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BAZELL: RASSEGNA STAMPA (3)

In books, Josh Bazell on agosto 5, 2009 at 17:29

joshbazell

Matteo Persivale, Corriere della sera, 31 luglio 2009.

In sette pagine – le prime sette, tanto per far capire al lettore di che pasta è fatto – il protagonista di Vedi di non morire di Josh Bazell (Einaudi Stile libero, pp. 322, 18,50, traduzione di Luca Conti) picchia un rapinatore, gli ruba la pistola, cede alle avances della rappresentante di una casa farmaceutica dotata di anfetamine e guanti sterili omaggio, glutei da cubista e denti bianchissimi. Il protagonista si chiama Pietro Brnwa (non è un refuso) alias dottor Peter Brown, medico (come l’ autore) ma anche ex killer della mafia braccato dagli ex colleghi e sotto la protezione del Fbi, manesco e sicuro di sé. E ebreo (come l’ autore). Vedi di non morire ha un bel sito Internet dalla grafica accattivante (www.beatthereaper.com) realizzato dall’ editore americano, un trailer di genere cinematografico, una serie di video su YouTube dove il dottor Bazell dà opinioni tutte da ridere su una serie di leggende metropolitane di genere medico (donne che partoriscono un gemello bianco e nero figli di due padri diversi, scarafaggi che entrano nelle orecchie durante il sonno, eccetera) diventerà presto un film. E Leonardo DiCaprio è interessato a interpretare la parte di Pietro. Bazell, intanto, sta già scrivendo il seguito.

«Un successo non pianificato a tavolino – spiega il quarantenne Bazell -. Il protagonista non è nato già con un elenco di storie belle e pronte a lui collegate. Questo è avvenuto più tardi. E poi non credo che sia il solito eroe da noir o poliziesco seriale, che attraversa i libri sempre immutabile. Pietro porta con sé i segni – i danni – di quello che gli capita (letteralmente, come sanno i lettori di Vedi di non morire: ma non è giusto anticipare il finale, già celebre, a chi non l’ ha letto, ndr). Come nella vita vera. Probabilmente, però – scherza Bazell -, finirò per trasformarlo in un automa senza più credibilità soltanto per fare un po’ di soldi, chissà». Uno dei motivi del successo di Pietro Brnwa, sostiene Bazell, è che quell’ ex sicario dalla morale combattuta «che cerca di mantenere una sua moralità senza essere sentimentale», è il contrario dell’ archetipo ebraico americano reso celebre nel mondo da Woody Allen: quello dell’ intellettuale timido, gracile, insicuro, autoironico, nevrotico.

«Pietro fa certamente riflettere su molti temi legati all’ ebraismo: perché l’ “età dell’ oro” cominciata nel secondo dopoguerra, quella del rimorso del mondo per l’ Olocausto, negli ultimi anni è terminata. E quel che significa essere ebreo è cambiato drasticamente. Perché, nonostante quel che si pensa, l’ Olocausto ha avuto successo: oggi ci sono due milioni di ebrei in meno, al mondo, di quanti ce ne fossero nel 1933, quando Hitler prese il potere. Anche se il resto della popolazione mondiale è triplicato. Per decenni il mondo è stato così condizionato dall’ orrore dell’ Olocausto che in qualche modo ha cercato di porre freno al proprio naturale, millenario antisemitismo. Ed ecco l’ affermazione dell’ archetipo dell’ ebreo visto come vittima, incarnato al cinema e nell’ immaginario collettivo dall’ intellettuale con gli occhiali alla Woody Allen, timido, debole. Un archetipo che finalmente veniva apprezzato dai non ebrei – magari spinti anche da un certo senso di colpa – grazie ai suoi successi nell’ arte, nella scienza, nella cultura popolare. Quest’ epoca è finita ormai. È tornata la voglia di dire agli ebrei quello che devono fare, un’ attenzione che definisco psicotica ai crimini – reali o immaginari – di Israele che, con tutti i suoi errori, pare però doversi scusare con il mondo per non essere ancora stato annientato. In quanti Paesi si può ancora aprire un ristorante ebraico, per non dire una sinagoga, senza la polizia a fare la guardia fuori? Dico tutto questo da ebreo non credente né praticante che considera la religione un fatto irrazionale. Io, come il protagonista del mio libro, mi considero ebreo perché gli egizi, i romani, i crociati, gli inglesi, gli arabi mi avrebbero considerato ebreo, a prescindere dalla mia personale fede. E mi avrebbero perseguitato, o ucciso. La definizione stessa di ebreo che dà lo Stato di Israele? È quella delle leggi razziali hitleriane. Non c’ entra con la fede spirituale ma con la sopravvivenza. È necessario, se vogliamo sottrarci all’ estinzione. Ebreo è chi in quegli anni sarebbe stato rastrellato dai nazisti, punto: credente o ateo. Naturalmente questo tentativo di non scomparire dalla faccia della Terra è considerato, da chi ci odia, una forma di razzismo. Ecco perché il mio protagonista, che dà mazzate senza paura, rappresenta un nuovo tipo di ebreo capace di difendersi: perché Woody Allen è il passato, l’ uso della forza è necessario».

Nel libro, Bazell si diverte a inventare citazioni letterarie, note a piè pagina da libro di testo («Mi sono iscritto a medicina a trent’ anni: chi ha già conosciuto il mondo del lavoro sa che c’ è di peggio nella vita, rispetto a dover leggere un libro su come funzionano i polmoni»), e ha creato un improponibile ospedale lurido e malconcio dove lavora il suo protagonista. Tra colpi di scena e un finale ai confini della realtà che, con lodevole sprezzatura, l’ autore elargisce al lettore, che a quel punto si sta chiedendo come Brown/Brnwa possa uscire vivo dal romanzo. «Sì, certo, il finale è esagerato, over the top, è metaforico, è tante cose che io generalmente come lettore non sopporto. Ma scrivendolo pensai che calzasse a pennello, e lo penso ancora. Qualcuno dice che non è realistico? Beh, loro non c’ erano, quando è successo…». Bazell, furbetto del noir, mescola il pop – i telefilm ospedalieri, i film di mafia, l’ horror-sanguinaccio di genere splatter – con riflessioni serie ma anche tanto humour senza fingere, lodevolmente, di essere lo scrittore che non è. «Perché scrivere significa ricoprire il veleno per topi con il cioccolato: amo scrittori come Jim Thompson e James Ellroy esattamente per questo. Ma l’ autore che più di tutti riesce a essere privo di sentimentalismo è un italiano, che vorrei fosse tradotto di più in inglese: Massimo Carlotto. È uno scrittore di noir al quadrato, di quelli che ti mettono alla prova. In America uno come lui non c’ è. Neanch’ io potrei leggere Carlotto tutto il tempo. Non ce la farei. L’ Olocausto ha funzionato: stiamo scomparendo, Israele è sotto attacco. Lo scrittore che amo? Massimo Carlotto, negli Usa manca uno come lui.”

  1. Era dai tempi de “la cupola splendente” o forse da
    “il mambo degli orsi” che non mi divertivo così tanto come con Bazell. Ciò che dice nel pezzo che hai proposto credo sia più che condivisibile. Una sola cosa mi ha lasciato più che perplesso: Carlotto. Deve esserci una formidabile versione americana di Luca Conti, è l’unica spiegazione.
    bert

  2. Ah, La cupola splendente! Grazie di avermelo fatto tornare in mente, quasi quasi me lo rileggo (ma anche Carissimo cane era più che notevole).

    Il traduttore americano di Carlotto (e molti altri scrittori nostrani, tra cui soprattutto Buzzati, ma anche Melissa P: il lavoro è lavoro…) è Lawrence Venuti, che è un traduttore eccellente “anche se” è un professore universitario: e non sempre le due cose vanno d’accordo. Anzi:-)

    • Fra le opere di Wambaugh “Carissimo cane” è forse la mia preferita (è una bella lotta) ma dal punto di vista ridanciano e delle battute fulminanti credo che solo “Delta star” possa competere con “La cupola splendente”, tutte opere disperatamente fuori catalogo, se non erro.
      Quanto a Carlotto, mi viene da pensare che Venuti ci abbia messo un po’ del suo per renderlo interessante agli occhi di Bazell…
      Ciao e grazie.
      bert

  3. A volte ho il sospetto che Josh sia anche più simpatico di Pietro. Detto questo una domanda e un appello: prima, come può Pietro fare Brnwa di cognome se la polacca era sua madre? (Di certo lui lo spiega ma io me lo sono perso.) Secondo: Di Caprio nei suoi panni no, no, no e poi no. Non riesco a immaginare un miscasting più miscastato di questo.

  4. Bellissimo il libro, altrettanto la traduzione che ho trovato molto aderente a quello che mi sembra lo stile di Bazell, complimenti davvero!

    L’ho finito ieri pomeriggio e mi è dispiaciuto un sacco…
    … il “dolore” è stato mitigato un po’ solo dal fatto di attaccare ieri sera stesso con Killshot.

    Solo un dubbio: il titolo.
    “Vedi di non morire” è sicuramente ad effetto, ma perché è stato scartato “Beat The Reaper”
    (mi ha ricordato un po’ Il Giovane Holden, ‘sta cosa)?

    Grazie ancora,
    Dario

    p.s.: Anch’io pollice verso per Di Caprio!

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