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Archive for the ‘James Crumley’ Category

LA CATTIVA STRADA (2)

In books, James Crumley, my books, traduzione on febbraio 25, 2010 at 19:11

In libreria da martedì 23 febbraio. 296 pagine, 18 euro. Traduzione di Luca Conti.

Riporto anche la quarta di copertina, perché questa volta l’ho scritta io.

Se è vero che il nuovo noir americano del dopo-Vietnam riscrive in versione moderna i grandi temi della mitologia della frontiera, La cattiva strada ne rappresenta uno degli esempi migliori: sperdute cittadine del Montana con tanto di saloon e squallidi alberghetti, duelli alla Mezzogiorno di fuoco, donne fatali e un lacerante cammino verso la redenzione. Dal distillato di questa poderosa miscela nasce uno dei piú riusciti romanzi di James Crumley.

«Sugli stolti e sugli ubriaconi vegliano gli dèi in persona», scriveva James Crumley nell’Ultimo vero bacio, ma tutto questo non sembra valere per Milo Milodragovitch, reduce dal clamoroso fallimento professionale e umano del Caso sbagliato e ridotto a sbarcare il lunario come guardia giurata, nell’attesa di entrare in possesso della cospicua eredità paterna. E proprio le antiche scappatelle di suo padre lo trascinano in un nuovo caso, ancor piú intricato del precedente: Sarah Weddington, amante occasionale del defunto Milodragovitch senior, gli offre un banale ma poco chiaro lavoretto di sorveglianza e pedinamento che innesca ben presto una folle spirale di violenza. Milo si trova cosí invischiato nella ragnatela di fascino e lusinghe ordita da tre donne di grande carattere e personalità, ciascuna delle quali sembra avere misteriosi legami con la storia e i beni della famiglia Milodragovitch. Tra cadaveri e complotti, Milo è costretto suo malgrado a districare una matassa apparentemente insolubile, che lo porterà ancora una volta a masticare fino in fondo il sapore amaro della Cattiva strada.

Texano di nascita ma anima perennemente on the roadJames Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera folliaLa cattiva strada.

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SFUMATURE DI GRIGIO A PHILIPSBURG

In books, James Crumley on febbraio 21, 2010 at 23:44

Con estremo piacere, segnalo uno splendido articolo di Giovanni De Matteo sull’Ultimo vero bacio di James Crumley. Leggetelo, ne vale la pena. Lo trovate qui.

SFUMATURE DI GRIGIO A PHILIPSBURG

In books, James Crumley on febbraio 21, 2010 at 23:40

Con estremo piacere, segnalo uno splendido articolo di Giovanni De Matteo sull’Ultimo vero bacio di James Crumley. Leggetelo, ne vale la pena. Lo trovate qui.

LA CATTIVA STRADA

In books, James Crumley, my books, traduzione on febbraio 11, 2010 at 10:33

Non ho ancora visto la copertina dell’edizione italiana – così inserisco quella dell’edizione originale (1983); un po’ malconcia, ma me la porto dietro fin da allora e le sono molto affezionato – ma la mia nuova traduzione del secondo romanzo che Crumley ha dedicato a Milo Milodragovitch è in arrivo in libreria tra una decina di giorni, più o meno.

Ne approfitto per segnalare, salvo equivoci, che il libro era già uscito in Italia per Mondadori nel 1994 come Dalla parte sbagliata, e che Einaudi ha ritenuto di cambiarne il titolo in La cattiva strada per evitare confusione con Il caso sbagliato, che ho ritradotto l’anno scorso (io avevo proposto di lasciare Dancing Bear, per motivi che appariranno chiari alla lettura del romanzo, ma non è andata così).

JAMES CRUMLEY: IL SITO UFFICIALE

In books, James Crumley on settembre 11, 2009 at 12:50

Crumley Site

Martha Elizabeth, moglie di James Crumley, ha finalmente inaugurato il sito dedicato alla vita e alle opere del marito, consultabile a questo indirizzo. Si tratta di un lavoro ancora in fase di sviluppo ma destinato ad arricchirsi enormemente nei prossimi mesi.

E il prossimo ottobre (quasi sicuramente il 25) a Missoula, la città del Montana in cui Crumley risiedeva da tempo, avrà luogo una grande celebrazione della memoria di James con ospiti da tutti gli Stati Uniti e dal mondo intero. Se qualcuno vuole farci un salto…

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (seconda parte)

In books, James Crumley, Laura Lippman on aprile 5, 2009 at 12:45

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(foto di Chad Harder)

LAURA LIPPMAN: Tu ci sei proprio nato, in Texas, e questa è una cosa di cui i texani non fanno altro che vantarsi. Almeno quelli che conosco io. Ma ho sempre avuto la sensazione che il tuo rapporto col Texas sia sempre stato molto controverso. Perché ti ritieni una sorta di changeling? Non ti sei mai sentito a casa, laggiù?

JAMES CRUMLEY: Ci siamo trasferiti nel New Mexico durante la seconda guerra mondiale, ed è laggiù che ho cominciato a intendere e volere, in una cittadina chiamata Deming che stava nel bel mezzo del deserto. Questo è stato il mio imprinting. Quando sono rientrato in Texas frequentavo la seconda elementare, e… Be’, le piccole città del Texas, se non ci sei nato, nessuno vuole averci a che fare, con te. E per farmi accettare ne ho combinate di tutti i colori. Il baseball è l’unico motivo che mi ha spinto a finire il liceo. Avevano organizzato un torneo di baseball, subito dopo il diploma, e per giocare in quel torneo sono stato costretto a diplomarmi.

LL: E hai anche giocato a football. Pensavo che bastasse questo, in Texas, per restare simpatico a tutti.

JC: Già, ma io non stavo simpatico a nessuno. Ero in gamba, ma restavo sulle scatole a tutti.

LL: A quanto so sei stato uno studente modello, il che mi suona davvero strano, visto che non mi sembri proprio il tipo da starsene fermo a fare i compiti in classe.

JC: In un liceo del Texas, negli anni Cinquanta? Figurati, di essere i primi della classe erano capaci tutti. Il voto di cui andavo più orgoglioso era la sufficienza in educazione civica… Mai portato un libro a casa, per studiare, ma nei compiti in classe ero una scheggia. Tutta ‘sta storia mi ha creato un sacco di problemi. Un ragazzotto bianco con le pezze al culo, ma che va benissimo a scuola? Non sono cose che vanno d’accordo, di solito. E io mi sono sempre trovato un po’ tra l’incudine e il martello, con questi mondi inconciliabili. Ecco perché in Texas non mi sono mai sentito a casa. In Montana sì. È l’unico posto che mi ha dato questa sensazione.

LL: Mi ero fatta st’idea leggendo la citazione di Steinbeck, da Viaggio con Charley, che hai messo in epigrafe alla Terra della menzogna. «Il Montana mi sembra proprio l’idea che un ragazzino potrebbe farsi del Texas a forza di sentir parlare i texani.»

JC: Aspettavo da una vita il momento buono per usarla, questa citazione. Qualcuno, una volta, ha detto che il Montana è identico al Texas. Solo che è pieno di suore e non c’è neanche un cazzo di battista. Sono arrivato qui nel 1966 senza riuscire più ad andarmene sul serio, cristo.

LL: Eppure hai donato il tuo archivio alla Texas State University, San Marcos. Come mai? Perché proprio quella università? Dev’essere una delle poche in cui non hai mai insegnato [da metà degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta Crumley ha insegnato scrittura creativa non solo nel Montana, ma anche all’University of Arkansas, Fayetteville, alla Colorado State University, al Reed College di Portland, Oregon, alla Carnegie-Mellon e alla University of Texas, El Paso].

JC: Perché mio padre è nato proprio da quelle parti, nella Hays County. Ma ho il sospetto che farei meglio a riprendermi ogni cosa. Il curatore del fondo è venuto qui e si è portato via tutto, anche i fascicoli dei miei tre divorzi e il caschetto rigido di quando facevo l’addetto alle trivellazioni. Insomma, non lo so come ha fatto a finire laggiù, tutta ‘sta roba. Comunque va bene lo stesso. Sai, adesso che sto invecchiando, ci sono tre cose che mi piacerebbe vedere prima di morire: un bel po’ di buone notizie sui giornali, un’altra bella macchina a trazione posteriore tipo una BMW o qualcosa del genere, e che la gente del Montana la piantasse di chiamarmi «quel texano del cazzo.»

LL: Com’è che ti è venuta la passione per i libri? C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore?

JC: Ho imparato a leggere da solo. A dodici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, un poliziesco influenzato dai libri di Mickey Spillane che le mie zie (e anche mie coetanee, tra l’altro) nascondevano sotto il materasso. Al college mi sarò specializzato in almeno otto materie diverse, prima di laurearmi in Storia. In realtà, quando mi sono iscritto al master in scrittura creativa nello Iowa, non mi ero ancora laureato, giù in Texas. Ma ero stato nell’esercito, e avevo visto come funzionava la burocrazia. Così mi sono iscritto lo stesso, e per beccarmi ci hanno messo sei, forse otto mesi. A quel punto mi sono laureato in Storia alla Texas A&I, ma per corrispondenza… E stavo già frequentando il master nello Iowa.

LL: Ti piaceva, lassù?

JC: In Iowa? Come essere in paradiso. Per la prima volta ero in mezzo a gente che leggeva, scriveva e parlava di un sacco di roba. Per quanto mi riguarda, in Iowa è stato fantastico. C’erano Richard Yates, Kurt Vonnegut… e io ero il più giovane della compagnia.

LL: Com’è che hai fatto a finire laggiù? Non credo che fosse così facile, per uno studente della Texas A&I di Yorksville, farsi venire in mente che alla University of Iowa c’era un Writers’ Workshop.

JC: C’era un tizio a Kingsville, giù in Texas, che girava voce fosse uno scrittore, così sono andato a fargli vedere un po’ delle mie stronzate e lui mi ha detto: «Magari faresti meglio a leggere un po’ di poesia moderna, prima di provarci anche tu.» Allora mi sono messo a leggere tutto quel che mi capitava sottomano, e alla fine gli ho portato qualche altra poesia. «Sai una cosa?» ha detto lui, «mi sa che dovresti provare con la narrativa.» Dopo il secondo racconto, mi ha suggerito di iscrivermi al Writers’ Workshop su in Iowa. Io avevo già deciso di andare alla University of Washington per laurearmi in Storia dell’Unione Sovietica e poi farmi assumere dalla CIA. Invece sono andato in Iowa.

(continua)

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(foto di Lee Nye, scattata verso la metà degli anni Settanta davanti al Trixi’s Antler Saloon di Ovando, Montana: “un piccolo grande localino da pescatori,” come scrive Crumley nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio)

INCONTRI ROMANI

In books, James Crumley on febbraio 18, 2009 at 12:57

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IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (2)

In books, James Crumley on gennaio 6, 2009 at 13:33

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (2)

In books, James Crumley on gennaio 4, 2009 at 19:08

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Corriere della Sera, 13 dicembre 2008. Articolo di Matteo Persivale, al quale faccio solo una piccola correzione: One To Count Cadence, pubblicato dalla Esedra di Padova, è ancora in catalogo col titolo di Uno per battere il passo.

Ah, già che ci sono, ne approfitto per dire che la citazione in apertura del romanzo («Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»), e che Crumley attribuisce a Lew Archer, il personaggio di Ross Macdonald, è in realtà di Nelson Algren.

LC

«Quand’è che ci sposiamo?». «Quando sarai entrato negli Alcolisti Anonimi». «Non voglio averci niente a che fare, con un branco di ubriaconi del cazzo». James Crumley mancherà anche per questo motivo ai moltissimi suoi fan, a quelli famosi – come Ray Bradbury che battezzò «Crumley» il protagonista di tre suoi libri; Neal Stephenson secondo il quale L’ultimo vero bacio è il Grande Romanzo Americano; Dennis Lehane, Joe Lansdale, Pete Dexter, Elmore Leonard, James Lee Burke – e a quelli meno famosi, in tutto il mondo. Mancherà loro perché riusciva in tre righe di dialogo a spiegare tutto quello che c’è da sapere su due personaggi in un romanzo; mancherà loro perché a parte il suo capolavoro, L’ultimo vero bacio (pubblicato in Italia da Einaudi), Crumley ha scritto libri come Il caso sbagliato, dal quale viene la citazione iniziale, appena uscito sempre da Einaudi (Stile libero noir, traduzione molto sensibile allo stile di Crumley realizzata da Luca Conti), che raccontano come davvero pochissimi altri l’America dell’ immediato post Vietnam. E anche della guerra del Vietnam vera e propria in One To Count Cadence, purtroppo non disponibile in italiano, una specie di Grande Uno Rosso applicato all’ alba del conflitto del Sudest asiatico, probabilmente il suo libro più affascinante dopo L’ultimo vero bacio.

Crumley rideva nel suo modo trichechesco e vagamente allarmante quando gli si faceva notare che aveva scritto un grande libro di guerra dopo aver fatto una pessima carriera come soldato («Ero trotzkista, capirà che divertimento»); e poi è diventato scrittore di libri polizieschi senza averne mai letto uno fin dopo la laurea («Da giovane ero più sul genere Dostoevskij») e aver lavorato principalmente come professore universitario di lettere, non come detective privato (ma in fondo Dashiell Hammett fu comunista tesserato e poi messo in lista nera ai tempi di McCarthy e di questo l’ex trotzkista Crumley andava abbastanza orgoglioso). E così ecco nascere Il caso sbagliato, il primo poliziesco della carriera di Crumley e suo secondo libro – debuttò con quello sul Vietnam, nato come tesi di laurea all’università – il cui protagonista è Milo Milodragovitch, investigatore privato del Montana che sarà poi al centro di altri due libri di Crumley (l’altro memorabile detective figlio dell’ immaginazione di Crumley e delle sue sbornie colossali, C. W. Sughrue, è titolare di un’ altra trilogia, tra cui spicca L’ultimo vero bacio).

Il caso sbagliato – e con esso il resto della carriera di Crumley – nacque perché l’ex reduce con sogni letterari alla Hemingway, appena uscito dall’università e in cerca di una storia da raccontare nel suo secondo libro, prese in mano su consiglio d’un amico poeta un tascabile usato di Raymond Chandler in una bancarella di Guadalajara, Messico. Lesse e capì che in quei polizieschi stampati su cartaccia e con le donne coi vestiti attillati in copertina c’era parecchio del mondo dostoevskijano che tanto lo affascinava: il bene e il male, il peso dei propri peccati, il destino. Il fatto che l’avidità umana e il potere del denaro – temi cari a lui così politicamente impegnato – fossero temi centrali dell’arte del noir lo convinse definitivamente. Il bonus poi era che la sua conoscenza enciclopedica di baracci malfamati, whisky e donne facilmente abbordabili poteva trovare un posto nelle storie di detective. La scoperta di Chandler – seguito poi da Ross Macdonald e da tutti gli altri grandi, ma questi due rimasero i suoi preferiti – fu per lui un po’ «come trovare una pepita d’ oro nel cestino della carta straccia».

E Il caso sbagliato, in un conscio hommage agli stereotipi più biechi del genere, si apre proprio con una rossa che entra nell’ ufficio del cinico detective (la citazione che apre il libro ripete il tema: viene da Ross Macdonald: «Mai andare a letto con una donna più incasinata di te»). E di pepite, nel Caso sbagliato, Crumley ne semina parecchie, qua e là per le 364 pagine: i dialoghi amari, secchissimi e spiritosi che lo fecero subito cooptare dagli agenti del cinema per scrivere sceneggiature, il controllo spietato dello stile, la capacità – «postmoderna» secondo alcuni critici, ma a lui veniva da ridere – di mescolare citazioni vagamente camuffate (in quegli anni, quando a Hollywood conobbe Sam Peckinpah, gli confessò di aver copiato a mani basse dai suoi film e dopo una pausa quel grande disse soltanto «Me n’ero accorto»). Tre anni dopo Il caso sbagliato, Crumley avrebbe scritto l’incipit che apre il suo capolavoro e resta uno dei più famosi – e citati – della letteratura americana del dopoguerra («Alla fine lo beccai, Abraham Trahearne: lo beccai che beveva birra in compagnia di un bulldog alcolizzato, tale Fireball Roberts, in una sgangherata bettola appena fuori Sonoma, California, intento a spremere anche le ultime gocce di un bel pomeriggio di primavera»).

Ma Crumley, gigante del noir – «l’arte dei cattivi americani», la chiamava lui – era nato quando quella rossa «più incasinata di lui» entrò per la prima volta nell’ ufficio di Milo Milodragovitch.

James Crumley, morto il 16 settembre 2008, era nato a Three Rivers in Texas nel 1939. Prima della narrativa, s’era impegnato in vari campi: dal football alla politica trotzkista, dalle sceneggiature alla carriera militare. Scrive il suo capolavoro, L’ ultimo vero bacio (Einaudi Stile libero), nel 1978, dopo l’esordio del 1969 con One to Count Cadence. Il suo ultimo libro è Una vera follia (Einaudi Stile libero, 2005).

IL CASO SBAGLIATO: RASSEGNA STAMPA (1)

In books, James Crumley on dicembre 11, 2008 at 10:55

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D – La Repubblica delle Donne parla, nel numero della scorsa settimana, della nuova edizione del Caso sbagliato di James Crumley. Ecco cosa scrive Tiziano Gianotti:

Non se la passa molto bene oggi, il noir: tutti si danno a scrivere thriller, ché il melodramma fa molta più cassetta. Ragione in più per non perdere un buon esemplare, il primo della serie di Milodragovitch, anno di nascita ’75, lo stesso di I ragazzi del coro di Wambaugh. James Crumley porta il noir nel West, nell’immaginaria cittadina di Meriwether, e apre una nuova stagione del genere, come in altro modo Joseph Wambaugh. Valga l’inizio, dopo la presentazione del protagonista e una panoramica sul paesaggio: uno scippo che è una danza di morte del ragazzo, investito e sballottato tra alcune auto, una scena tutta grigio e assurdo con una goccia di ironia macabra, che termina con lo scippatore incastrato sotto il paraurti dall’auto guidata da un’anziana signora entrata nel traffico con una manovra vietata. Un lungo magistrale paragrafo e il tono è dato. Milodragovitch, per tutti Milo, torna alle proprie occupazioni: tenere a bada la sbronza sempre prossima, osservare la routine della vita in strada, masticare rimpianti e buoni propositi. Figuriamoci. La donna che entra in scena la conosciamo, è il tipo giusto: capelli rossi lunghi, le lentiggini del caso, una ragazza di 35 anni, il corpo levigato e sodo (“come il manico di un’ascia”, dirà poi Milo) in un vestito rosa, e un rossetto dal colore improbabile, perfetto per la sua bocca. Si chiama Helen Duffy, continua a ripetere “mi spiace”, il mantra dell’imbranato, ed è venuta fin lì dallo Iowa in cerca del fratello, scomparso. Un giovanotto stravagante, fanatico di storia del West, finito a Meriwether per la tesi di dottorato. Non andrà tutto a meraviglia, in questo primo incontro, eppure Milo sa che farà qualsiasi cosa per la bella Helen, che “sembrava saltata fuori da un’epoca migliore e meno complicata”. La vecchia storia dell’innocenza, delle donne e dell’America, miti duri a morire. Ma quel che conta è la figura di Milo, delineata con vigore e ruvida tenerezza, 39 anni di disperazione trattenuta che s’accendono di speranza davanti a una gattamorta dell’Iowa. Un uomo che sa riconoscere “il silenzio dei giovani” in una ragazza sciupata e rispettarlo, “il silenzio della frustrazione e dell’angoscia per chissà quali perdite senza nome”. Sono le frasi di concisa consapevolezza, le digressioni e i dialoghi a definire la statura letteraria di Crumley. Tre anni ancora e L’ultimo vero bacio ne darà conferma.

DARK WAS THE NIGHT, COLD WAS THE GROUND

In books, James Crumley, James Sallis on dicembre 9, 2008 at 22:05

blindwilliejohnsonInsomma stasera a Milano fa freddo minaccia di nevicare io sono allo stesso tempo a casa ma lontano da casa e dovrei andare avanti col libro che sto traducendo ma non ne ho voglia mentre mi piacerebbe farmi una bevuta con James Crumley sentirlo raccontare qualche storia incredibile di quelle che capitavano solo a lui.

Il titolo di questo post è rubato al brano del 1927 di Blind Willie Johnson: forse, come dice James Sallis, il capolavoro immortale della musica americana.

Quello che segue è un vecchio pezzo di Carlo Lucarelli sull’ Ultimo vero bacio, apparso nel 2004 sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un’idea che hanno in testa, questa idea diventa un’ossessione, si fa scrivere una parola dopo l’altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce. Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece, diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E’ la storia dell’Ultimo vero bacio, di James Crumley, un noir (uscito nel ’78), un hard boiled, che viene dopo Il grande sonno di Raymond Chandler, che l’hard boiled ha contribuito a fondare, e come Il grande sonno rompe le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano il genere, tanto che come Crumley dice di essere “figlio illegittimo di Raymond Chandler”, ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E questa è l’ultima cosa che si può dire di L’ultimo vero bacio, che è un romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino all’ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente come James Crumley quando l’ho visto per la prima volta: un omone con una pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la DEA, l’antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c’è moltissimo di tutto questo in lui, un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare che esca dall’ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe un’altra cosa, un’altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose, per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo prima. E per l’ingaggio non c’è altro che ottantasette dollari. Chiunque, qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la lettura, e poi c’è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto rovinare con una parola di troppo.

Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine, erano abbastanza stinte: bere un po’ troppo, essere un po’ cinico ma non molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L’Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di Ellroy e degli altri scrittori “cattivi” come lui e anche di più, ha cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale. Quell’attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E’ bello L’Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C’è un’altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito, perché l’avrei detta io se non l’avesse scritta lui, una cosa che si può dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento».

JAMES CRUMLEY, IL CASO SBAGLIATO

In books, James Crumley on novembre 25, 2008 at 10:22

wrong-case

Da oggi in libreria.

Einaudi Stile Libero, 364 pagine, 17 euro e 50.

Traduzione di Luca Conti.

Ecco come inizia.

*****************

Mai andare a letto con una donna più incasinata di te

– Lew Archer

1

Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.

Il mio ufficio ha sede al terzo piano del Milodragovitch Building. Ho ereditato il palazzo da mio nonno, ma gran parte dei profitti finisce nelle tasche di una società di gestione immobiliare, in quelle della mia prima moglie e in quelle degli eredi della seconda. A me sono rimasti un affitto vantaggioso e un fantastico panorama. Fantastico, certo, almeno quando il vento dell’est non ci massacra con i fumi della cartiera, o quando un’inversione termica non tappa la Meriwether Valley come un tappo su un pozzo solforoso. Dalle finestre a nord il mio sguardo può spaziare per tutto il bacino di scolo di Hell-Roaring fino ai tre acri di bosco, appena sotto le cime più basse del Diablo Range, che ho anch’essi ereditato da mio nonno. E dalle finestre a ovest, se non faccio caso alla squallida periferia occidentale di Meriwether, la vallata si stende come un lussureggiante tappeto verde che corre tra ripidi crinali rocciosi. Sul versante nord della vallata, invece, si staglia imponente lo Sheba Peak, su cui la neve indugia fino a estate inoltrata, una montagna bianca e conica come il seno di una giovane donna, una donna concepita negli strani sogni di un lurido minatore, un sogno che solo l’oro e l’argento possono comprare.

A differenza delle mie prospettive, il panorama meritava un brindisi, cosa che feci. Da quando avevo ipotizzato che i matrimoni in via di sfascio si sarebbero sistemati da soli, senza la mia assistenza professionale, quelle prospettive erano numerose ma anche improbabili. Potevo darmi a tempo pieno al recupero delle macchine usate e dei mobili a buon mercato così soavemente promessi dalle finanziarie, inseguendo cattivi pagatori come un segugio spuntato fuori da un inferno economicamente solvibile. Potevo, come no; ma sapevo che non l’avrei fatto. Come non avrei certo potuto vivere con i quarantasette dollari e spiccioli avanzati dall’affitto mensile dell’ufficio, né risolvermi a tagliare il mio bosco per farne legna, né – ancora – convincere il fondo che gestiva i beni del mio defunto padre a mollarmi parte delle sue fortune prima del mio cinquantacinquesimo compleanno. L’unica consolazione era che dalla bottiglia dell’ufficio sarebbe scappato un altro drink, accompagnato dall’ennesima occhiata circolare alla ricerca di qualsivoglia cosa di valore in quella stanza.

La grande cassaforte nell’angolo, un vecchio modello che aveva visto le glorie di mio nonno banchiere, era vuota, fatta eccezione per duemila dollari di losca provenienza che ero riuscito a sottrarre alle grinfie delle tasse. I tre schedari da parete erano pieni di resoconti di matrimoni falliti, privi di ogni valore anche per quei poveri disgraziati che ne erano oggetto. Il ritratto del mio bisnonno era opera di un celebre (anche per la sua ubriachezza) pittore del West, e magari valeva anche qualcosa, ma l’idea di mettere in vendita il mio antenato mi sembrava ben poco opportuna. Prima, senza dubbio, sarebbe toccato agli alberi. O alla vecchia scrivania e al tappeto orientale, che avevano un’aria abbastanza malconcia da essere presi per pezzi d’antiquariato, solcati com’erano da bruciature di sigaretta e lordi dei detriti di dolore e indignazione che si erano staccati da tutti i mariti e le mogli che, in preda all’agitazione, erano transitati nel mio ufficio. L’età e il rimpianto, ecco gli unici attivi e passivi del mio conto economico.

Ma, come tutti gli uomini che bevono troppo, avevo trascorso gran parte della vita a rimuginare sul mio sciagurato futuro, e la faccenda aveva smesso di divertirmi. Così mi sparai un altro drink e mi accostai alle finestre a nord per scrutare gli allegri lavoratori di Meriwether. Un tempo i Milodragovitch erano stati dei veri pezzi grossi, in città, ma ormai l’unico modo che mi era rimasto per guardare qualcuno dall’alto in basso era quello di andare su in ufficio e affacciarmi alla finestra. La pausa pranzo era ormai terminata e la gente si affrettava a rientrare al lavoro, tornando in ufficio o in negozio a bordo di macchine con l’aria condizionata, anche se il clima era più primaverile che estivo. Io, che di macchine con l’aria condizionata non ne avevo mai avuta una, potevo quindi sentirmi un po’ superiore. Almeno fino ad agosto.

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (prima parte)

In books, James Crumley, Laura Lippman on ottobre 2, 2008 at 14:01

Laura Lippman, eccellente scrittrice di crime novels che finalmente, da qualche anno, sta godendo anche di una meritata popolarità italiana, mi ha gentilmente concesso di tradurre e pubblicare una sua lunga conversazione del 2006 con James Crumley, al quale lo univa una lunga amicizia.

Le cospicue dimensioni di questa chiacchierata tra vecchi amici mi costringono, per comodità di lettura, a dividerla in puntate. Questa è la prima (anzi, a dir la verità questa è soltanto l’introduzione, in cui Laura racconta il suo rapporto umano e professionale con James). Il resto, nei prossimi giorni.

Ah, grazie – come sempre – a Luisa Piussi, la voce italiana di Laura Lippman.

LC

(nella foto, da sinistra, Harlan Coben, James Crumley e Laura Lippman)

UNA CONVERSAZIONE CON JAMES CRUMLEY

di Laura Lippman

Ho incontrato per la prima volta James Crumley nel 2000, alle Bahamas. Questo particolare sembra rendere la cosa ancora più interessante di quanto già non sia stata. Eravamo solo due dei tanti scrittori presenti a un incontro organizzato dal Club Med e battezzato, in maniera fuorviante, «Tenebre sotto il sole». Di sole ce n’era poco, in effetti, ma anche di tenebre. In base ai miei ricordi di quella piacevole settimana gran parte degli scrittori –  George Pelecanos, Dennis Lehane, Harlan Coben, Steve Hamilton, Peter Robinson e Paula Woods, tra gli altri – non faceva che passare le serate, visto che pioveva quasi sempre, riunita attorno a Crumley per ascoltare le sue storie, in prevalenza autobiografiche. Va anche detto che, da parte nostra, c’era un bell’incoraggiamento, e che lui non si faceva pregare. Era il Budda del bar, un maestro affettuoso e carismatico che non aveva tempo né voglia di farsi metter su un piedistallo.

Ho iniziato a leggere Crumley nei primi anni Ottanta, partendo da Dancing Bear (1983) e tornando indietro a recuperare The Wrong Case (1975) e The Last Good Kiss (1978). A dirla tutta, mi sono fatta una piccola teoria – della quale, con l’assoluto candore proprio della migliore tradizione crumleyana, confesserò che non frega niente a nessuno – secondo la quale Crumley è forse l’unico motivo che ha spinto un sacco di scrittori oggi sulla quarantina a dedicarsi direttamente alla crime fiction, anche se l’ambizione e l’abilità letteraria potevano condurli al mainstream. Di conseguenza, senza pretendere di parlare per conto terzi, dirò che ho iniziato a leggere Crumley perché i suoi libri uscivano nei tascabili della Vintage proprio nel momento di maggior fulgore di quella collana. Il sabato andavo sempre a fare colazione alla Twin Sisters Bakery di San Antonio, dopo di che attraversavo la strada per infilarmi nel Book Stop e lì compravo i Vintage a bracciate. Uno di quelli era Dancing Bear, forse il titolo che ricordo con maggiore precisione. Mi aveva fatto impazzire a tal punto che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, non mi è passata l’arrabbiatura con un mio collega che aveva lasciato la mia copia sul bordo della piscina, finendo per infradiciarmela tutta. Adesso di Dancing Bear possiedo una prima edizione firmata dall’autore, ma mi girano ancora le scatole. Anzi, a essere sincera, ogni volta che ce l’ho con qualcuno è per una questione di libri.

La triste ironia di tutto questo sta nel fatto che la mia scoperta di Crumley ha coinciso con la sua lunga «terra di nessuno», almeno per quanto riguarda le uscite in libreria. Crumley non ha mai smesso di scrivere; è solo che pubblicare, per lui, è tutta un’altra faccenda, anche perché gran parte di ciò che produce e non ci fa leggere non è all’altezza dei suoi elevatissimi standard. Il romanzo successivo, The Mexican Tree Duck, è apparso dieci anni dopo Dancing Bear, anche se nel frattempo ci sono stati una raccolta di racconti (Whores, 1988) e un volume di saggi e altri racconti (Muddy Fork and Other Things, 1991). The Mexican Tree Duck ha vinto, nel 1994, il Dashiell Hammett Award conferito dalla  International Association of Crime Writers. Crumley, che compirà 67 anni il 12 ottobre, ha avuto negli ultimi tempi un relativo attacco di produttività: Bordersnakes (1996); The Final Country (2001, vincitore del Macallan Silver Dagger) e The Right Madness (2005).

Ci siamo parlati per telefono il 21 settembre e la conversazione ha toccato argomenti come la sua vita, la sua opera, il perché Crumley non scriva un’autobiografia e il fatto che sia stato Lyndon B. Johnson a portare la corrente elettrica nell’Hill Country (se avete abitato nel Texas meridionale, come ho fatto io per sei anni, saprete che LBJ e le sue biografie scritte da Robert A. Caro sono un argomento quasi obbligato, ma Crumley ha con Johnson un legame del tutto personale). L’intervista  ha subìto dei tagli – sono state ridotte alcune digressioni, accorciati dei pensieri rimasti a mezz’aria – perché il dialogo di uno di noi, ovvero la sottoscritta, richiedeva un certo aggiustamento. Crumley, invece, era sempre il solito: loquace, coerente e sboccato, anche se quel pomeriggio era appena stato dal dentista e sosteneva di non sentirsi più il naso. «’sto dentista che mi cura si è messo a usare della novocaina francese che è davvero una bomba, ti rimbecillisce tutto un lato della testa.» Beveva Ketel One e acqua tonica da una cannuccia, unica concessione al suo volto privo di sensibilità. Io, invece, bevevo vino bianco, una mossa infelice che Jim, nella sua magnanimità, decise di perdonarmi. «Ti ho visto giocare a basket. Sei abbastanza tosta da bere vino bianco, se proprio vuoi.»

JAMES CRUMLEY: UN RICORDO

In books, James Crumley on settembre 19, 2008 at 17:52


«Ormai è fatta. Non è detto che questa sia la mia ultima terra. In gola ho ancora il sapore dell’orso, amaro del sangue degli innocenti; e nei recessi del mio vecchio cuore riesco ancora a ricordarmi il gusto dell’amore. Forse mi trovo qui solo per riposare. Per farmi un po’ di birre ghiacciate, al calduccio. Ma non importa quale sarà la mia ultima terra, perché le mie ceneri sono destinate a tornare nel Montana. Forse ho solo smesso di cercare l’amore. O forse no. Forse me ne andrò a Parigi. E chi lo sa? Ma col cazzo che me ne tornerò in Texas».

Il ricordo dello scrittore nelle parole di Luca Conti sull’Unità.

L’ultimo bacio di James Crumley

A ripensarci, pur in un momento così triste, è quasi impossibile trattenere un sorriso. Tanto più dopo aver scambiato i comuni ricordi di James Crumley con un bel po’ di suoi colleghi scrittori: tutti quanti (compreso il sottoscritto, che lo traduceva ormai da anni e continuerà a farlo) l’abbiamo incontrato nello stesso modo. Ovvero entrando in un bar, in Italia o negli Stati Uniti, che fosse durante un festival letterario o a una convention di giallisti. Se Crumley era tra i presenti, garantito che potevate trovarlo appollaiato su uno sgabello, davanti al bancone, oppure seduto a un tavolo in fondo al locale, circondato da bottiglie quasi sempre vuote. Come a Courmayeur, in una vecchia edizione del Noir in Festival, quando la sua sagoma da orso in miniatura – piccoletto, ma con la pancia del grande bevitore e un torace da peso massimo – era la prima cosa che si scorgeva rientrando in albergo, a qualunque ora del giorno e della notte.

Il bello è che la gente si teneva a debita distanza, qui e in America, perché lo scambiava per un tipo inavvicinabile, pronto magari a far scoppiare una rissa per un nonnulla, proprio come capita nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio, il suo capolavoro e uno dei romanzi fondamentali della letteratura americana del Novecento (tutta la letteratura, intendo, non solo quella di genere). Invece James era una persona dolcissima e affettuosa con la quale, certo, forse non era così facile andare d’accordo – e le quattro mogli prima dell’ultima, Martha Elizabeth, sono pronte a testimoniarlo – e con la straordinaria capacità di non prendersi sul serio, pur conoscendo benissimo il proprio valore. E, soprattutto, era un grande raccontatore di storie, forse ancora meglio che su carta: una miniera inesauribile di aneddoti, di esperienze incredibili (di guerra, di droga, di alcol) che si stentava a credere potessero essere capitate a una persona sola. La cosa singolare è che Crumley parlava quasi sempre e solo di se stesso, non certo per vanità, ma perché anche questo faceva parte della sua attività letteraria. Mettere le parole su carta era, per lui, un passaggio secondario. «I miei libri li ho tutti qui in testa,» fu una delle prime cose che mi disse. «Scriverli è un’altra faccenda, e non è sempre detto che vada a buon fine. Ne ho uno, per esempio, che mi sto portando dietro dal 1969, un grande romanzo sul Texas che quasi sicuramente non finirò mai. L’ultima volta che ho dato un’occhiata al manoscritto ero arrivato a ottocento pagine… e a quel punto le ho gettate nel fuoco. È vero che mi ero appena fatto una canna, ma ci ho messo due ore, a bruciarlo tutto.»

Forse è stata proprio la sua perenne insoddisfazione a produrre almeno due tra le pietre miliari dell’hard boiled: il già citato L’ultimo vero bacio, uscito nel 1978, e il precedente Il caso sbagliato, del 1975, che riapparirà tra breve nelle librerie italiane dopo un’assenza di quasi vent’anni. E, se L’ultimo vero bacio ha rivoluzionato il genere proprio come si rivolta un calzino, a partire dal suo leggendario primo capoverso – che Crumley sosteneva di averci messo solo otto anni a scrivere – Il caso sbagliato rappresentò, per i pochi che lo lessero all’epoca e per i tanti che lo hanno amato nel corso del tempo, il primo colpo di piccone assestato alle convenzioni ormai stantie del poliziesco americano: un improbabile investigatore privato che campa malamente con le cause di divorzio, fotografando coppiette abusive nei motel, che vive in un perenne stato etilico rinforzato da larghe dosi di marijuana e, quando capita, di cocaina, che indaga non per ristabilire la legge ma per amore dei soldi e per placare la solitudine, che passa da un bar all’altro circondato da una galleria di personaggi sfigati e marginali, reietti come lui ma ancora pieni di dignità personale in una società sfasciata dalle tragedie della Corea e del Vietnam.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno L’ultimo vero bacio. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

Luca Conti, da «L’Unità» del 19 settembre

( anche su http://www.einaudi.it)

SO LONG, JAMES

In James Crumley on settembre 18, 2008 at 13:18

Dice spesso la gente che la vita andrebbe presa come una scuola. Magari uno di quei college del Sud, lindi e pinti, dove ti basta passare l’ultimo esame per ritrovarti dritto, e senza traumi, a fluttuare in una piacevole eternità. Ma se la vita è come un college, allora io ho fatto cilecca di nuovo. Bocciato.

James Crumley, 2006

JAMES CRUMLEY DIES AT 68

Missoula author James Crumley, 68, died Wednesday afternoon at St. Patrick Hospital after many years of health complications.

When he died, Crumley was surrounded by family and friends, including his wife, Martha Elizabeth, and Missoula author and county emergency services director Bob Reid.

***

Segnalo, a chi fosse interessato, che domani, venerdì 19, uscirà un mio ricordo di Crumley sull’Unità.

E nei prossimi giorni, su questo blog, un sacco di altre cose. Una, comunque, voglio dirla subito.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno The Last Good Kiss. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

“SONO ANCORA VIVO, BASTARDI!”

In books, Horace McCoy, James Crumley, Peter Leonard on settembre 2, 2008 at 11:42

… gridava Steve McQueen, ma almeno riusciva, beato lui, a scappare dai lavori forzati (il film è Papillon, per chi non se lo ricorda). Io, invece, sono rimasto alla catena per tutto il mese d’agosto, e ancora non è finita.

Comunque sia, è l’ora di ripartire anche con Last of the Independents. Intanto vi anticipo cosa uscirà di mio, nelle prossime settimane (oltre, finalmente, alla Strada per Memphis di James Sallis, di cui avevo già scritto qualche mese fa):

Un sudario non ha tasche di Horace McCoy, per Terre di Mezzo; nuova traduzione del grande e censurato classico hard boiled del 1935, che in Italia era irreperibile ormai da parecchio tempo (lo scorso anno, sempre per Terre di Mezzo e sempre di McCoy, ho ritradotto Non si uccidono così anche i cavalli?).

Il caso sbagliato di James Crumley, per Einaudi; nuova traduzione, anche qui, del primo romanzo dell’autore dell’Ultimo vero bacio e secondo – come qualità – solo al suo leggendario capolavoro (il libro era fuori catalogo, in Italia, da oltre tredici anni).

Brivido, di Peter Leonard, per Giano. Peter Leonard è il figlio di Elmore, e questo è il suo primo romanzo: un bel thriller che cerca a tutti i costi di non assomigliare ai libri del padre, a volte riuscendoci, altre un po’ meno (ma capisco che la presenza di un genitore simile possa diventare ingombrante).

Il resto ve lo racconto nei prossimi post.

"SONO ANCORA VIVO, BASTARDI!"

In books, Horace McCoy, James Crumley, Peter Leonard on settembre 2, 2008 at 11:42

… gridava Steve McQueen, ma almeno riusciva, beato lui, a scappare dai lavori forzati (il film è Papillon, per chi non se lo ricorda). Io, invece, sono rimasto alla catena per tutto il mese d’agosto, e ancora non è finita.

Comunque sia, è l’ora di ripartire anche con Last of the Independents. Intanto vi anticipo cosa uscirà di mio, nelle prossime settimane (oltre, finalmente, alla Strada per Memphis di James Sallis, di cui avevo già scritto qualche mese fa):

Un sudario non ha tasche di Horace McCoy, per Terre di Mezzo; nuova traduzione del grande e censurato classico hard boiled del 1935, che in Italia era irreperibile ormai da parecchio tempo (lo scorso anno, sempre per Terre di Mezzo e sempre di McCoy, ho ritradotto Non si uccidono così anche i cavalli?).

Il caso sbagliato di James Crumley, per Einaudi; nuova traduzione, anche qui, del primo romanzo dell’autore dell’Ultimo vero bacio e secondo – come qualità – solo al suo leggendario capolavoro (il libro era fuori catalogo, in Italia, da oltre tredici anni).

Brivido, di Peter Leonard, per Giano. Peter Leonard è il figlio di Elmore, e questo è il suo primo romanzo: un bel thriller che cerca a tutti i costi di non assomigliare ai libri del padre, a volte riuscendoci, altre un po’ meno (ma capisco che la presenza di un genitore simile possa diventare ingombrante).

Il resto ve lo racconto nei prossimi post.

JAMES CRUMLEY: UN MORALISTA SENZA MORALE

In books, James Crumley on giugno 4, 2008 at 17:07


I’ve been known
to drive alone
to Butte, Montana
to get a banana split…

Bobby Troup, Hungry Man

Se c’è una cosa che stupisce, nell’Ultimo vero bacio, è la quantità di chilometri percorsi da C.W. Sughrue prima di arrivare allo sconcertante scioglimento della sua indagine, quell’autentico colpo basso che negli anni ha fatto versare fiumi d’inchiostro a critici (ammirati) e lettori (inferociti). D’altra parte, quando nel tredicesimo capitolo del romanzo Sughrue salta su a lamentarsi di una certa noia che si è insediata nella sua routine quotidiana, scorrono davanti agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore le immagini delle migliaia e migliaia di chilometri già percorsi tra Montana, California, Oregon e Colorado alla vana ricerca dell’elusiva Betty Sue Flowers. Ma l’unica soluzione a quel prurito, sbotta il nostro eroe, è «spararsi un migliaio di chilometri di autostrada,» e tempo neanche un’ora, eccolo pronto a farsi quattordici ore di macchina come nulla fosse. Per metterlo in moto, in questo caso, è sufficiente una cartolina: e la caccia riprende.

Certo, ha un bel dire James Crumley che i suoi libri e i suoi personaggi non sono ispirati né a se stesso né a gente di sua conoscenza («la gente ti fa sempre un sacco di domande, e qualcosa bisogna pur rispondere…» ha dichiarato nel 2002, confessando una buona volta la sua insopprimibile tendenza alla misdirection, sia del lettore sia del critico): proprio come C.W. Sughrue – e la sua immagine speculare Milo Milodragovitch – la vita dello scrittore si è sviluppata on the road, a partire da Three Rivers, Texas (è lì che è nato, nel 1939) per toccare, nell’ordine, Iowa, Arkansas, Oregon, Colorado, Pennsylvania, di nuovo Texas, e infine Montana. E da ognuno di questi luoghi Crumley – lo racconta lui stesso – era capace di partire senza preavviso, di saltare in macchina e farsi duemila chilometri, tutta una tirata «per una partita a poker, o per vedere una donna.» E facile gioco ha avuto la critica, davanti a simili indizi, nel leggere nei romanzi di Crumley il non casuale aggiornamento di una lunga tradizione di cinema e narrativa western, con l’automobile (o meglio il pickup) a sostituire la fedele cavalcatura del saddle tramp, il cowboy girovago alla ricerca di un branco di bestiame da radunare o, come nell’Ultimo vero bacio, di una ragazza scomparsa da rintracciare.


Gran parte del fascino immortale del libro, peraltro, sta in questa inaspettata e subliminale commistione di generi, mai esplicitamente sottolineata nel testo ma pronta a disvelarsi, capitolo dopo capitolo, agli occhi dello stupefatto, incredulo lettore di cui già si diceva in precedenza; e tale è ancora oggi la forza evocativa del romanzo, a oltre venticinque anni dalla sua uscita (1978), da far intuire l’effetto dirompente che fin da subito L’Ultimo vero bacio ha avuto sulla narrativa hard boiled (ma non solo; basti pensare alla fortissima influenza di Crumley su scrittori molto diversi tra loro come Jack O’Connell e Jonathan Lethem), ben superiore a quello di coevi romanzi di autori pur importanti come Robert B. Parker o Bill Pronzini, per citarne solo alcuni. Crumley, è vero, sceglie di agire come Parker, Pronzini e tanti altri all’interno di una tradizione codificata da Raymond Chandler, ma la sua è un’opera deliberatamente eversiva, volta a minare alla radice le strutture consolidate e un po’ malconce del poliziesco americano con investigatore privato narrante, un genere le cui contraddizioni già all’epoca – e da lungo tempo – erano state messe a nudo dall’opera di Ross Macdonald, in un ciclo narrativo che proprio alla fine degli anni Settanta trovava la sua conclusione.

Curioso, ma assai indicativo delle sue reali intenzioni, che Crumley abbia scoperto – giovane ma non più giovanissimo, verso il 1972 – il detective novel attraverso i libri di Chandler; ma che abbia scelto di esordire nel genere, di lì a breve, con un romanzo, Il caso sbagliato (The Wrong Case, 1975), ispirato non poco a quelli di Macdonald, che proprio di Chandler era stato il primo consapevole e intenzionale eversore, tanto da suscitare nello stesso Chandler una reazione un po’ infastidita, quasi sdegnata. E in un ideale passaggio di testimone, Crumley è pronto a raccogliere da Macdonald i resti dell’eredità di Chandler per procedere, a sua volta, a una profonda rielaborazione del genere, come in una di quelle ristrutturazioni immobiliari in cui di un edificio si conservano solo le pareti e si modifica a fondo l’interno. Già nel Caso sbagliato sono evidenti, pur con tutti i comprensibili limiti della poca dimestichezza di Crumley col genere e della sua relativa inesperienza (o forse proprio per questo) le prime avvisaglie dei piani eversivi dello scrittore; ma è con L’Ultimo vero bacio, di lì a tre anni, che Crumley raggiunge in maniera del tutto inaspettata i vertici della sua carriera, e sforna – in un incredibile stato di grazia, che invano e con enorme fatica lui stesso tenterà di replicare – non soltanto quello che è il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento.

Non che sia stato facile, per lui. Il leggendario paragrafo d’apertura, forse l’incipit più celebre (e citato) nell’intera storia del giallo, è stato scritto almeno quattro anni prima del resto del libro, e ha subìto almeno una dozzina di revisioni, per poi restare chiuso in un cassetto nell’attesa di una trama e un titolo adeguati. Già, perché anche il titolo è arrivato prima del romanzo… Ma ne parleremo tra poco. Quello che conta segnalare è che le quattro, indimenticabili righe d’apertura dell’Ultimo vero bacio sono una grande prova di virtuosismo stilistico, traboccanti di tali e tanti richiami interni, di assonanze e doppi sensi da rendere ardua una traduzione in grado di riproporne per intero la fragranza e la musicalità (e speriamo di avercela fatta, così come ci auguriamo che i lettori della vecchia edizione Mondadori possano finalmente apprezzare la ricchezza del linguaggio di Crumley e il suo dialogo sferzante). Ma tutto lo strabiliante primo capitolo è un modello di costruzione letteraria: a piena ragione, autori di una generazione successiva come George Pelecanos o Dennis Lehane, per non parlare di quasi coetanei di Crumley come James Sallis, possono affermare di aver scoperto dalla lettura dell’Ultimo vero bacio i grandi margini di manovra che ancora si nascondevano all’interno dei pur traballanti confini del genere.

Ma la mina vagante del romanzo è Richard Hugo. Chi era costui? potreste dire. Completamente sconosciuto in Italia, paese che peraltro conosceva benissimo sia per averci combattuto nella seconda guerra mondiale sia per averci vissuto a più riprese negli anni Sessanta, Richard Hugo è stato poeta e romanziere di una certa rilevanza, nato a Seattle nel 1923 e scomparso nel 1982, allievo di Theodore Roethke e professore di scrittura creativa alla University of Montana negli stessi anni in cui vi bazzicava come visiting professor lo stesso Crumley. L’amicizia tra Hugo e Crumley è stata molto stretta, rinsaldata anche da una certa, comune predisposizione ad alzare un po’ il gomito. E’ stato Hugo, nel corso di lunghe conversazioni in uno dei tanti bar della zona, a far scoprire Chandler a Crumley, che non l’aveva mai letto; è stato Hugo, soprattutto, a fornire a Crumley il modello e l’ispirazione per il personaggio di Abraham Trahearne nell’Ultimo vero bacio.

Come suo costume Crumley nega, o meglio minimizza, ma larghi tratti di Trahearne sono modellati sul carattere e sull’aspetto fisico di Hugo, sebbene esasperati. Però la fotografia di Hugo riportata sul sito web del Missoulian Online fa spuntare un sorrisetto anche al più distratto lettore dell’Ultimo vero bacio, altroché. A guardarlo bene, Hugo, in quella intensa foto con tanto di macchina per scrivere, ci si convince subito che Trahearne non può essere altro che così (tra parentesi, già che ci siamo, ci si può anche chiedere se la faccia giusta per Sughrue fosse proprio quella di David Carradine, così come prevedeva la mai realizzata trasposizione cinematografica del libro, con la regia di Robert Altman e la sceneggiatura di Walter Hill: progetto del quale Crumley non ha, ancora oggi, un ricordo molto positivo). Il rapporto di odio e amore con la madre, le gesta eroiche in guerra, i molti aspetti caratteriali – buoni e meno buoni – sui quali non ci dilunghiamo per non guastare le tante sorprese del romanzo ai suoi nuovi lettori, sono stati presi di peso dalla biografia di Hugo e trasportati dritti nelle pagine dell’Ultimo vero bacio. E come excusatio non petita, soprattutto per tenerselo buono, Crumley ha non solo voluto dedicare il romanzo allo stesso Hugo, «vecchio indagatore dell’animo umano,» ma è arrivato al punto di estrapolarne il titolo da quella che è forse la sua poesia più bella e famosa, Degrees of Gray in Philipsburg, un singolare esempio di noir in versi la cui stanza iniziale è riportata per intero in epigrafe al romanzo.

Non ci è dato sapere le reazioni di Hugo a tutto questo. Ricorda Crumley, un po’ sornione e un po’ maligno, che Hugo era «un tipo un po’, diciamo così, litigioso. Mi sono detto che se gli avessi dedicato il libro, magari non avrebbe fatto tante storie.» Certo è che nel 1981 anche Hugo ha deciso di cimentarsi nel poliziesco, e il suo unico romanzo, Death and the Good Life, è un piccolo capolavoro del noir che lascia un enorme rimpianto su ciò che poteva essere lo Hugo narratore e che purtroppo non è stato.

Il guaio è che la particolare struttura dell’Ultimo vero bacio finisce per legare le mani all’estensore di queste poche note, costretto a camminare sul filo del rasoio per non svelare nulla più del lecito. Però, in questi pochi appunti sparsi, ci sembra giusto indicare all’attenzione del lettore alcuni tratti distintivi del Crumley narratore. Primo, la sua già citata volontà di mischiare le carte, di contaminare i generi (l’hard boiled con il noir, in questo caso, come è evidente nel pesante intervento del fato, alla Woolrich): già il Lew Archer di Ross Macdonald, un libro dopo l’altro, si era sempre più trovato coinvolto a livello personale nei casi di cui si occupava, ma con Crumley – in particolare nell’Ultimo vero bacio – l’indagine si trasforma ben presto in ossessione, non più in lavoro. Gli ottantasette dollari che Rosie offre a Sughrue per avere notizie della figlia scomparsa (e che, con buone probabilità, non bastano a C.W. neanche per un pieno di benzina) sono un semplice pretesto, una delle tante scuse che i personaggi del romanzo si fabbricano, per poi rinfacciarsi, pur di andare avanti a testa bassa in questa wild goose chase. «Non sapevo più perché la stessi cercando,» confessa Sughrue dopo qualche migliaio di chilometri. E non siamo neanche a metà libro.

Secondo, la caratterizzazione dei personaggi. Impresa difficile, com’è ovvio, in un romanzo scritto in prima persona, nel quale tutto ciò che accade è giocoforza filtrato dalla visuale e dalle opinioni del narratore. Eppure, ciò che Crumley riesce a ottenere nell’Ultimo vero bacio ha del miracoloso. Tutti i personaggi del libro saltano fuori dalla pagina con una plasticità inaudita, che non teme confronti nell’intera storia dell’hard boiled e del noir, paragonabile solo a capolavori assoluti quali, per esempio, Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Basta pensare, per rendersi conto dell’abilità e della genialità dello scrittore, che uno dei personaggi meglio delineati dell’intero libro è Fireball Roberts, il bulldog alcolizzato che, com’è ovvio, non dice una parola.

Terzo, i personaggi femminili. Il mondo di Crumley (così come quello di Trahearne, Sughrue, Milodragovitch) è dominato dalle donne. I personaggi femminili dei suoi libri, a partire dal Caso sbagliato per arrivare, in maniera traumatica e furibonda, alla Terra della menzogna e al recente Una vera follia, sono il motore e il detonatore di tutte le vicende, donne tutte quante fornite – nessuna esclusa – di poderosi e singolari tratti caratteriali, davanti ai quali tutti gli uomini – nessuno escluso, anche qui – fanno una figura ben poco brillante. E l’assortimento femminile dell’Ultimo vero bacio è davvero memorabile: Rosie, Betty Sue, Melinda, Catherine, Edna, Selma, Stacy formano un assortimento del quale si cercherebbero invano eguali tra le opere dei contemporanei di Crumley.

«Sono il figlio illegittimo di Raymond Chandler,» ha detto Crumley in una delle sue battute più a effetto e, per questo, più citate. «Se lui non fosse mai esistito, i miei libri sarebbero completamente diversi. Lui batteva le strade buie di Los Angeles, io l’intrico di autostrade e superstrade che tagliano le montagne del West. Ciò che ci distingue, tuttavia, è soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti della morale. A differenza di Chandler, io ho vissuto la guerra del Vietnam e i profondi cambiamenti che essa ha operato nella coscienza sociale degli Stati Uniti. E’ per questo che i miei due investigatori non se la passano tanto bene, con la morale corrente, come invece succedeva a Philip Marlowe.» Milodragovitch e Sughrue sono quindi, come suggerisce Robert E. Burkholder, dei «moralisti privi di morale,» personaggi che vivono in un mondo corrotto e che sono costretti a sporcarsi le mani in prima persona per riuscire a distinguere il bene dal male, incapaci di svolgere le proprie indagini col distacco di chi sa di potersi ritirare in una torre d’avorio a contemplare le miserie umane.

A lettura ultimata, e per l’ennesima volta, scopriamo quindi che anche con L’Ultimo vero bacio il romanzo americano riflette su uno dei suoi temi più cari: la perdita dell’innocenza. In realtà la visione tragica di Crumley, e la sua ispirazione dichiaratamente anarchica (ma un’anarchia molto all’americana, con forti tratti di individualismo, che si preoccupa soprattutto di mettere in evidenza che la vera lotta sociale è quella del singolo contro la burocrazia) finiscono per metterci in testa un tarlo non di poco conto: che questa beata e tanto strombazzata innocenza, in fondo, non sia mai esistita.

LC

edizione italiana: Einaudi, 2004

traduzione di Luca Conti

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