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Archive for the ‘Laura Lippman’ Category

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (seconda parte)

In books, James Crumley, Laura Lippman on aprile 5, 2009 at 12:45

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(foto di Chad Harder)

LAURA LIPPMAN: Tu ci sei proprio nato, in Texas, e questa è una cosa di cui i texani non fanno altro che vantarsi. Almeno quelli che conosco io. Ma ho sempre avuto la sensazione che il tuo rapporto col Texas sia sempre stato molto controverso. Perché ti ritieni una sorta di changeling? Non ti sei mai sentito a casa, laggiù?

JAMES CRUMLEY: Ci siamo trasferiti nel New Mexico durante la seconda guerra mondiale, ed è laggiù che ho cominciato a intendere e volere, in una cittadina chiamata Deming che stava nel bel mezzo del deserto. Questo è stato il mio imprinting. Quando sono rientrato in Texas frequentavo la seconda elementare, e… Be’, le piccole città del Texas, se non ci sei nato, nessuno vuole averci a che fare, con te. E per farmi accettare ne ho combinate di tutti i colori. Il baseball è l’unico motivo che mi ha spinto a finire il liceo. Avevano organizzato un torneo di baseball, subito dopo il diploma, e per giocare in quel torneo sono stato costretto a diplomarmi.

LL: E hai anche giocato a football. Pensavo che bastasse questo, in Texas, per restare simpatico a tutti.

JC: Già, ma io non stavo simpatico a nessuno. Ero in gamba, ma restavo sulle scatole a tutti.

LL: A quanto so sei stato uno studente modello, il che mi suona davvero strano, visto che non mi sembri proprio il tipo da starsene fermo a fare i compiti in classe.

JC: In un liceo del Texas, negli anni Cinquanta? Figurati, di essere i primi della classe erano capaci tutti. Il voto di cui andavo più orgoglioso era la sufficienza in educazione civica… Mai portato un libro a casa, per studiare, ma nei compiti in classe ero una scheggia. Tutta ‘sta storia mi ha creato un sacco di problemi. Un ragazzotto bianco con le pezze al culo, ma che va benissimo a scuola? Non sono cose che vanno d’accordo, di solito. E io mi sono sempre trovato un po’ tra l’incudine e il martello, con questi mondi inconciliabili. Ecco perché in Texas non mi sono mai sentito a casa. In Montana sì. È l’unico posto che mi ha dato questa sensazione.

LL: Mi ero fatta st’idea leggendo la citazione di Steinbeck, da Viaggio con Charley, che hai messo in epigrafe alla Terra della menzogna. «Il Montana mi sembra proprio l’idea che un ragazzino potrebbe farsi del Texas a forza di sentir parlare i texani.»

JC: Aspettavo da una vita il momento buono per usarla, questa citazione. Qualcuno, una volta, ha detto che il Montana è identico al Texas. Solo che è pieno di suore e non c’è neanche un cazzo di battista. Sono arrivato qui nel 1966 senza riuscire più ad andarmene sul serio, cristo.

LL: Eppure hai donato il tuo archivio alla Texas State University, San Marcos. Come mai? Perché proprio quella università? Dev’essere una delle poche in cui non hai mai insegnato [da metà degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta Crumley ha insegnato scrittura creativa non solo nel Montana, ma anche all’University of Arkansas, Fayetteville, alla Colorado State University, al Reed College di Portland, Oregon, alla Carnegie-Mellon e alla University of Texas, El Paso].

JC: Perché mio padre è nato proprio da quelle parti, nella Hays County. Ma ho il sospetto che farei meglio a riprendermi ogni cosa. Il curatore del fondo è venuto qui e si è portato via tutto, anche i fascicoli dei miei tre divorzi e il caschetto rigido di quando facevo l’addetto alle trivellazioni. Insomma, non lo so come ha fatto a finire laggiù, tutta ‘sta roba. Comunque va bene lo stesso. Sai, adesso che sto invecchiando, ci sono tre cose che mi piacerebbe vedere prima di morire: un bel po’ di buone notizie sui giornali, un’altra bella macchina a trazione posteriore tipo una BMW o qualcosa del genere, e che la gente del Montana la piantasse di chiamarmi «quel texano del cazzo.»

LL: Com’è che ti è venuta la passione per i libri? C’è stato un momento in cui hai deciso di diventare uno scrittore?

JC: Ho imparato a leggere da solo. A dodici anni ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo, un poliziesco influenzato dai libri di Mickey Spillane che le mie zie (e anche mie coetanee, tra l’altro) nascondevano sotto il materasso. Al college mi sarò specializzato in almeno otto materie diverse, prima di laurearmi in Storia. In realtà, quando mi sono iscritto al master in scrittura creativa nello Iowa, non mi ero ancora laureato, giù in Texas. Ma ero stato nell’esercito, e avevo visto come funzionava la burocrazia. Così mi sono iscritto lo stesso, e per beccarmi ci hanno messo sei, forse otto mesi. A quel punto mi sono laureato in Storia alla Texas A&I, ma per corrispondenza… E stavo già frequentando il master nello Iowa.

LL: Ti piaceva, lassù?

JC: In Iowa? Come essere in paradiso. Per la prima volta ero in mezzo a gente che leggeva, scriveva e parlava di un sacco di roba. Per quanto mi riguarda, in Iowa è stato fantastico. C’erano Richard Yates, Kurt Vonnegut… e io ero il più giovane della compagnia.

LL: Com’è che hai fatto a finire laggiù? Non credo che fosse così facile, per uno studente della Texas A&I di Yorksville, farsi venire in mente che alla University of Iowa c’era un Writers’ Workshop.

JC: C’era un tizio a Kingsville, giù in Texas, che girava voce fosse uno scrittore, così sono andato a fargli vedere un po’ delle mie stronzate e lui mi ha detto: «Magari faresti meglio a leggere un po’ di poesia moderna, prima di provarci anche tu.» Allora mi sono messo a leggere tutto quel che mi capitava sottomano, e alla fine gli ho portato qualche altra poesia. «Sai una cosa?» ha detto lui, «mi sa che dovresti provare con la narrativa.» Dopo il secondo racconto, mi ha suggerito di iscrivermi al Writers’ Workshop su in Iowa. Io avevo già deciso di andare alla University of Washington per laurearmi in Storia dell’Unione Sovietica e poi farmi assumere dalla CIA. Invece sono andato in Iowa.

(continua)

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(foto di Lee Nye, scattata verso la metà degli anni Settanta davanti al Trixi’s Antler Saloon di Ovando, Montana: “un piccolo grande localino da pescatori,” come scrive Crumley nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio)

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (prima parte)

In books, James Crumley, Laura Lippman on ottobre 2, 2008 at 14:01

Laura Lippman, eccellente scrittrice di crime novels che finalmente, da qualche anno, sta godendo anche di una meritata popolarità italiana, mi ha gentilmente concesso di tradurre e pubblicare una sua lunga conversazione del 2006 con James Crumley, al quale lo univa una lunga amicizia.

Le cospicue dimensioni di questa chiacchierata tra vecchi amici mi costringono, per comodità di lettura, a dividerla in puntate. Questa è la prima (anzi, a dir la verità questa è soltanto l’introduzione, in cui Laura racconta il suo rapporto umano e professionale con James). Il resto, nei prossimi giorni.

Ah, grazie – come sempre – a Luisa Piussi, la voce italiana di Laura Lippman.

LC

(nella foto, da sinistra, Harlan Coben, James Crumley e Laura Lippman)

UNA CONVERSAZIONE CON JAMES CRUMLEY

di Laura Lippman

Ho incontrato per la prima volta James Crumley nel 2000, alle Bahamas. Questo particolare sembra rendere la cosa ancora più interessante di quanto già non sia stata. Eravamo solo due dei tanti scrittori presenti a un incontro organizzato dal Club Med e battezzato, in maniera fuorviante, «Tenebre sotto il sole». Di sole ce n’era poco, in effetti, ma anche di tenebre. In base ai miei ricordi di quella piacevole settimana gran parte degli scrittori –  George Pelecanos, Dennis Lehane, Harlan Coben, Steve Hamilton, Peter Robinson e Paula Woods, tra gli altri – non faceva che passare le serate, visto che pioveva quasi sempre, riunita attorno a Crumley per ascoltare le sue storie, in prevalenza autobiografiche. Va anche detto che, da parte nostra, c’era un bell’incoraggiamento, e che lui non si faceva pregare. Era il Budda del bar, un maestro affettuoso e carismatico che non aveva tempo né voglia di farsi metter su un piedistallo.

Ho iniziato a leggere Crumley nei primi anni Ottanta, partendo da Dancing Bear (1983) e tornando indietro a recuperare The Wrong Case (1975) e The Last Good Kiss (1978). A dirla tutta, mi sono fatta una piccola teoria – della quale, con l’assoluto candore proprio della migliore tradizione crumleyana, confesserò che non frega niente a nessuno – secondo la quale Crumley è forse l’unico motivo che ha spinto un sacco di scrittori oggi sulla quarantina a dedicarsi direttamente alla crime fiction, anche se l’ambizione e l’abilità letteraria potevano condurli al mainstream. Di conseguenza, senza pretendere di parlare per conto terzi, dirò che ho iniziato a leggere Crumley perché i suoi libri uscivano nei tascabili della Vintage proprio nel momento di maggior fulgore di quella collana. Il sabato andavo sempre a fare colazione alla Twin Sisters Bakery di San Antonio, dopo di che attraversavo la strada per infilarmi nel Book Stop e lì compravo i Vintage a bracciate. Uno di quelli era Dancing Bear, forse il titolo che ricordo con maggiore precisione. Mi aveva fatto impazzire a tal punto che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, non mi è passata l’arrabbiatura con un mio collega che aveva lasciato la mia copia sul bordo della piscina, finendo per infradiciarmela tutta. Adesso di Dancing Bear possiedo una prima edizione firmata dall’autore, ma mi girano ancora le scatole. Anzi, a essere sincera, ogni volta che ce l’ho con qualcuno è per una questione di libri.

La triste ironia di tutto questo sta nel fatto che la mia scoperta di Crumley ha coinciso con la sua lunga «terra di nessuno», almeno per quanto riguarda le uscite in libreria. Crumley non ha mai smesso di scrivere; è solo che pubblicare, per lui, è tutta un’altra faccenda, anche perché gran parte di ciò che produce e non ci fa leggere non è all’altezza dei suoi elevatissimi standard. Il romanzo successivo, The Mexican Tree Duck, è apparso dieci anni dopo Dancing Bear, anche se nel frattempo ci sono stati una raccolta di racconti (Whores, 1988) e un volume di saggi e altri racconti (Muddy Fork and Other Things, 1991). The Mexican Tree Duck ha vinto, nel 1994, il Dashiell Hammett Award conferito dalla  International Association of Crime Writers. Crumley, che compirà 67 anni il 12 ottobre, ha avuto negli ultimi tempi un relativo attacco di produttività: Bordersnakes (1996); The Final Country (2001, vincitore del Macallan Silver Dagger) e The Right Madness (2005).

Ci siamo parlati per telefono il 21 settembre e la conversazione ha toccato argomenti come la sua vita, la sua opera, il perché Crumley non scriva un’autobiografia e il fatto che sia stato Lyndon B. Johnson a portare la corrente elettrica nell’Hill Country (se avete abitato nel Texas meridionale, come ho fatto io per sei anni, saprete che LBJ e le sue biografie scritte da Robert A. Caro sono un argomento quasi obbligato, ma Crumley ha con Johnson un legame del tutto personale). L’intervista  ha subìto dei tagli – sono state ridotte alcune digressioni, accorciati dei pensieri rimasti a mezz’aria – perché il dialogo di uno di noi, ovvero la sottoscritta, richiedeva un certo aggiustamento. Crumley, invece, era sempre il solito: loquace, coerente e sboccato, anche se quel pomeriggio era appena stato dal dentista e sosteneva di non sentirsi più il naso. «’sto dentista che mi cura si è messo a usare della novocaina francese che è davvero una bomba, ti rimbecillisce tutto un lato della testa.» Beveva Ketel One e acqua tonica da una cannuccia, unica concessione al suo volto privo di sensibilità. Io, invece, bevevo vino bianco, una mossa infelice che Jim, nella sua magnanimità, decise di perdonarmi. «Ti ho visto giocare a basket. Sei abbastanza tosta da bere vino bianco, se proprio vuoi.»

LAURA & LUISA, THE DYNAMIC DUO

In books, Laura Lippman on luglio 12, 2008 at 12:18

Laura Lippman
Baltimora Blues

Nerogiano

Traduzione di Luisa Piussi

Pagine 312
Euro 17,50
Collana: Nerogiano

Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di una Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.

Prima opera della serie che ha rivelato il talento di Laura Lippman sulla scena letteraria internazionale, Baltimora blues è, come ha scritto George Pelecanos, uno di quei «romanzi intelligenti, innovativi e avvincenti» che hanno «hanno dato nuova linfa al genere poliziesco».

LAURA & LUISA, THE DYNAMIC DUO

In books, Laura Lippman on luglio 12, 2008 at 12:18

Laura Lippman
Baltimora Blues

Nerogiano

Traduzione di Luisa Piussi

Pagine 312
Euro 17,50
Collana: Nerogiano

Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di una Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.

Prima opera della serie che ha rivelato il talento di Laura Lippman sulla scena letteraria internazionale, Baltimora blues è, come ha scritto George Pelecanos, uno di quei «romanzi intelligenti, innovativi e avvincenti» che hanno «hanno dato nuova linfa al genere poliziesco».