tempo si è trasformata nella vera e propria metafora di una visione etica della vita. Da quando hanno fatto la loro prima comparsa, in Una stagione selvaggia, fino a Capitani oltraggiosi (entrambi per Einaudi), le avventure in cui sono rimasti coinvolti li hanno ripetutamente messi di fronte al dilemma della sopravvivenza: da che parte stare quando è il momento di prendere una decisione. Un interrogativo che svela l’ipocrisia di qualsiasi fede o convinzione. E l’effetto narrativo è tanto più riuscito e evidente in quanto Lansdale affida la scelta a due personaggi che non sono propriamente degli eroi impeccabili, quasi a ribadire che al confronto con l’oggettività dei fatti non esiste mai una versione univoca, e al tempo stesso soggettiva, della realtà.

A questo dispaccio non fa eccezione nemmeno il settimo titolo del ciclo di Hap e Leonard (o il nono se si includono anche i racconti Veil’s Visit e Killer Chili). Uscito in contemporanea con l’edizione statunitense, il romanzo Sotto un cielo cremisi (traduzione di Luca Conti, Fanucci Editore, Collezione Vintage, pp. 312, euro 17,00) ci conduce da subito nel cuore della trama. Come Hap, strappato di sera alle braccia della fidanzata dall’amico Leonard, così anche noi ci troviamo immediatamente invischiati nel losco giro in cui bazzica Gadget, la nipote sbandata dell’ex poliziotto Marvin Hanson, un vecchio amico di Hap e Leonard. Le tracce in filigrana appartengono agli schemi classici del noir esistenziale mentre atmosfere e «caratteri» – la figura del misterioso killer Vanilla Ride – riportano direttamente all’epica western. Quella che era cominciata come una semplice spedizione punitiva per dare una lezione a un fidanzato manesco non tarda a diventare una situazione ingestibile, e se sul momento tutto sembra «essere rientrato nella normalità» non è che per presagire la tempesta che seguirà al breve istante di quiete. Ma per salvare la pelle non esistono buone maniere, Hap e Leonard lo hanno imparato più volte a loro spese. In un mondo violento e spietato, vivere secondo coscienza incarna più che un’utopia: è una vera e propria contraddizione. Dopotutto, la sopravvivenza non concede molte opportunità agli scrupoli morali.

«Me l’aveva sempre detto mia madre – confessa Hap in carcere – di stare lontano dalle armi, e in effetti – anche se le sapevo usare ed ero dotato di una buona mira – mi avevano sempre messo a disagio, così come ero d’accordo sul fatto che non sono le armi a uccidere la gente, bensì altra gente; però, se vuoi ammazzare qualcuno, un’arma da fuoco ti semplifica di gran lunga il compito». Se vuoi o se devi? È questa la domanda che sostiene l’intero scheletro della scrittura sincopata di Lansdale. Nei momenti critici quello che vuoi fare è così diverso da quello che devi che per sopravvivere puoi solamente piegare il primo al secondo, anche se una volta agito di conseguenza non c’è traccia di sollievo né di speranza; niente oltre l’impressione che «qualcosa abbia cambiato posizione per cadere in profondità, tra le ombre»; le ombre dalle quali è emerso e alle quali non può che tornare. C’è da scommettere che per Lansdale quel qualcosa sia quanto più prossimo a ciò che Hap e Leonard avrebbero forse il pudore di chiamare il «senso della vita».

[la foto in apertura è tratta dal film di Don Coscarelli Bubba Ho-Tep, con Bruce Campbell – a sinistra – e l’immortale Ossie Davis (LC)]

IL RITORNO DI CHESTER HIMES

In books, Chester Himes on aprile 28, 2009 at 21:55

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Qualche mese fa avevo parlato di Chester Himes e del suo fantastico Corri uomo corri, da me tradotto per la vecchia Giano e uscito nel 2005, ma da tempo fuori catalogo. Si tratta di uno dei romanzi fondamentali di un grandissimo scrittore americano, al di là di ogni etichetta di genere, come sa benissimo chi ha letto Vite difficili di James Sallis, uno dei suoi massimi estimatori e studiosi (nonché biografo ufficiale). Sono felice di annunciare che il romanzo torna finalmente disponibile in libreria grazie alla lungimiranza di Meridiano Zero, e riporto di seguito i risvolti di copertina (che per questa edizione ho scritto io, quindi di più non potevo davvero fare…). Un ringraziamento doveroso va a Marco Vicentini e al suo vulcanico ufficio stampa Matteo Strukul. Harlem rules!

Testimone involontario di un duplice, brutale omicidio a sangue freddo, il giovane studente nero Jimmy Johnson – che lavora come inserviente notturno in una tavola calda di Harlem – diventa a sua volta bersaglio dell’implacabile assassino, un agente di polizia corrotto e ferocemente razzista che vive in uno stato di perenne ubriachezza. Teatro di questa convulsa caccia all’uomo è una Harlem surreale e iperrealista, una sorta di girone dantesco i cui abitanti si dividono tra cattivi e ancor più cattivi, oltre che una Manhattan mai così ostile e impenetrabile, pronta a respingere chiunque bussi alle sue porte in cerca d’aiuto. E l’apparente lieto fine con cui si conclude la vicenda nasconde invece un terribile doppio fondo in cui il cinismo e il pessimismo cosmico dell’autore trovano, per l’ennesima volta, la loro conferma.
Spremendo fino all’osso uno dei più antichi luoghi comuni del thriller, l’innocente in fuga braccato dalle forze del male, Chester Himes confeziona in questo romanzo una delle sue messinscene più macabre, i cui frequenti elementi di tragicommedia non fanno altro che rinforzarne la visione apocalittica e il nichilismo portato alle estreme conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il perverso rapporto tra bianchi e neri. A partire dal magistrale, lunghissimo alternarsi di piani sequenza che apre il romanzo, settanta pagine di fulminante adrenalina che alternano il punto di vista dell’assassino e delle sue vittime, per poi focalizzarsi definitivamente sul testimone in fuga, Himes organizza una folle gimcana per le strade, le case e i locali della metropoli newyorkese ma allo stesso tempo, pur nell’angoscia della caccia, riesce a dipingere un minuzioso quadro della vita quotidiana nella Harlem degli anni Cinquanta, in un brulicante turbinio di cabaret equivoci, bische clandestine, botteghe di barbiere e stazioni di polizia: un mondo popolato da personaggi grotteschi e dominato dall’avidità e dal disprezzo, un sabba infernale in cui la differenza tra gli uomini è fatta dai soldi e dal colore della pelle.

Chester Himes, nato a Jefferson City (Missouri) nel 1909 da una famiglia della media borghesia nera e scomparso in Spagna nel 1984, fin da adolescente ha avuto grossi guai con la giustizia – truffe, emissione di assegni a vuoto, furti d’ogni genere – che culmineranno, nel 1929, con una condanna dai venti ai venticinque anni per rapina a mano armata. È in carcere, all’inizio degli anni Trenta, che inizia a scrivere e pubblicare (firmandosi, all’inizio, col numero di matricola) e nel 1936, al suo rilascio, decide di intraprendere la carriera dello scrittore, pubblicando alcuni notevoli romanzi a sfondo sociale che non ne decreteranno però il successo.
Amareggiato e in serie difficoltà economiche, costretto ad accettare una serie di lavori saltuari e di bassa lega pur di sbarcare il lunario, nel 1952 Himes parte per l’Europa, dove trascorrerà il resto della sua tormentata esistenza, rientrando negli Stati Uniti per brevissimi periodi e non più di un paio di volte.
Himes è autore di diciassette romanzi, uno dei quali rimasto incompiuto, che appartengono in prevalenza al cosiddetto «Ciclo di Harlem» che gli ha dato la celebrità e tra cui ricordiamo
Rabbia a Harlem, Cieco, con la pistola, Soldi neri e ladri bianchi.

IL NUOVO LANSDALE

In books, Joe R. Lansdale, Josh Bazell on aprile 23, 2009 at 13:58

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Eccolo qui, appena uscito in libreria.

312 pagine, 17 euro.

Traduzione di Luca Conti.

Be’, tornare a tradurre Champion Joe dopo tre anni mi ha fatto molto piacere, anche perché il libro è particolarmente scoppiettante e, per fortuna, politicamente molto scorretto. Col prossimo romanzo, qualunque esso sia, dovrò inventarmi nuove forme di turpiloquio perché, tra questo e Beat the Reaper di Josh Bazell, credo di averle consumate quasi tutte…

GRAN BOLLITO

In Charles Willeford, Clint Eastwood, movies on aprile 22, 2009 at 16:38

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Recensione A

Un grande film sulla tolleranza, sui nuovi americani, sui rapporti tra giovani e vecchi, tra genitori e figli. Una grande prova d’attore per un Clint Eastwood poche altre volte così intenso ed espressivo. La scoperta che i veri affetti non sono mai quelli che ci vengono proposti dalle convenzioni sociali, bensì quelli che si costruiscono un passo alla volta, superando le diffidenze tra i popoli e le barriere della lingua. Una splendida storia di formazione.

Recensione B

Walt Kowalski, operaio dell’industria automobilistica oggi in pensione (e interpretato da un Clint Eastwood che qui utilizza al meglio la seconda delle due espressioni facciali che gli attribuiva Sergio Leone, ovvero quella senza cappello) è quasi sicuramente il più temibile rompicoglioni della storia del cinema: scorbutico, arrogante, razzista, sboccato, in possesso di un arsenale da far invidia all’ispettore Callaghan e aggressivo in maniera spropositata (anche se, va detto, è vessato quotidianamente da un prete forse più rompicoglioni di lui, che cerca di convertirlo a tutti i costi; ed è forse l’unico momento del film in cui davvero si vorrebbe incitare il vecchio Clint a tirare fuori la pistola e usarla come si deve). Il Kowalski (fresco vedovo, per fortuna di sua moglie) si trova coinvolto, suo malgrado ma neanche tanto, in una sorta di faida tra i suoi vicini di casa (una famiglia di immigrati Hmong di dimensioni mostruose: saranno almeno 35-40 persone, a dir poco) e una gang minorile composta da teppisti ben armati e legati – come dubitarne – da rapporti di parentela con l’immane famiglia medesima. Dopo ben due ore di film, la gang si rompe giustamente le palle e provvede a far secco il vecchio Kowalski, ignorando che di lì a non molto sarebbe con buone probabilità già morto per conto suo (amianto? Silicosi?) dopo essersi clamorosamente andato a confessare dal temibile prete di cui sopra e aver vergato un trombonesco testamento grazie al quale può continuare a rompere i coglioni anche dall’aldilà, tutte cose che Dirty Harry si sarebbe guardato bene dal fare. Ma erano altri tempi.

Recensione C

Potessimo rovistare tra i libri che lo sceneggiatore Nick Schenk ha sul comodino, non ci sorprenderebbe affatto trovarci una copia di Tiro mancino, il capolavoro di Charles Willeford. La prima oretta del film – che è in effetti la migliore – sembra infatti presa in gran parte dalla storia di Stanley Sinkiewicz, con delle coincidenze davvero troppo incredibili per non essere volute. Ma, purtroppo, della sacrosanta cattiveria di Willeford qui non c’è traccia, e il film vira ben presto verso situazioni iperprevedibili, per non dire telefonate. Peccato, perché le premesse non erano malvage, ma l’esito finale non sembra poi ‘sta gran cosa.

JAMES G. BALLARD (1930-2009)

In books, James G. Ballard on aprile 19, 2009 at 22:22

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LYLE LOVETT

In Lyle Lovett, music on aprile 7, 2009 at 18:50

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Uscito due anni fa, e neanche me n’ero accorto. Recuperato solo ora. Ne valeva la pena, in effetti. Proprio un bel disco.

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (seconda parte)

In books, James Crumley, Laura Lippman on aprile 5, 2009 at 12:45

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(foto di Chad Harder)

LAURA LIPPMAN: Tu ci sei proprio nato, in Texas, e questa è una cosa di cui i texani non fanno altro che vantarsi. Almeno quelli che conosco io. Ma ho sempre avuto la sensazione che il tuo rapporto col Texas sia sempre stato molto controverso. Perché ti ritieni una sorta di changeling? Non ti sei mai sentito a casa, laggiù?

JAMES CRUMLEY: Ci siamo trasferiti nel New Mexico durante la seconda guerra mondiale, ed è laggiù che ho cominciato a intendere e volere, in una cittadina chiamata Deming che stava nel bel mezzo del deserto. Questo è stato il mio imprinting. Quando sono rientrato in Texas frequentavo la seconda elementare, e… Be’, le piccole città del Texas, se non ci sei nato, nessuno vuole averci a che fare, con te. E per farmi accettare ne ho combinate di tutti i colori. Il baseball è l’unico motivo che mi ha spinto a finire il liceo. Avevano organizzato un torneo di baseball, subito dopo il diploma, e per giocare in quel torneo sono stato costretto a diplomarmi.

LL: E hai anche giocato a football. Pensavo che bastasse questo, in Texas, per restare simpatico a tutti.

JC: Già, ma io non stavo simpatico a nessuno. Ero in gamba, ma restavo sulle scatole a tutti.

LL: A quanto so sei stato uno studente modello, il che mi suona davvero strano, visto che non mi sembri proprio il tipo da starsene fermo a fare i compiti in classe.

JC: In un liceo del Texas, negli anni Cinquanta? Figurati, di essere i primi della classe erano capaci tutti. Il voto di cui andavo più orgoglioso era la sufficienza in educazione civica… Mai portato un libro a casa, per studiare, ma nei compiti in classe ero una scheggia. Tutta ‘sta storia mi ha creato un sacco di problemi. Un ragazzotto bianco con le pezze al culo, ma che va benissimo a scuola? Non sono cose che vanno d’accordo, di solito. E io mi sono sempre trovato un po’ tra l’incudine e il martello, con questi mondi inconciliabili. Ecco perché in Texas non mi sono mai sentito a casa. In Montana sì. È l’unico posto che mi ha dato questa sensazione.

LL: Mi ero fatta st’idea leggendo la citazione di Steinbeck, da Viaggio con Charley, che hai messo in epigrafe alla Terra della menzogna. «Il Montana mi sembra proprio l’idea che un ragazzino potrebbe farsi del Texas a forza di sentir parlare i texani.»

JC: Aspettavo da una vita il momento buono per usarla, questa citazione. Qualcuno, una volta, ha detto che il Montana è identico al Texas. Solo che è pieno di suore e non c’è neanche un cazzo di battista. Sono arrivato qui nel 1966 senza riuscire più ad andarmene sul serio, cristo.

LL: Eppure hai donato il tuo archivio alla Texas State University, San Marcos. Come mai? Perché proprio quella università? Dev’essere una delle poche in cui non hai mai insegnato [da metà degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta Crumley ha insegnato scrittura creativa non solo nel Montana, ma anche all’University of Arkansas, Fayetteville, alla Colorado State University, al Reed College di Portland, Oregon, alla Carnegie-Mellon e alla University of Texas, El Paso].

JC: Perché mio padre è nato proprio da quelle parti, nella Hays County. Ma ho il sospetto che farei meglio a riprendermi ogni cosa. Il curatore del fondo è venuto qui e si è portato via tutto, anche i fascicoli dei miei tre divorzi e il caschetto rigido di quando facevo l’addetto alle trivellazioni. Insomma, non lo so come ha fatto a finire laggiù, tutta ‘sta roba. Comunque va bene lo stesso. Sai, adesso che sto invecchiando, ci sono tre cose che mi piacerebbe vedere prima di morire: un bel po’ di buone notizie sui giornali, un’altra bella macchina a trazione posteriore tipo una BMW o qualcosa del genere, e che la gente del Montana la piantasse di chiamarmi «quel texano del cazzo.»

LL: Com’è che ti è venuta la passione per i libri? C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore?

JC: Ho imparato a leggere da solo. A dodici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, un poliziesco influenzato dai libri di Mickey Spillane che le mie zie (e anche mie coetanee, tra l’altro) nascondevano sotto il materasso. Al college mi sarò specializzato in almeno otto materie diverse, prima di laurearmi in Storia. In realtà, quando mi sono iscritto al master in scrittura creativa nello Iowa, non mi ero ancora laureato, giù in Texas. Ma ero stato nell’esercito, e avevo visto come funzionava la burocrazia. Così mi sono iscritto lo stesso, e per beccarmi ci hanno messo sei, forse otto mesi. A quel punto mi sono laureato in Storia alla Texas A&I, ma per corrispondenza… E stavo già frequentando il master nello Iowa.

LL: Ti piaceva, lassù?

JC: In Iowa? Come essere in paradiso. Per la prima volta ero in mezzo a gente che leggeva, scriveva e parlava di un sacco di roba. Per quanto mi riguarda, in Iowa è stato fantastico. C’erano Richard Yates, Kurt Vonnegut… e io ero il più giovane della compagnia.

LL: Com’è che hai fatto a finire laggiù? Non credo che fosse così facile, per uno studente della Texas A&I di Yorksville, farsi venire in mente che alla University of Iowa c’era un Writers’ Workshop.

JC: C’era un tizio a Kingsville, giù in Texas, che girava voce fosse uno scrittore, così sono andato a fargli vedere un po’ delle mie stronzate e lui mi ha detto: «Magari faresti meglio a leggere un po’ di poesia moderna, prima di provarci anche tu.» Allora mi sono messo a leggere tutto quel che mi capitava sottomano, e alla fine gli ho portato qualche altra poesia. «Sai una cosa?» ha detto lui, «mi sa che dovresti provare con la narrativa.» Dopo il secondo racconto, mi ha suggerito di iscrivermi al Writers’ Workshop su in Iowa. Io avevo già deciso di andare alla University of Washington per laurearmi in Storia dell’Unione Sovietica e poi farmi assumere dalla CIA. Invece sono andato in Iowa.

(continua)

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(foto di Lee Nye, scattata verso la metà degli anni Settanta davanti al Trixi’s Antler Saloon di Ovando, Montana: “un piccolo grande localino da pescatori,” come scrive Crumley nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio)

JOHNNY STACCATO

In Frank Kane, Johnny Staccato, movies, music on aprile 3, 2009 at 17:18

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Il jazz nei telefilm è nato con Peter Gunn. Anzi, no; è nato alla radio con Richard Diamond, nel 1949, quando gli investigatori privati televisivi erano ancora nella mente di Giove.

Richard Diamond, private eye newyorkese poi trasferito a Los Angeles, fu creato da Blake Edwards, che ne diresse una sessantina di episodi da trenta minuti per la Nbc fino al 1953. La parte del protagonista era stata affidata a Dick Powell, attore di buon livello che, se da un lato aveva interpretato sul grande schermo Philip Marlowe nel notevole Murder, My Sweet di Edward Dmytryk (1944), dall’altro aveva una lunga esperienza jazzistica come clarinettista, sassofonista e cantante a Pittsburgh, negli anni Trenta. Il suo Diamond non era un «duro», ma risolveva i casi più col cervello che con i pugni; e, soprattutto, sfogava una grande passione per il jazz alla fine di ogni episodio, che si concludeva con una canzone da lui interpretata. Il successo radiofonico di Richard Diamond fu tale che nel 1957, al diffondersi del mezzo televisivo, Powell si riciclò come produttore incaricando lo stesso Edwards di trasformare Diamond in una serie tv per la Cbs. Fu scelto come interprete David Janssen (1931-1980), che avrebbe poi raggiunto la fama come il dottor Kimble di The Fugitive, mentre la colonna sonora fu affidata a Frank DeVol (e in seguito, guadagnandoci parecchio nel cambio, a Pete Rugolo).

Parallelamente, la Nbc chiese a Edwards di progettare una serie analoga, con un nuovo protagonista. Nacque così Peter Gunn: amante del cool jazz, frequentatore di jazz club, cento volte più sofisticato e distaccato di Richard Diamond, il detective – interpretato da Craig Stevens – ottenne un successo trionfale, con 3 stagioni e ben 114 episodi. Ma quel che davvero cambiò le carte in tavola fu l’uso rivoluzionario del jazz nella celeberrima colonna sonora, opera di Henry Mancini (che aveva accettato il lavoro pensando si trattasse di un western).

Poi, il 10 settembre 1959, fu la volta di John Cassavetes e del suo Johnny Staccato, una serie di tale portata rivoluzionaria da venire interrotta dopo una sola stagione e 27 episodi: sufficienti, però, per far entrare il personaggio e le sue avventure nella memoria collettiva degli appassionati della tv. Johnny Staccato era un pianista bebop che sbarcava il lunario come investigatore privato («Cinque anni fa ho messo la tessera del sindacato musicisti in naftalina,» diceva, «quando mi sono reso conto che il mio talento viaggiava un’ottava sotto la mia ambizione»), e già l’apertura del primo episodio, The Naked Truth, lasciava capire che qui, col jazz, si faceva sul serio: un jazz club newyorkese, il Waldo’s, una band formata da Pete Candoli, Barney Kessel, Red Norvo, Red Mitchell, Shelly Manne e lo stesso Cassavetes al pianoforte; ovvero il Johnny Staccato che al termine del brano viene chiamato al telefono, passa dal guardaroba, prende il soprabito e una calibro 38 e si getta in strada. La caccia è aperta.

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Già dal secondo episodio, però, il ritmo e il montaggio si fanno più frenetici, e i titoli di testa (col vetro che si rompe, e Cassavetes che spara dritto in faccia al telespettatore) sono tra i più belli nell’intera storia della tv. In realtà, malgrado la sua splendida interpretazione, del tutto dirompente per l’epoca, e l’aver diretto personalmente cinque episodi della serie, Cassavetes aveva accettato la parte assai controvoglia, soprattutto per saldare alcuni grossi debiti accumulati per girare Shadows, il memorabile film che gli appassionati di jazz associano alla colonna sonora di Charles Mingus. E la recitazione di Cassavetes in Johnny Staccato è già capace di rompere schemi e convenzioni del nascente telefilm poliziesco. Come fa ben notare Lee Server, storico del cinema e della letteratura di genere, le innovazioni di Johnny Staccato sono molteplici, fin dalla fondamentale scelta di scartare l’atteggiamento cool di Richard Diamond e Peter Gunn a favore di un’atmosfera densa, tetra, spesso quasi provocatoria, affidata a un interprete dalla recitazione volutamente sopra le righe, dalla pronuncia tagliente e boppistica (il bop newyorkese, però, non la variante californiana di Peter Gunn), quasi anfetaminica. Immersa in una giungla di personaggi borderline, tra gangster e tossici, la serie è ammantata da una minacciosa aria di violenza e sa proiettare l’immagine di una città autentica (molte scene venivano girate per le strade di Manhattan, non ricostruite in studio), traboccante di oscuri e loschi segreti.

Il pubblico della tv, come c’era da aspettarsi, non era ancora pronto per una così massiccia dose di realismo, e la serie durò ben poco.  Ma Johnny Staccato è rimasto nella storia come uno dei momenti più alti della tv in bianco e nero, e ciò che oggi sembra innovazione (in The Shield o The Wire, o in western-noir come Deadwood) era in realtà già stato pensato e sviluppato fin da quel 10 settembre 1959.