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GRAND MASTER

In books, James Lee Burke on maggio 2, 2009 at 15:58

Qualche giorno fa, nel corso dell’annuale cerimonia per il conferimento dei premi Edgar, James Lee Burke ha ricevuto – assieme all’illustre collega Sue Grafton –  l’ambitissimo Grand Master Award, il premio alla carriera assegnato dai Mystery Writers of America. Mai riconoscimento fu più meritato, e va anche detto che Burke è uno dei pochissimi autori – l’altro è T. Jefferson Parker – ad aver anche vinto due volte l’Edgar per il miglior romanzo dell’anno (il detentore del record, con ben tre vittorie, è l’ex fantino britannico Dick Francis, anche lui Grand Master  e oggi novantenne, e i cui romanzi pare siano stati scritti, in realtà, dapprima dalla moglie Mary e, alla scomparsa di quest’ultima, dal figlio Felix).

Certo, sapere che il piacevole ma non eccezionale Francis ha vinto tre volte l’Edgar, mentre Elmore Leonard solo una e James Crumley mai, così come Ellroy o Wambaugh, lascia qualche dubbio. Comunque…

Il video riporta un’intervista fatta a Burke poco prima della consegna del premio e nella quale lo scrittore parla diffusamente del ruolo (sociale e culturale) della crime fiction nel panorama della letteratura americana.

Colgo l’occasione per ricordare, a chi interessa, che toccherà al sottoscritto tradurre l’ultimo romanzo di Burke con Dave Robicheaux, Swan Peak.

Per me è un vero onore.

  1. Caro Luca,
    Nel 2003 comperai in contemporanea due libri di cui avevo sentito parlare in maniera entusiastica. Uno era Pioggia al Neon di James Lee Burke e l’altro Miami Blues di Charles Willeford. Ebbene, a distanza di tanti anni mi sento ancora orfano di Hoke Moseley ma non di Dave Robicheaux che abbandonai dopo Prigionieri del Cielo. Non aveva lasciato il segno. Colpa forse dell’accostamento a Willeford? Secondo te dovrei dargli una seconda chance?

  2. Be’, a me piacciono moltissimo entrambi. Willeford ancora di più, ma Burke è senza dubbio un autore straordinario, anche se a ben guardare continua indefesso a scrivere lo stesso libro con qualche variante. Non so che dirti. Io Burke l’ho letto tutto e continuo a leggerlo con soddisfazione, anche se capisco che a qualcuno possa risultare indigesto o sembrare ripetitivo.

    Certo, Willeford era un genio assoluto, su questo c’è ben poco da dire.

  3. Ciao Roberto
    Il Wambaugh che ha fatto seguito a Hollywood Station, ovvero Hollywood Crows, devo farlo io, ma è in calendario per il 2010. D’altra parte, mi sembra anche giusto ristampare un capolavoro come Il campo di cipolle, che mancava da tempo immemorabile, e la cui traduzione – anche se è quella vecchia di Bruno Oddera – è stata rivista a fondo.

    a presto, luca

  4. […] dal blog Sartoris di Omar di Monopoli, mentre QUI una intervista all’autore su Sugarpulp.it. QUI, infine, una intervista video allo stesso James Lee Burke dal blog Last of the Independents del suo […]

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