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Archive for the ‘Joe R. Lansdale’ Category

LANSDALE COLPISCE ANCORA

In books, Joe R. Lansdale, traduzione on gennaio 22, 2010 at 00:21

Dal 28 gennaio in libreria. Fanucci editore, traduzione di Luca Conti.

Dieci racconti inediti di Joe R. Lansdale, scelti dall’autore per il pubblico italiano, più un’introduzione scritta appositamente per questo volume.


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"SOTTO UN CIELO CREMISI" – RASSEGNA STAMPA (1)

In books, Joe R. Lansdale on aprile 30, 2009 at 14:51

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Ecco cosa scrive Stefano Gallerani sul Manifesto del 29 aprile:

Torna la coppia di improbabili detective che esordì quindici anni fa

L’ultima trama dello scrittore texano, tra esplosioni di crudeltà e senso etico dell’esistenza

Immagini folgoranti, una lingua spedita, quell’umorismo nostalgico e disilluso che è ormai un marchio di fabbrica, e ovviamente il Texas, più che uno Stato, un vero e proprio state of mind. Ma non solo. Tra gli elementi ricorrenti nella scrittura di Lansdale (nato nel ’51 a Gladewater, tra le contee texane di Upshur e Gregg), la strana coppia Hap e Leonard, gli improbabili detective da lui inventati nel 1990, che nel tempo si è trasformata nella vera e propria metafora di una visione etica della vita. Da quando hanno fatto la loro prima comparsa, in Una stagione selvaggia, fino a Capitani oltraggiosi (entrambi per Einaudi), le avventure in cui sono rimasti coinvolti li hanno ripetutamente messi di fronte al dilemma della sopravvivenza: da che parte stare quando è il momento di prendere una decisione. Un interrogativo che svela l’ipocrisia di qualsiasi fede o convinzione. E l’effetto narrativo è tanto più riuscito e evidente in quanto Lansdale affida la scelta a due personaggi che non sono propriamente degli eroi impeccabili, quasi a ribadire che al confronto con l’oggettività dei fatti non esiste mai una versione univoca, e al tempo stesso soggettiva, della realtà.

A questo dispaccio non fa eccezione nemmeno il settimo titolo del ciclo di Hap e Leonard (o il nono se si includono anche i racconti Veil’s Visit e Killer Chili). Uscito in contemporanea con l’edizione statunitense, il romanzo Sotto un cielo cremisi (traduzione di Luca Conti, Fanucci Editore, Collezione Vintage, pp. 312, euro 17,00) ci conduce da subito nel cuore della trama. Come Hap, strappato di sera alle braccia della fidanzata dall’amico Leonard, così anche noi ci troviamo immediatamente invischiati nel losco giro in cui bazzica Gadget, la nipote sbandata dell’ex poliziotto Marvin Hanson, un vecchio amico di Hap e Leonard. Le tracce in filigrana appartengono agli schemi classici del noir esistenziale mentre atmosfere e «caratteri» – la figura del misterioso killer Vanilla Ride – riportano direttamente all’epica western. Quella che era cominciata come una semplice spedizione punitiva per dare una lezione a un fidanzato manesco non tarda a diventare una situazione ingestibile, e se sul momento tutto sembra «essere rientrato nella normalità» non è che per presagire la tempesta che seguirà al breve istante di quiete. Ma per salvare la pelle non esistono buone maniere, Hap e Leonard lo hanno imparato più volte a loro spese. In un mondo violento e spietato, vivere secondo coscienza incarna più che un’utopia: è una vera e propria contraddizione. Dopotutto, la sopravvivenza non concede molte opportunità agli scrupoli morali.

«Me l’aveva sempre detto mia madre – confessa Hap in carcere – di stare lontano dalle armi, e in effetti – anche se le sapevo usare ed ero dotato di una buona mira – mi avevano sempre messo a disagio, così come ero d’accordo sul fatto che non sono le armi a uccidere la gente, bensì altra gente; però, se vuoi ammazzare qualcuno, un’arma da fuoco ti semplifica di gran lunga il compito». Se vuoi o se devi? È questa la domanda che sostiene l’intero scheletro della scrittura sincopata di Lansdale. Nei momenti critici quello che vuoi fare è così diverso da quello che devi che per sopravvivere puoi solamente piegare il primo al secondo, anche se una volta agito di conseguenza non c’è traccia di sollievo né di speranza; niente oltre l’impressione che «qualcosa abbia cambiato posizione per cadere in profondità, tra le ombre»; le ombre dalle quali è emerso e alle quali non può che tornare. C’è da scommettere che per Lansdale quel qualcosa sia quanto più prossimo a ciò che Hap e Leonard avrebbero forse il pudore di chiamare il «senso della vita».

[la foto in apertura è tratta dal film di Don Coscarelli Bubba Ho-Tep, con Bruce Campbell – a sinistra – e l’immortale Ossie Davis (LC)]

IL NUOVO LANSDALE

In books, Joe R. Lansdale, Josh Bazell on aprile 23, 2009 at 13:58

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Eccolo qui, appena uscito in libreria.

312 pagine, 17 euro.

Traduzione di Luca Conti.

Be’, tornare a tradurre Champion Joe dopo tre anni mi ha fatto molto piacere, anche perché il libro è particolarmente scoppiettante e, per fortuna, politicamente molto scorretto. Col prossimo romanzo, qualunque esso sia, dovrò inventarmi nuove forme di turpiloquio perché, tra questo e Beat the Reaper di Josh Bazell, credo di averle consumate quasi tutte…

TRADUZIONI IN USCITA

In books, Chester Himes, Elmore Leonard, James Lee Burke, James Sallis, Joe R. Lansdale, Josh Bazell, Robert Rotenberg on marzo 28, 2009 at 07:54

Ecco alcune delle mie nuove traduzioni (o nuove edizioni, nel caso di Chester Himes) che usciranno nei prossimi mesi:

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IN GIRO CON JOE LANSDALE

In books, Joe R. Lansdale on maggio 30, 2008 at 15:32

Eravamo in un bar di Bologna, una mattinata piovosa della primavera 2003, quando Luigi Bernardi –curatore, all’epoca, di Stile Libero Noir – mi propose di tradurre A Fine Dark Line di Joe R. Lansdale. Non immaginavo certo che un semplice lavoro di traduzione, uno dei tanti che accettavo e accetto tuttora, avrebbe dato un’impronta così forte alla mia vita professionale. Da quel giorno le mie strade di traduttore si sono incrociate spesso e volentieri con quelle di Champion Joe, com’è affettuosamente chiamato Lansdale dal suo robustissimo zoccolo duro di appassionati, a causa della sua più che quarantennale pratica delle arti marziali (lo Shen Chuan, una disciplina da lui stesso fondata che incorpora elementi di kenpo, hapkido, ju jitsu, aikido e così via; tutto questo lo so perché ha tentato lui stesso di spiegarmelo, con ben scarsi risultati). E ho finito per avere spesso a che fare con Lansdale non solo come traduttore – dopo La sottile linea scura ho lavorato su un altro romanzo, Tramonto e polvere, nonché sulla raccolta di racconti In un tempo freddo e oscuro, da poche settimane in libreria per Einaudi Stile Libero – ma anche per tutto quel che fa da contorno alla pubblicazione di un libro: presentazioni, dibattiti, festival letterari e così via, a volte dividendo lo stesso palco, com’è capitato lo scorso anno in Sardegna al festival «L’isola delle storie» di Gavoi.

D’altra parte, è diventato quasi impossibile andare a giro per festival letterari, in Italia, e non trovarsi davanti l’inconfondibile sagoma massiccia e un po’ trasandata di Joe, quasi sempre accompagnato da uno o più membri della sua famiglia: la moglie Karen, anch’essa scrittrice e la figlia Kasey, cantante country (esiste anche un figlio, Keith, ma si vede di rado). Il che ci porta alla domanda che sta alla base di questo articolo: perché uno scrittore di genere (anzi, di generi), nato nel Texas orientale e che scrive storie ambientate quasi esclusivamente nel suo luogo natio, regione quanto mai distante dall’Italia non solo per una mera questione di chilometraggio, è riuscito a costruirsi dalle nostre parti ,in poco più di dieci anni, una popolarità straordinaria e che non accenna a diminuire? «Dopo gli Stati Uniti, l’Italia è il posto in cui sono più famoso e in cui vendo più libri. Per questo ci vengo spesso.»

È pur vero che la scoperta di Lansdale, in Italia, è stata abbastanza tardiva (Act of Love, il suo primo romanzo, è del 1980, ma la prima cosa del Nostro a essere tradotta in italiano è un racconto, Dog Cat and Baby, uscito nel 1988 in un’antologia horror della Garden Editoriale) oltre che sparsa, all’inizio, tra Mondadori, Bompiani, Phoenix, Fanucci, e altri ancora; ma è altrettanto vero che negli ultimi anni Einaudi e Fanucci hanno cercato di recuperare il tempo perduto, traducendo e pubblicando il più possibile, anche a costo di inflazionare il mercato. Eppure con Lansdale il rischio della saturazione sembra ancora molto lontano. Da un lato c’è un’enorme produzione cui attingere (una ventina di romanzi, e chissà quanti altri sotto pseudonimo, e un paio di centinaia tra romanzi brevi, novelle, racconti, storie anche di una sola pagina o meno), dall’altro la sconcertante varietà di generi, temi e atmosfere che per qualunque scrittore avrebbe potuto trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Non per lui. Lansdale è un genio del marketing, e sembra aver fatto proprio il titolo del vecchio libro di Norman Mailer, Pubblicità per me stesso. Champion Joe ha capito fin da subito che per sfondare avrebbe dovuto giocarsi al meglio le carte di cui disponeva, ovvero la sua inconsueta poliedricità, nutrita anche da una non comune ampiezza di vedute e di interessi, e da una curiosità intellettuale che non accenna a diminuire. È uno scrittore di horror, dite? Certo, e come tale veniva presentato agli esordi della sua carriera italiana. Ma ha scritto fantascienza, noir, giallo, fumetti, suspense, western e così via, spesso mischiando allegramente, nello stesso libro, due o più dei succitati generi. Il western-horror di Dead in the West, per esempio, o il western-fantasy di The Magic Wagon, per citarne due non ancora tradotti in italiano, anche se un estratto del secondo è presente in Un tempo freddo e oscuro. Infilandosi dovunque, Lansdale è riuscito a far circolare il proprio nome tra gli appassionati dei generi più disparati, lavorando sodo e con caparbietà fino a giungere alla svolta stilistica degli ultimi anni, inaugurata con The Bottoms (In fondo alla palude) e perfezionata – autentica variazione sul tema – con La sottile linea scura: una svolta che lo ha portato in pieno romanzo mainstream (seppure contaminato; e, conoscendo il tipo, non poteva essere altrimenti).

Ma questa strategia non è stata applicata solo ai generi: fin dall’inizio Lansdale ha deciso di non legarsi in esclusiva a un solo editore, differenziando le sue uscite tra Case grandi e piccole, tra grossi calibri e piccoli indipendenti, concedendosi un po’ a tutti senza mai offrirsi in toto a nessuno. Questo gli è tornato utile soprattutto per riuscire a far pubblicare la quasi totalità della sua debordante produzione, in particolare nel mondo del collezionismo di tirature limitate che negli Stati Uniti può rivelarsi molto importante per costruirsi lo status di autore di culto. Prova ne è che molte delle sue prime edizioni per la piccola e battagliera Subterranean Press hanno oggi raggiunto cifre da capogiro, alimentando un mercato parallelo che lo stesso Lansdale sorveglia con ironica ma astuta benevolenza.

Eppure in Italia, almeno all’inizio, un piano così diabolico non voleva saperne di funzionare. Se l’è sudata, Lansdale, almeno dalle nostre parti (oddio, non che negli Stati Uniti sia sempre stato tutto rose e fiori, per lui). Quando Urania, nel 1993, ha pubblicato La notte del drive-in, Champion Joe era ancora un emerito sconosciuto, anche se il libro ha avuto subito una certa risonanza, tanto che il periodico mondadoriano, dieci numeri dopo, ne ha pubblicato anche la seconda parte (come Il giorno dei Dinosauri). Per dirla tutta, a quei tempi Lansdale sembrava poco più di un epigono del suo amico Neal Barrett jr, un notevole scrittore (leggetevi, se lo trovate, il vecchio Urania C’era una volta l’America) che ha trascorso un’intera carriera sulla soglia della celebrità, senza mai varcarla. Barrett, più anziano di Lansdale, chiama Joe “il mio gemello cattivo”, e le affinità tra i due sono visibili anche a una lettura distratta. Ma è abbastanza chiaro che Mondadori non sapesse cosa farsene, di un autore del genere. Già i due romanzi del drive-in stavano stretti in una collana di fantascienza come Urania, né la produzione thriller-noir di Lansdale aveva qualche speranza di essere pubblicata, che so, nel Giallo Mondadori, tali erano la violenza e la ferocia di libri come Act of Love, The Nightrunners, Cold in July.

Per sdoganare Champion Joe in Italia è stato fondamentale l’intevento di Daniele Brolli, che nel 1996 ha fatto pubblicare Mucho Mojo all’interno della collana «Gli Squali», da lui curata per Bompiani. L’importanza di una collana come «Gli Squali», che ben presto passerà a caratterizzare la serie «Vertigo» dei Tascabili Einaudi, anch’essa affidata alle cure di Brolli, è forse stata troppo presto dimenticata dall’editoria italiana. Esperienza breve – dal 1995 al 1996 – ma una ventina di titoli pubblicati, e tutti di alta qualità: da Horace McCoy a Marc Behm, da Charles Willeford a Bruce Sterling, da James Ballard a Barry Gifford, per citarne solo alcuni. Oltre a Joe Lansdale, con quello che in Italia è ormai considerato il suo libro più leggendario (anche perché è rarissimo, per non dire introvabile, e mai più ristampato da allora): il secondo volume della serie di Hap e Leonard, due personaggi a dir poco singolari, bianco, progressista ed eterosessuale il primo, nero, repubblicano e gay il secondo. I primi cinque romanzi della serie (in Captains Outrageous, invece, il calo di qualità è netto, come se Lansdale si fosse stufato dei suoi personaggi. Anzi, è proprio così, ma lui non lo ammetterà mai) sono il paradigma più calzante della poetica del Nostro: un ribollente, piccantissimo minestrone in cui si trova di tutto, dal giallo all’horror, dal romanzo realista al western, dal fumetto al cinema più trucido. Verrebbe quasi da dire che sia questo il Lansdale più autentico, salvo poi essere smentiti – a precisa domanda – dallo stesso autore.

«Come fai a dirlo? Tutte queste cose fanno parte della mia esperienza di scrittore ma, ancor prima, di lettore. È a nove anni che ho deciso che scrivere sarebbe stato il mio lavoro, ma non riesco a ricordarmi un solo momento della mia vita in cui non abbia voluto far altro che scrivere. Anche quando ero costretto a sbarcare il lunario con tutta una serie di lavori, alcuni davvero strani, come raccogliere rose o asfaltare strade, non riuscivo a pensare che al momento in cui sarei tornato a casa per poter proseguire la storia che avevo iniziato, oppure buttarne giù una nuova. D’altro canto, ho sempre pensato che la disciplina sia un elemento essenziale per un vero scrittore. E dover impiegare ogni momento libero per poter finalmente dare sfogo alla mia necessità di scrittura mi ha insegnato molto, così come la pratica delle arti marziali. Scrivere tutti i giorni, anche se poco, è fondamentale. Chi aspetta l’ispirazione per prendere la penna in mano, non sa che l’abitudine quotidiana e la disciplina possono fare molto per procurarti l’ispirazione. Essere un autore di una certa notorietà – non voglio dire famoso, non credo di essere famoso nel senso che oggi si dà a questa parola – comporta anche che molti aspiranti scrittori vengano a chiederti consigli. E io non ho molti consigli da dare sull’argomento. Due soli, a dir la verità. Primo, leggete il più possibile. Secondo, piantate il culo sulla sedia e scrivete.»

«Hai un’ultima cosa da dire ai tuoi lettori?

«Sì, una, ma è sempre la stessa. Dubya Bush e la sua amministrazione devono togliersi dai piedi.»

LC

(pubblicato in origine su Diario, 2006)