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Archive for the ‘movies’ Category

"I STEREOTYPE. IT'S FASTER."

In movies on febbraio 9, 2010 at 11:46

WILLEFORD AL CINEMA

In books, Charles Willeford, movies on maggio 27, 2009 at 15:17

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Charles Willeford in veste di arbitro di combattimenti tra galli, nel film Cockfighter (1974) di Monte Hellman, tratto dal romanzo omonimo.

EDDIE COYLE IN DVD

In books, George V. Higgins, movies on maggio 20, 2009 at 19:19
A stretto giro di posta, vale a dire appena 35 anni dopo la sua uscita, la versione cinematografica di The Friends of Eddie Coyle approda al DVD. Per ora soltanto negli Stati Uniti, ma è probabile che appaia anche da noi. Diretto da Peter Yates, questo è forse il più bel film di Robert Mitchum nonché, in assoluto, una delle migliori trasposizioni su grande schermo di uno dei capolavori del noir.
Coyle

GRAN BOLLITO

In Charles Willeford, Clint Eastwood, movies on aprile 22, 2009 at 16:38

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Recensione A

Un grande film sulla tolleranza, sui nuovi americani, sui rapporti tra giovani e vecchi, tra genitori e figli. Una grande prova d’attore per un Clint Eastwood poche altre volte così intenso ed espressivo. La scoperta che i veri affetti non sono mai quelli che ci vengono proposti dalle convenzioni sociali, bensì quelli che si costruiscono un passo alla volta, superando le diffidenze tra i popoli e le barriere della lingua. Una splendida storia di formazione.

Recensione B

Walt Kowalski, operaio dell’industria automobilistica oggi in pensione (e interpretato da un Clint Eastwood che qui utilizza al meglio la seconda delle due espressioni facciali che gli attribuiva Sergio Leone, ovvero quella senza cappello) è quasi sicuramente il più temibile rompicoglioni della storia del cinema: scorbutico, arrogante, razzista, sboccato, in possesso di un arsenale da far invidia all’ispettore Callaghan e aggressivo in maniera spropositata (anche se, va detto, è vessato quotidianamente da un prete forse più rompicoglioni di lui, che cerca di convertirlo a tutti i costi; ed è forse l’unico momento del film in cui davvero si vorrebbe incitare il vecchio Clint a tirare fuori la pistola e usarla come si deve). Il Kowalski (fresco vedovo, per fortuna di sua moglie) si trova coinvolto, suo malgrado ma neanche tanto, in una sorta di faida tra i suoi vicini di casa (una famiglia di immigrati Hmong di dimensioni mostruose: saranno almeno 35-40 persone, a dir poco) e una gang minorile composta da teppisti ben armati e legati – come dubitarne – da rapporti di parentela con l’immane famiglia medesima. Dopo ben due ore di film, la gang si rompe giustamente le palle e provvede a far secco il vecchio Kowalski, ignorando che di lì a non molto sarebbe con buone probabilità già morto per conto suo (amianto? Silicosi?) dopo essersi clamorosamente andato a confessare dal temibile prete di cui sopra e aver vergato un trombonesco testamento grazie al quale può continuare a rompere i coglioni anche dall’aldilà, tutte cose che Dirty Harry si sarebbe guardato bene dal fare. Ma erano altri tempi.

Recensione C

Potessimo rovistare tra i libri che lo sceneggiatore Nick Schenk ha sul comodino, non ci sorprenderebbe affatto trovarci una copia di Tiro mancino, il capolavoro di Charles Willeford. La prima oretta del film – che è in effetti la migliore – sembra infatti presa in gran parte dalla storia di Stanley Sinkiewicz, con delle coincidenze davvero troppo incredibili per non essere volute. Ma, purtroppo, della sacrosanta cattiveria di Willeford qui non c’è traccia, e il film vira ben presto verso situazioni iperprevedibili, per non dire telefonate. Peccato, perché le premesse non erano malvage, ma l’esito finale non sembra poi ‘sta gran cosa.

JOHNNY STACCATO

In Frank Kane, Johnny Staccato, movies, music on aprile 3, 2009 at 17:18

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Il jazz nei telefilm è nato con Peter Gunn. Anzi, no; è nato alla radio con Richard Diamond, nel 1949, quando gli investigatori privati televisivi erano ancora nella mente di Giove.

Richard Diamond, private eye newyorkese poi trasferito a Los Angeles, fu creato da Blake Edwards, che ne diresse una sessantina di episodi da trenta minuti per la Nbc fino al 1953. La parte del protagonista era stata affidata a Dick Powell, attore di buon livello che, se da un lato aveva interpretato sul grande schermo Philip Marlowe nel notevole Murder, My Sweet di Edward Dmytryk (1944), dall’altro aveva una lunga esperienza jazzistica come clarinettista, sassofonista e cantante a Pittsburgh, negli anni Trenta. Il suo Diamond non era un «duro», ma risolveva i casi più col cervello che con i pugni; e, soprattutto, sfogava una grande passione per il jazz alla fine di ogni episodio, che si concludeva con una canzone da lui interpretata. Il successo radiofonico di Richard Diamond fu tale che nel 1957, al diffondersi del mezzo televisivo, Powell si riciclò come produttore incaricando lo stesso Edwards di trasformare Diamond in una serie tv per la Cbs. Fu scelto come interprete David Janssen (1931-1980), che avrebbe poi raggiunto la fama come il dottor Kimble di The Fugitive, mentre la colonna sonora fu affidata a Frank DeVol (e in seguito, guadagnandoci parecchio nel cambio, a Pete Rugolo).

Parallelamente, la Nbc chiese a Edwards di progettare una serie analoga, con un nuovo protagonista. Nacque così Peter Gunn: amante del cool jazz, frequentatore di jazz club, cento volte più sofisticato e distaccato di Richard Diamond, il detective – interpretato da Craig Stevens – ottenne un successo trionfale, con 3 stagioni e ben 114 episodi. Ma quel che davvero cambiò le carte in tavola fu l’uso rivoluzionario del jazz nella celeberrima colonna sonora, opera di Henry Mancini (che aveva accettato il lavoro pensando si trattasse di un western).

Poi, il 10 settembre 1959, fu la volta di John Cassavetes e del suo Johnny Staccato, una serie di tale portata rivoluzionaria da venire interrotta dopo una sola stagione e 27 episodi: sufficienti, però, per far entrare il personaggio e le sue avventure nella memoria collettiva degli appassionati della tv. Johnny Staccato era un pianista bebop che sbarcava il lunario come investigatore privato («Cinque anni fa ho messo la tessera del sindacato musicisti in naftalina,» diceva, «quando mi sono reso conto che il mio talento viaggiava un’ottava sotto la mia ambizione»), e già l’apertura del primo episodio, The Naked Truth, lasciava capire che qui, col jazz, si faceva sul serio: un jazz club newyorkese, il Waldo’s, una band formata da Pete Candoli, Barney Kessel, Red Norvo, Red Mitchell, Shelly Manne e lo stesso Cassavetes al pianoforte; ovvero il Johnny Staccato che al termine del brano viene chiamato al telefono, passa dal guardaroba, prende il soprabito e una calibro 38 e si getta in strada. La caccia è aperta.

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Già dal secondo episodio, però, il ritmo e il montaggio si fanno più frenetici, e i titoli di testa (col vetro che si rompe, e Cassavetes che spara dritto in faccia al telespettatore) sono tra i più belli nell’intera storia della tv. In realtà, malgrado la sua splendida interpretazione, del tutto dirompente per l’epoca, e l’aver diretto personalmente cinque episodi della serie, Cassavetes aveva accettato la parte assai controvoglia, soprattutto per saldare alcuni grossi debiti accumulati per girare Shadows, il memorabile film che gli appassionati di jazz associano alla colonna sonora di Charles Mingus. E la recitazione di Cassavetes in Johnny Staccato è già capace di rompere schemi e convenzioni del nascente telefilm poliziesco. Come fa ben notare Lee Server, storico del cinema e della letteratura di genere, le innovazioni di Johnny Staccato sono molteplici, fin dalla fondamentale scelta di scartare l’atteggiamento cool di Richard Diamond e Peter Gunn a favore di un’atmosfera densa, tetra, spesso quasi provocatoria, affidata a un interprete dalla recitazione volutamente sopra le righe, dalla pronuncia tagliente e boppistica (il bop newyorkese, però, non la variante californiana di Peter Gunn), quasi anfetaminica. Immersa in una giungla di personaggi borderline, tra gangster e tossici, la serie è ammantata da una minacciosa aria di violenza e sa proiettare l’immagine di una città autentica (molte scene venivano girate per le strade di Manhattan, non ricostruite in studio), traboccante di oscuri e loschi segreti.

Il pubblico della tv, come c’era da aspettarsi, non era ancora pronto per una così massiccia dose di realismo, e la serie durò ben poco.  Ma Johnny Staccato è rimasto nella storia come uno dei momenti più alti della tv in bianco e nero, e ciò che oggi sembra innovazione (in The Shield o The Wire, o in western-noir come Deadwood) era in realtà già stato pensato e sviluppato fin da quel 10 settembre 1959.

IN THE ELECTRIC MIST

In James Lee Burke, movies on marzo 27, 2009 at 10:49

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Visto ieri, in inglese, l’ultimo film di Bertrand Tavernier, tratto dal grande romanzo di James Lee Burke In the Electric Mist with Confederate Dead. In Italia doveva uscire questo mese al cinema come L’occhio del ciclone, ma ancora non dà segno di vita. In Francia esce il 15 aprile. Negli Stati Uniti, dopo una valanga di peripezie produttive, non è mai apparso nelle sale finendo direttamente in Dvd (che è quello che mi sono procurato io).

Non è un film del tutto riuscito, ma resta comunque molto interessante. A quanto ho capito, Tavernier non ha fatto altro che litigare coi produttori americani, che gli hanno imposto di tagliare un quarto d’ora di pellicola (mentre in Europa dovrebbe uscire in versione più lunga), e in effetti nella versione USA – quella in mio possesso – si sente che manca qualcosa. Adattare per lo schermo un libro complicatissimo e allucinato come quello di Burke, peraltro, era un’impresa ai limiti del possibile, e pur con tutti i limiti dell’operazione Tavernier se l’è cavata abbastanza bene.

Tommy Lee Jones è colossale, nella parte di Dave Robicheaux. L’avessero girato vent’anni fa, un film del genere, sarebbe stato perfetto anche un Walter Matthau (che sapeva essere anche un grande attore drammatico, e qui Jones lo ricorda non poco). Conoscendo Tavernier mi sarei aspettato più musica, che invece è abbastanza in secondo piano, così come il colore locale; comunque Buddy Guy ha un ruolo abbastanza importante – recita e suona – e a Levon Helm è riservata una parte fondamentale (anche se molto ridotta rispetto al libro).

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Per esplorare più a fondo i complessi rapporti tra i personaggi, probabilmente ci sarebbe voluto un film di tre ore, e forse ne sarebbe uscito un capolavoro. Così com’è, ho il sospetto che si tratti di un’opera troppo europea per piacere agli americani e troppo americana per piacere agli europei. Resta comunque un film da vedere.