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Archive for the ‘James Sallis’ Category

PIETRAFREDDA

In books, James Sallis, Stefano Di Marino on giugno 29, 2009 at 12:20

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Amate il noir? Allora non potete permettervi di ignorare questo libro, 118 densissime pagine di uno dei più brillanti narratori italiani, Stefano Di Marino. In questo piccolo capolavoro si viaggia su un altro pianeta, rispetto a un buon 95% della produzione “di genere” nostrana (e uso il termine tra virgolette proprio perché Stefano rivendica orgogliosamente la sua connotazione artigianale, il non volersi negare alcuna esperienza, entrando e uscendo a piacimento dall’action thriller, la spy story, il noir, l’avventura pura e semplice e così via).

Questo romanzo breve mi ha ricordato moltissimo un altro piccolo capolavoro di lunghezza quasi analoga, il sottovalutato Drive di James Sallis, e chi conosce la mia smisurata stima per il buon James saprà anche che, per quanto mi riguarda, non si tratta di una lode da poco. Anzi, direi proprio che Pietrafredda, rispetto a Drive, è l’altra faccia della medaglia: una storia che presenta molte analogie e vista, in questo caso, da una prospettiva completamente europea. Ma la tensione (anche, e soprattutto, morale) che anima i due libri è pressoché la stessa.

Insomma, davanti a un autore che ha già al suo attivo una produzione smisurata, non ha senso dire che è nato uno scrittore. Ma, con Pietrafredda, un bravo autore si è trasformato in uno scrittore coi fiocchi.

Il libro è pubblicato da Alberto Perdisa Editore, nella collana BabeleSuite/PerdisaPop diretta da Luigi Bernardi, e costa 9 euro.

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TRADUZIONI IN USCITA

In books, Chester Himes, Elmore Leonard, James Lee Burke, James Sallis, Joe R. Lansdale, Josh Bazell, Robert Rotenberg on marzo 28, 2009 at 07:54

Ecco alcune delle mie nuove traduzioni (o nuove edizioni, nel caso di Chester Himes) che usciranno nei prossimi mesi:

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IL COLPO SEGRETO DI SALLIS

In books, James Sallis on gennaio 13, 2009 at 18:58

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Su D – La Repubblica delle Donne, Giuliano Aluffi ha intervistato James Sallis.

Dopo le vicende del precedente Il bosco morto, Turner è diventato aiuto sceriffo a Cripple Creek, cittadina del Tennessee. Il ritrovamento di un mucchio di dollari nell’auto di un malvivente fermato per eccesso di velocità dà il via a un’indagine insidiosa, con finale tragico e inaspettato. Ma la trama non è l’elemento più importante di La strada per Memphis, è solo ciò che tiene insieme le scene tratteggiate con maestria da un Sallis che illumina con dialoghi taglienti e malinconici un panorama umano in cui dolore e speranza sono incatenati insieme dal filo dei ricordi. Di ciò che è stato, di ciò che non sarà mai più.

Che posto riserva nella sua bibliografia ai tre romanzi con Turner?

Gli scrittori amano mettere ostacoli sul proprio cammino, e io non faccio eccezione. Nella trilogia di Turner la mia sfida era rendere credibile un personaggio così complesso: un veterano del Vietnam, uno che da poliziotto ha sparato al suo partner ed è finito in prigione per anni, studiando in cella per diventare psicoterapeuta. E poi volevo raccontare l’estinzione delle piccole città americane del Sud, l’eclissi di quel modo di vivere.

Perché le ambientazioni del Sud statunitense danno così tanto al mystery?

Il Sud rurale suggerisce l’illusione di una cultura persistente, eterna perché reazionaria e lussureggiante come le paludi della Louisiana e i delta fluviali boscosi dei primi pittori americani. In questo paradiso i mystery portano più di un serpente, infrangono l’ordine violandolo con l’irreparabilità della morte.

Qui il finale richiede una certa partecipazione attiva del lettore per la sua non linearità…

Insegno scrittura a Phoenix, e una delle cose su cui insisto molto con gli studenti è la potenza evocativa delle cose non dette. Bisogna lasciare al lettore spazi che lo risucchino nel romanzo. Devono attirare il lettore per colpirlo quando è abbastanza vicino.

DUE PAROLE CON JAMES SALLIS

In books, James Sallis on gennaio 1, 2009 at 09:58

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Salt River, che sto finendo di tradurre in questi giorni, è il romanzo che conclude la trilogia di Turner (preceduto da Il bosco morto e La strada per Memphis). Uscirà, sempre per Giano/Neri Pozza, tra un paio di mesi.

Tra parentesi, questo è l’ottavo libro di James Sallis che mi capita di tradurre. Ormai James è  più di un amico: è una persona di famiglia, un fratello maggiore. Eight books! mi ha detto qualche giorno fa, quando ci siamo scambiati gli auguri. You must be a very patient man…

Di seguito trovate qualche passaggio da una delle mie tante conversazioni (di persona, per telefono, per e-mail) con Sallis. Questa risale al gennaio 2006, qualche mese dopo l’uragano Katrina.

Luca Conti: So che non ne parli volentieri, ma vorrei sapere come hai vissuto il disastro di New Orleans.

James Sallis: Guarda, è stato un doppio incubo. Da un lato, l’angoscia nel vedere e sentire quel che stava succedendo laggiù. Dall’altro, l’assedio cui sono stato sottoposto da parte di giornalisti e intervistatori d’ogni genere, non tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa. A un certo punto ho staccato il telefono e smesso di rispondere alle e-mail. Tutti pensano che io sia chissà quale sorta di autorità, su New Orleans. Il fatto, invece, è che quanto avevo da dire su New Orleans l’ho già scritto nei miei libri. Tutto il resto riguarda solo le enormi responsabilità di un governo di incompetenti e inetti.

LC: D’altra parte, hai lasciato New Orleans ormai da parecchi anni.

JS: Sì, da tempo vivo a Phoenix, in Arizona. Una città che non amo, e con la quale non ho – e forse non voglio avere – alcun tipo di rapporto affettivo. Mi sono trasferito qui, assieme a mia moglie, per semplici motivi di lavoro, e qui sono rimasto, tant’è vero che per la prima volta in vita mia ho acceso un mutuo per comprare casa… Una casa in senso fisico, intendo, con pareti, porte, finestre e tutto quanto; mentre l’unico luogo in cui mi sono davvero sentito «a casa» è sempre e solo stata New Orleans, Ci sono arrivato che avevo diciassette anni, mi ero iscritto alla Tulane University, ed è a New Orleans che ho iniziato a diventare un vero scrittore. Tutto merito di un grande maestro come Joe Roppolo, al quale ho poi dedicato uno dei miei romanzi, Black Hornet (Il calabrone nero).

LC: E ti sei laureato in …

JS: … in un bel niente! Ho smesso prima. Ho imparato quel che mi interessava imparare, e ho tagliato la corda quando ho capito che potevo guadagnarmi da vivere scrivendo racconti. Ma il mio rapporto con New Orleans è sempre stato a dir poco singolare. Me ne sono andato non so più quante volte, e vi sono tornato altrettante, per periodi più o meno lunghi, giungendo sempre alla stessa conclusione: io, a New Orleans, sarò sempre un outsider. È gran parte della mia vita, è un pezzo di me stesso, ma il fardello che questa città si trascina dietro ha sempre finito per costringermi a lasciarla. New Orleans ha addosso i segni di tutti i terribili compromessi che hanno marchiato a fuoco gli Stati Uniti. In pochi posti al mondo come New Orleans sono ancora visibili le gigantesche contraddizioni del colonialismo. E ti ricordo che New Orleans è coloniale due volte, a causa della sua enorme influenza caraibica.

LC: Com’è nata la tua vocazione per la scrittura?

JS: Sono nato scrittore. Credo, in effetti, di aver sempre saputo, fin da piccolo, che questa sarebbe stata la mia strada. Uno dei miei primi cimenti letterari, in quarta elementare, è stato un lavoro teatrale che ho poi costretto i miei compagni a interpretare; non solo, ma non facevo altro che buttar giù storie, racconti, schizzi, disegnare fumetti e così via. Allo stesso tempo, ero stato colpito dal virus della lettura, che si era impadronito di me in maniera violenta e incontrollabile. Il primo libro della mia vita è stato The Puppet Masters di Robert Heinlein (Il terrore della sesta luna). Era di mio fratello John, che ha qualche anno più di me ed è considerato uno dei più importanti filosofi americani contemporanei. Da allora non ho più smesso. Anzi, all’epoca ero capace di farmi fuori anche due, tre libri al giorno, soprattutto di fantascienza (andavo a rifornirmi nella biblioteca di Helena, la città dell’Arkansas in cui sono nato nel 1944). In realtà i miei gusti si sono ben presto ampliati in maniera del tutto imprevedibile, anche per me: a dieci, dodici anni andavo matto per Oscar Wilde e per le biografie dei grandi illusionisti come Houdini. Mia madre non mi sopportava più perché ogni giorno, tornando da scuola, mi fermavo a comprare un paio di libri nuovi, che so, un poliziesco o l’ultimo romanzo di Fredric Brown, e passavo il resto della giornata a leggere. Spesso e volentieri, tra l’altro, ero capace di rileggere cinque, sei volte il medesimo libro. E la cosa buffa è che la situazione, cinquant’anni dopo, non è affatto cambiata: adesso, oltre che per piacere, leggo anche per mestiere, e una non piccola parte della mia giornata lavorativa è occupata dalla lettura.

James Sallis

LC: Hai vissuto per qualche tempo a Londra, negli anni Sessanta. Cosa ti aveva spinto a varcare l’Atlantico?

JS: Sono rimasto a Londra per un anno. Avevo iniziato a collaborare con tutta una serie di riviste, per lo più di fantascienza, che sembravano tutte quante molto interessate ad acquistare il mio materiale. Pensa che Damon Knight, una volta, mi comprò un racconto per la stratosferica – all’epoca – somma di trecento dollari. Una situazione del genere mi convinse (o meglio, mi illuse) che potevo campare di sola letteratura, scrivendo magari un racconto alla settimana. Non sapevo ancora quanto mi sbagliassi. Per tre anni riuscii a cavarmela, poi il mercato della narrativa breve andò a fondo dalla sera alla mattina. Fu così che Mike Moorcock, respon­sabile di New World, mi invitò a trasferirmi a Londra per assumere la direzione della rivista. E devo dire che l’anno che ho trascorso a Londra ha rappresentato lo spartiacque della mia vita di scrittore. Da un lato, come editor di “New World, ho avuto l’occasione di occuparmi di scrittori come Brian Aldiss e Thomas Disch e di dare avvio alla carriera di grandi autori, come per esempio James Ballard; dall’altro, più o meno per caso, ho fatto due scoperte fondamentali: la letteratura francese e il romanzo poliziesco americano.

LC: È vero che proprio a Londra, in una settimana, hai letto tutti i romanzi di Raymond Chandler?

JS: Non solo di Chandler, ma anche di Dashiell Hammett. Abitavo dalle parti di Portobello Road, due stanze senza riscaldamento. L’ho già raccontato in Vite difficili, se ti ricordi. Ho passato una settimana a letto, sepolto sotto qualche chilo di coperte, e mi sono sparato tutto Hammett e tutto Chandler, un libro dopo l’altro, ingurgitando litri su litri di tè bollente. Poi, quando ho finito i romanzi, ho letto i racconti, i saggi, gli epistolari, tutto quanto. L’effetto immediato di questa terapia è stato spingermi a tentare, ancora una volta, il formato del racconto; e stavolta non tanto a fini economici, di sopravvivenza, quanto meramente espressivi. Di colpo, in quegli stessi giorni, ho sentito la necessità assoluta di scrivere storie. Da allora non ho più smesso.

LC: Tu sei l’involontario autore di una serie di sei romanzi incentrati sul personaggio di Lew Griffin. Dico involontario perché so bene che non era questo il tuo piano. Com’è andata?

JS: Sono io il primo a stupirmi della piega che a volte prendono i miei libri. Lew Griffin è nato come il protagonista di un racconto, che non avevo ancora fatto in tempo a concludere ma che già pretendeva di trasformarsi in romanzo. Il racconto originale corrisponde, in pratica, al primo capitolo della Mosca dalle gambe lunghe. Da lì è nato tutto quanto, e per un solo, semplice motivo: io stesso, per primo, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Ed è stato solo quand’ero già arrivato a metà libro che ho scoperto una cosa incredibile: Lew Griffin era nero.

LC: Ma Lew Griffin è James Sallis, anche se lui è nero e tu non lo sei?

JS: No. Molti suoi tratti derivano da me, è chiaro. Mi piace giocare con i dettagli della mia vita così come lui ama fare con quelli della sua. Tutto questo fa parte delle regole del gioco tra me e il lettore. Ma Griffin non sono io. Eppure, come lui, anch’io faccio un sacco di cose sbagliate, e lo so benissimo. Per molti anni ho bevuto troppo, proprio come lui, e come lui ho compiuto scelte errate che, a guardarle adesso, mi lasciano stupefatto. lo non sono violento. Lui sì. Ma Lew legge i miei stessi libri, abita dove ho abitato io, mangia le stesse cose che piacciono a me.

DARK WAS THE NIGHT, COLD WAS THE GROUND

In books, James Crumley, James Sallis on dicembre 9, 2008 at 22:05

blindwilliejohnsonInsomma stasera a Milano fa freddo minaccia di nevicare io sono allo stesso tempo a casa ma lontano da casa e dovrei andare avanti col libro che sto traducendo ma non ne ho voglia mentre mi piacerebbe farmi una bevuta con James Crumley sentirlo raccontare qualche storia incredibile di quelle che capitavano solo a lui.

Il titolo di questo post è rubato al brano del 1927 di Blind Willie Johnson: forse, come dice James Sallis, il capolavoro immortale della musica americana.

Quello che segue è un vecchio pezzo di Carlo Lucarelli sull’ Ultimo vero bacio, apparso nel 2004 sul Venerdì di Repubblica.

Ci sono romanzi che quando escono cambiano tutto. Non credo che gli scrittori lo sappiano mentre li scrivono, loro ci lavorano, seguono un’idea che hanno in testa, questa idea diventa un’ossessione, si fa scrivere una parola dopo l’altra, si costruisce riga su riga, incarna personaggi e luoghi, diventa azioni, sviluppa situazioni e poi a un certo punto finisce. Lo scrittore, di solito completamente svuotato da una fatica che può anche essere durata anni, ricomincia a respirare, soddisfatto. Il romanzo, invece, diventa una pietra miliare nel suo genere e le cose, dopo, per gli altri scrittori e gli altri romanzi, non saranno più le stesse.

E’ la storia dell’Ultimo vero bacio, di James Crumley, un noir (uscito nel ’78), un hard boiled, che viene dopo Il grande sonno di Raymond Chandler, che l’hard boiled ha contribuito a fondare, e come Il grande sonno rompe le regole, le trasforma e diffonde nuove suggestioni che alla fine cambiano il genere, tanto che come Crumley dice di essere “figlio illegittimo di Raymond Chandler”, ci sono molti scrittori che possono dire di essere figli illegittimi di James Crumley.

Ma dire di un romanzo che è un classico è come dire a una persona che è il decano di qualcosa: ti fa sentire ingiustamente vecchio e fuori moda. E questa è l’ultima cosa che si può dire di L’ultimo vero bacio, che è un romanzo straordinario, di una potenza narrativa fortissima e che fa quello che ci si aspetta da ogni bellissimo noir: ti tiene attaccato fino all’ultima pagina appassionandoti fino alla disperazione alle storie dei suoi personaggi.

Il primo è il protagonista, C.W. Sughrue, detective privato. Le prime righe del libro ce lo mostrano seduto in un bar piuttosto malandato di un paesino della California, e fin da quel momento io me lo sono immaginato esattamente come James Crumley quando l’ho visto per la prima volta: un omone con una pancia esagerata e un paio di baffoni enormi, appollaiato su uno sgabello col gomito agganciato al bancone di un bar, a spiegare ridendo a un giornalista che stava scrivendo romanzi noir sul traffico di droga col Messico per dimostrare che il principale spacciatore era proprio la DEA, l’antidroga degli Stati Uniti.

Non importa se Sughrue poi è diverso, c’è moltissimo di tutto questo in lui, un uomo disincantato ma ancora molto ironico, una solida roccia che ne ha viste un sacco e ha macinato migliaia di chilometri in auto per tutti gli Stati Uniti, a scrivere Crumley, a dare la caccia a mariti insolventi Sughrue. Che fa esattamente questo nel primo capitolo del libro, rintraccia uno strano tipo di poeta ubriacone, e lo fa seguendo le tracce di un bulldog alcolizzato, un bulldog, nel senso proprio di un cane. Lo trova, se ne lascia impietosire, si fa coinvolgere in una rissa, il suo ricercato finisce con un proiettile nel sedere e Sughrue non dovrebbe fare altro che aspettare che esca dall’ospedale per caricarlo in macchina e riportarlo alla moglie.

Ma come in tutti i grandi noir, per giunta hard boiled, quando la storia sembra essersi risolta ecco il colpo del destino che ti mette tra le gambe un’altra cosa, un’altra storia, che ti porterà da tutta altra parte. Rose, per esempio, la barista della bettola, che ha una figlia scomparsa.

La ragazza si chiama Betty Sue e aveva diciassette anni quando è andata a San Francisco con il suo ragazzo, è scesa dalla macchina a un semaforo ed è scomparsa, cosi dice lui. E tutto questo è avvenuto dieci anni e mezzo prima. E per l’ingaggio non c’è altro che ottantasette dollari. Chiunque, qualunque vero investigatore privato, se ne sarebbe andato in maniera più o meno gentile, ma non il personaggio di un romanzo come questo, non Philip Marlowe e neppure C.W. Sughrue.

La storia lo porta in giro per migliaia di chilometri lungo un gran pezzo degli Stati Uniti, a macinare strade che si arrampicano sulle montagne o tagliano piatte praterie, come in un film western o in un on the road della migliore tradizione. C.W. Sughrue ne ha viste tante, ma ne vedrà ancora di peggio, ma non si possono dire, perché bisogna scoprirle una per una con la lettura, e poi c’è un colpo di scena finale che sarebbe davvero un delitto rovinare con una parola di troppo.

Come dice Luca Conti nella bella postfazione che chiude il romanzo, questa è una storia morale senza morale, come lo sono i personaggi del romanzo e come forse lo è anche Crumley. Il vecchio Raymond Chandler diceva che davanti al criminale deve camminare un uomo che un criminale non è. Un cavaliere senza macchia e senza paura, e infatti le macchie del suo Marlowe, alla fine, erano abbastanza stinte: bere un po’ troppo, essere un po’ cinico ma non molto, lasciarsi scappare battute irriverenti e poco altro.

Il noir più moderno, da L’Ultimo vero bacio di Crumley su fino ai romanzi di Ellroy e degli altri scrittori “cattivi” come lui e anche di più, ha cominciato a non lavarle più quelle macchie, tanto che a volte, nella storia, non si distingue più chi agisce male da chi agisce peggio. Quello che ci fa amare un personaggio, quello che ci fa appassionare a lui, è il suo grado di ossessione e di disperazione, non la sua purezza morale. Quell’attaccarsi a vecchie regole per non affondare, oppure quel continuare a fare una cosa anche se tutto ti dice di mollare perché forse, dopo, non sapresti più che altro fare. C.W. Sughrue che continua a macinare chilometri cercando Betty Sue, anche se non sa più veramente perché la sta cercando.

E’ bello L’Ultimo vero bacio, è un classico, è una pietra miliare, è forse il libro più riuscito di James Crumley ed è un gran bel romanzo. C’è un’altra affermazione di Luca Conti che mi sento di prendere a prestito, perché l’avrei detta io se non l’avesse scritta lui, una cosa che si può dire di molti romanzi come questo, al di là di tutte le stupide e riduttive etichette di genere. Questo non è soltanto «il capolavoro assoluto della narrativa hard boiled, ma uno dei romanzi più importanti, e soprattutto più belli, della narrativa americana tout court della seconda metà del Novecento».

CHESTER HIMES: L'UOMO IN FUGA

In books, Chester Himes, James Sallis on ottobre 22, 2008 at 15:37

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

CHESTER HIMES: L’UOMO IN FUGA

In books, Chester Himes, James Sallis on ottobre 22, 2008 at 15:37

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

JAMES SALLIS, LA STRADA PER MEMPHIS

In books, James Sallis on settembre 12, 2008 at 11:00

Riporto in cima questo post per segnalare che la data definitiva di uscita del romanzo è il 25 settembre.

Ho già una copia del libro, che contiene anche una lunga e interessante postfazione di Tiziano Gianotti, e devo dire che sono molto soddisfatto del risultato.

Ah, si tratta di uno dei romanzi più belli di Sallis (l’ho già scritto, ma mi fa piacere ricordarlo) e forse il suo più malinconico.

Ricordo poi, visti gli equivoci insorti con Cypress Grove Blues/Il bosco morto, che La strada per Memphis è inedito in Italia e costituisce il secondo volume della trilogia aperta da Cypress Grove e chiusa da Salt River, la cui pubblicazione italiana è prevista per la seconda metà del 2009 (forse anche prima: dipende da quando uscirà sugli schermi Drive, il film di Neil Marshall interpretato da Hugh Jackman e tratto dall’omonimo romanzo di Sallis, del quale è appunto prevista la ristampa italiana assieme all’uscita del film).

Nerogiano

Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Euro 17,00
224 pagine

Turner, ex poliziotto, ex detenuto ed ex terapeuta, ha deciso di accettare l’incarico di sceriffo a Cripple Creek, una piccola cittadina del Tennessee, a breve distanza da Memphis, in cui la criminalità, rispetto a quella della grande città in cui nel 1968 fu assassinato Martin Luther King, è decisamente minore e strettamente locale.
La vita per Turner sembra scorrere tranquilla in compagnia della sua compagna, Val Bjorn. Quando l’ascolta suonare il banjo, Turner ha davvero l’impressione che le ferite del suo passato siano definitivamente chiuse.
Una notte, però, lo sceriffo Don Lee arresta un ubriaco alla guida di un’auto.
Il tipo, che dice di chiamarsi Judd Kurtz, riserva non poche sorprese. In una borsa di nylon nascosta nel bagagliaio, Turner e Don Lee scoprono la bellezza di 200.000 dollari.
In capo a qualche giorno, poi, Kurtz riesce ad evadere dalla galera.
Gettando ogni cautela, Turner si lancia al suo inseguimento sulla strada per Memphis.
Ma, a Memphis, tutti i fantasmi che Turner pensava di essersi lasciato alle spalle tornano a farsi vivi. In una inarrestabile escalation di violenza , Turner si ritrova dolorosamente a dover fare i conti col suo passato e a mettere in pericolo tutto ciò che ora gli sta a cuore.

E il colpo di scena finale lascerà il lettore incredulo e stupefatto.

La scrittura di Sallis è dolorosa e necessaria, e in questo libro forse in più di ogni suo altro.

James Sallis, nato a Helena, Arkansas, nel 1944, è romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak). Autore di dieci romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes, ha abitato a lungo a Londra e in varie parti d’America. Adesso vive a Phoenix, Arizona. Giano sta pubblicando tutti e tre i romanzi della serie che ha come protagonista Turner: Il bosco morto, La strada per Memphis, La valle del sole.

Memphis, la sua vita criminale, un passato che non vuole passare e i tormenti dell’amore nella nuova avventura di Turner, il protagonista del Bosco morto.

«La strada per Memphis è un romanzo poliziesco in cui vibrano le emozioni… un romanzo che assomiglia a una poesia, un’ode al perduto».
Paul Kane, The Compulsive Reader

«Non puoi fare a meno di staccare ogni tanto gli occhi dalla pagina in segno di ammirazione».
Stephen Miller, January Magazine

«Una storia poliziesca che nessuno scrittore potrebbe scrivere meglio».
Chicago Sun-Times

«Un thriller e un’ode all’America profonda che ricorda lo stile lirico di James Lee Burke».
San Diego Union-Tribune

«Sallis ha l’occhio e l’orecchio del poeta e la sua prosa compatta rimanda al ritmo della musica del Tennessee rurale».
Seattle Times

«La lingua di Sallis ha il suono di un violino country».
Rocky Mountain News

«Il magistrale poeta e narratore Sallis padroneggia perfettamente la lingua, e quest’abilità rende ogni suo libro un’esperienza unica da assaporare».
Library Review

«Sallis è uno dei ritrattisti più dotati della scena del giallo, e i suoi romanzi sono perfetti dall’inizio alla fine».
Alfred Hitchcock Mystery Magazine