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HORACE McCOY

In books, Horace McCoy on settembre 8, 2009 at 21:09

shroud

La mia prefazione alla nuova traduzione (mia anch’essa) di Un sudario non ha tasche, pubblicato pochi mesi fa da Terre di mezzo.

Iniziamo con una biografia in pillole di Horace McCoy, compilata da Robert Polito per il volume Crime Novels: American Noir of the 1930s and 1940s (The Library of America, 1994):

«Nato il 14 aprile 1897 a Pegram, Tennessee. Trasferito con la famiglia a Nashville, a due anni di età. Lascia gli studi a 14 anni e lavora come meccanico in un’autofficina, poi è commesso viaggiatore. Nel 1915 si sposta con la famiglia a Dallas. Nel 1917 si arruola nella Texas National Guard, viene addestrato come osservatore aeronautico e combatte in Francia nel 1918 come bombardiere e fotografo aereo. Tornato a Dallas, lavora come reporter per il Dallas Dispatch, poi passa al Dallas Journal come responsabile della pagina sportiva. Nel 1921 sposa Loline Scherer. La coppia avrà un figlio, Stanley, nel 1924. Dal 1925 al 1931 svolge attività teatrale come attore nel famoso Little Theatre di Dallas. Dal 1927 al 1934 collabora a Black Mask come autore di racconti pubblicandone sedici, gran parte dei quali è dedicata alle avventure del Texas Ranger Jerry Frost e della sua pattuglia aeronautica di confine. Pubblica anche su altri pulps come Battle Aces, Action Stories, Western Trails e Man Stories. Nel 1929 divorzia dalla moglie e viene licenziato dal Dallas Journal. Nel 1930 diventa direttore di un nuovo periodico, il Dallasite, che chiude ben presto. Fugge da Dallas assieme a una giovane rampolla dell’alta società locale, che sposa, ma il matrimonio verrà ben presto annullato. Nel 1931 si trasferisce a Hollywood nel tentativo di sfondare come attore cinematografico, ma ottiene solo brevi comparsate. Nel 1932 viene assunto dalla RKO come sceneggiatore. Nel 1933 sposa Helen Vinmont, figlia di un ricco petroliere (avranno una figlia, Amanda, nel 1940, e un figlio, Peter, nel 1945). Debutta come romanziere nel 1935 con They Shoot Horses, Don’t They?»

Chi ha appena letto No Pockets in a Shroud troverà singolari assonanze tra molti elementi della trama e i fatti salienti della vita di McCoy. Non tutti, certo; ma ce ne sono anche altri, che Polito non riporta e che, pure, richiamano situazioni del romanzo. Per citarne uno, il Dallasite (fondato col determinante contributo del Nostro, e da lui stesso diretto) era visibilmente ricalcato sulla linea editoriale e grafica del New Yorker, così come nel romanzo Mike Dolan intende fare col Cosmopolite. L’attività nel Little Theatre; il matrimonio con una ragazza ricca (subito annullato su pressioni della famiglia di lei); l’attività giornalistica come redattore sportivo e un’infinità di altri piccoli particolari: tutto questo potrebbe giustificare chi voglia vedere in Mike Dolan un Horace McCoy neanche troppo camuffato.

La geniale intuizione di McCoy, peraltro, è stata quella di creare sì una figura dal forte senso morale e dal profondo idealismo – una sorta di Don Chisciotte, lo bolla subito il direttore del Daily-Times Gazette – ma estremamente contraddittorio nella sua vita privata: manipolatore dei sentimenti altrui, disinvolto col danaro, cialtronesco nei suoi impegni di attore dilettante, persino ricattatore nei confronti del ricco suocero. Quello, insomma, che in inglese si chiama un flawed hero, simile per molti versi al primissimo Superman (che avrebbe debuttato come personaggio dei fumetti di lì a poco, nel 1938. ma che fin dal 1933 era apparso come personaggio letterario nella fanzine Science Fiction). Il Superman degli esordi era una sorta di attivista sociale che lottava contro gli affaristi senza scrupoli e i politicanti corrotti, e che in un episodio radiofonico del 1946 non esitava a combattere contro una cellula del Ku Klux Klan (proprio come capita a Mike Dolan): vantava una personalità aggressiva, ben diversa da come si sarebbe poi trasformata nel corso degli anni, e un codice morale abbastanza elastico, che gli faceva mettere in secondo piano le proprie debolezze caratteriali a vantaggio, appunto, della giustizia sociale. Insomma, sarebbe argomento per un interessante studio capire se Dolan abbia influenzato Superman (curiosa, l’assonanza, no?) o viceversa, superpoteri esclusi…

La storia editoriale del romanzo è abbastanza travagliata. They Shoot Horses, Don’t They?, il primo libro di McCoy, era uscito il 25 luglio 1935 per Simon & Schuster suscitando reazioni contrastanti nella critica americana. No Pockets in a Shroud, proposto da McCoy alla stessa casa editrice nel 1936, ricevette un netto rifiuto. Fu l’editore londinese Arthur Barker a dichiararsi disposto alla pubblicazione del romanzo, a patto però che l’autore apportasse una consistente serie di tagli e una profonda revisione. McCoy acconsentì, non sappiamo quanto controvoglia, e No Pockets in a Shroud uscì in Gran Bretagna nel 1937. Per quasi una decina d’anni questa resterà l’unica edizione disponibile del libro (e che ha raggunto oggi quotazioni da capogiro), ovvero fino alla traduzione francese del 1946, Un linceul n’a pas de poches, curata per Gallimard da Marcel Duhamel e Sabine Berritz e destinata a incontrare un successo strepitoso. Nel frattempo McCoy aveva realizzato la maggior parte delle sue sceneggiature cinematografiche, quasi sempre in collaborazione con William R. Lipman, e pubblicato uno splendido romanzo di argomento hollywoodiano, I Should Have Stayed Home (1938), il cui protagonista – proprio come lui – ha velleità frustrate di attore cinematografico.

Sulla scorta del successo francese, di pubblico e soprattutto di critica, nel 1948 McCoy pubblica un nuovo romanzo, Kiss Tomorrow Goodbye, e riesce a far stampare No Pockets in a Shroud anche negli Stati Uniti: non in edizione rilegata, bensì nei tascabili della Signet. Nel maggio 1948 esce la ristampa di They Shoot Horses e, alla fine dello stesso anno, No Pockets è disponibile anche per i lettori americani in una edizione profondamente diversa da quella inglese del 1937 (va anche detto che la prima ristampa inglese, uscita per la Penguin nel 1962, riproduce l’edizione Barker del 1937 ma sostiene che il libro è stato pubblicato per la prima volta negli USA nel 1937, cosa evidentemente non vera).

Non essendoci più traccia del manoscritto originale, neanche nel fondo McCoy alla University of California, ignoriamo se l’edizione americana del 1948 si limiti a reintegrare i tagli effettuati dall’autore per l’edizione britannica di undici anni addietro: certo è che nel novembre del 1948 McCoy ottiene un copyright per la nuova versione di No Pockets in a Shroud, «con revisioni».

Per quanto riguarda l’Italia, è proprio la nuova versione che verrà tradotta per prima, nel 1953, da Enrico Hirschhorn e pubblicata da Garzanti (con una ristampa nel 1975 per il Club degli Editori). La traduzione di Massimo Bocchiola e Roberto Santachiara uscita nel 1994 per Bompiani si rifarà invece alla versione «ufficiale» inglese del 1937, così come la nuova traduzione che presentiamo in questo volume.

Perché questa scelta, potrebbero chiederci i lettori? Niente ci vietava di presentare di nuovo in Italia, dopo sessant’anni, l’edizione «ripristinata» da McCoy. Per un semplice motivo: conoscendole bene entrambe, crediamo che l’edizione inglese del 1937 sia di gran lunga più bella, più riuscita, più efficace. È molto più sintetica, va dritta al sodo senza tanti fronzoli, insomma «picchia duro», se ci passate il termine hard-boiled. Nell’edizione 1948 Dolan ci viene presentato spesso e volentieri come un tipo pieno di dubbi, di insicurezze, propenso a riflettere a voce alta sulle mosse da fare, sulle decisioni da prendere; in quella del 1937, invece, è uno schiacciasassi, consapevole dei propri difetti ma ostinato fino alle estreme conseguenze. E il romanzo, a nostro avviso, guadagna moltissimo da una tale impostazione: un piccolo capolavoro che, come quasi tutti i libri di McCoy, a rileggerlo oggi suona sinistramente profetico.

  1. “Mi venisse un canchero!”

  2. Mi venisse la diarrea!

  3. […] CLICCANDO QUI potete leggere la prefazione a “Un sudario non ha tasche” firmata da Luca Conti. […]

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