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Archive for the ‘traduzione’ Category

LA NOTTE CHE HO LASCIATO ALEX

In books, Hugues Pagan, my books, traduzione on marzo 10, 2010 at 23:58

In occasione della ristampa di questo magnifico romanzo, una delle traduzioni di cui vado più orgoglioso (anche se a sette anni di distanza ci rimetterei volentieri le mani, sapendo quel che so adesso…), ripesco dai meandri del blog la postfazione che avevo scritto per l’uscita del libro e che è presente anche in questa nuova edizione. Non perdetevi uno dei capolavori del noir europeo di tutti i tempi, alla modica cifra di dieci euro per ben 414 pagine.

***

La notte che ho lasciato Alex è uno dei grandi noir degli ultimi decenni. Uscito in Francia nel 1997, è stato edito in Italia nel 2003 da Meridiano Zero, con la traduzione del sottoscritto e di Jean-Pierre Baldacci. Meridiano Zero sta pubblicando, da tempo, tutte le opere di Pagan, la cui lettura è calorosamente consigliata. Il volume include anche una mia postfazione, che riporto qui di seguito.

***

Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi
(Walt Kelly, Pogo, 1971)

Hugues Pagan non è tipo da restare troppo a lungo nello stesso posto: paese, città, lavoro che sia. I punti più significativi della sua biografia e della sua attività professionale mettono in evidenza una personalità segnata dall’irrequietezza, pari a quella che muove molti dei suoi personaggi, e in particolare l’anonimo funzionario di polizia protagonista di La notte che ho lasciato Alex (Dernière station avant l’autoroute, 1997): romanzo che mette finalmente a disposizione anche del lettore italiano l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con Dead End Blues (L’étage des morts, 1990) e proseguita con Quelli che restano (Tarif de groupe, 1993), a degna conclusione di uno dei risultati più alti mai raggiunti dal polar francese.

Come l’io narrante dei tre romanzi – che solo nel secondo volume della trilogia, casualmente ma non troppo, qualcuno chiama «Chess» – anche Pagan è un figlio dell’Algeria successivamente emigrato in Francia: un pied-noir, come Albert Camus e Martial Solal. E proprio com’è capitato a Camus nella letteratura e a Solal nel jazz, anche per Pagan l’emigrazione verso la matrigna Parigi finisce per produrre una personalità complessa, contraddittoria, alla continua e consapevole ricerca di un irraggiungibile punto d’arrivo, non solo fisico, ma anche artistico.

E come il suo protagonista, anche Pagan è stato poliziotto, negli anni in cui le istanze rivendicate dal Maggio francese si mescolavano con l’utopia di poter creare un’amministrazione della giustizia non più legata mani e piedi al potere e alla corruzione. E come l’enigmatico Chess, anche Pagan ha dovuto ben presto fare i conti con l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli e con la feroce disillusione di chi si vede a poco a poco emarginato per non voler scendere a compromessi. Pagan ha deciso di reagire diventando scrittore a tempo pieno; il suo personaggio, invece, ha pensato di combattere l’emarginazione e gli orrori emarginandosi da solo e per scelta, confinandosi in una sorta di terra di nessuno, il turno di notte, la cui forzata inversione dei ritmi biologici finisce per costringerlo, ipnotizzarlo quasi, in un limbo psicologico, in una navigazione a vista in cui niente e nessuno è ciò che sembra.

Inevitabile, quindi, che il tema centrale di La notte che ho lasciato Alex, al pari dell’intera opera narrativa di Pagan, sia una volta di più lo sradicamento dell’individuo, con tutto quel che ne consegue: rifugi fittizi o temporanei, mentali o materiali, difficoltà di adattamento, autocommiserazione, desiderio di fuga. Il poliziotto di Pagan, per scelta e fatalità, è sempre un reduce, ossessionato e manovrato dal passato, una sorta di dangling man, di uomo in bilico di bellowiana memoria, che racchiude in sé il germe dell’autodistruzione e, per certi versi, finisce per contaminare anche chi ha la sventura di stargli attorno. Significativo, in questo senso, l’epiteto di baltringue che l’anonimo ispettore si attribuisce a ogni piè sospinto, e la cui connotatzione negativa ma allo stesso tempo quasi romantica di persona che affronta le situazioni fuggendo, è una delle chiavi di lettura dell’intera trilogia.

La cosa più sorprendente – ma forse non più di tanto, visto lo sradicamento di cui si è fin qui parlato – è che Pagan, malgrado si trovi perfettamente a suo agio nelle piovose atmosfere del polar transalpino, è scrittore di impostazione molto americana, con una vastissima gamma di influenze che vanno dagli anni ’20 (il prediletto Dashiell Hammett) agli anni ’70 e ’80 (James Crumley, Jim Nesbit, James Lee Burke, Charles Willeford) passando, com’è ovvio, per la grande scuola anni ’50 di autori come Day Keene, Harry Whittington, Jim Thompson, Gil Brewer, Charles Williams, per i quali è stato spesso difficile distinguere tra vita privata e produzione letteraria, tanto i due aspetti hanno finito col fondersi, il più delle volte in maniera rovinosa.

E non è difficile trovare, nella trilogia di Pagan, straordinarie affinità con l’opera di un autore tanto grande quanto misconosciuto da noi, ovvero lo statunitense Kent Anderson, la cui biografia presenta singolari punti di contatto con quella dello scrittore franco-algerino (guerra del Vietnam da una parte, d’Algeria dall’altra; un travagliato ritorno alla vita civile e la scelta di entrare in polizia, in entrambi i casi; la decisione, infine, di mollare tutto per dedicarsi solo alla letteratura). I due romanzi di Anderson, Sympathy for the Devil (1987) e il celebrato Night Dogs (1996), uno dei testi più importanti del noir americano del dopoguerra, affrontano anch’essi, e in maniera se possibile ancor più diretta e brutale, i temi del reducismo, dello sradicamento, della disillusione, della delusione per il lavoro di polizia.

Il bello è che nelle mani di un autore meno abile di Pagan tutta questa enorme quantità di stilemi del noir più regolamentare finirebbe col diventare un’orrida miscela di situazioni già viste e di battute già sentite: la forza del nostro autore, paradossalmente, sta proprio nel correre con grande virtuosismo sul filo del rasoio, sempre in bilico tra il sentimentalismo più sfrenato e la retorica più furibonda, tra la caduta di gusto e la cartolina illustrata. E il suo grande merito sta nel saper distillare, dalle scorie di centinaia di romanzi noir, di film e di blues, una narrativa che si sorregge grazie a una forma morale non comune, svicolando agevolmente dal pericolo dell’oleografia a buon mercato.

Il mondo di Pagan, come quello di Anderson, è popolato da zombi. Non è un caso che la catarsi dell’ispettore debba passare per un forzato soggiorno in manicomio; ancora meno lo è la trasformazione, anche fisica, cui dovrà sottoporsi Alex per riacquistare dignità agli occhi del protagonista. E, mentre il libro sembra essersi avviato a uno sconcertante happy end, Pagan ci lascia con un’ultima, definitiva stilettata: Benvenuti nel mondo dei morti. Il baltringue che decide di fermarsi, di mettere radici lo fa a prezzo della sua identità personale.

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IN ARRIVO

In books, Elmore Leonard, my books, traduzione on marzo 10, 2010 at 14:51

E anche questo è andato (l’ho consegnato all’editore, intendo). Per l’edizione italiana del libro non resta che aspettare un paio di mesi; per il film, che George Clooney si decida a vestire di nuovo i panni di Jack Foley, visto che Leonard ha scritto questo romanzo proprio per lui (ma pare che il buon Giorgio si stia facendo desiderare e che la produzione abbia detto: No George, no movie…).

LA PATTUGLIA DELL’ALBA

In books, Don WInslow, my books, traduzione on marzo 9, 2010 at 14:25

DON WINSLOW

In books, my books, traduzione on marzo 2, 2010 at 10:55

Periodo di mie uscite, questo; a breve – direi martedì prossimo – giungerà in libreria il nuovo romanzo di Don Winslow.

In uscita a inizio marzo

pp. 366, € 18,50

Traduzione di Luca Conti

Tra mistica del surf e crimine organizzato, torna l’autore de Il potere del caneL’inverno di Frankie Machine, in un romanzo che ha la misteriosa energia di una grande onda. Da cavalcare fino all’ultima pagina.

Ex poliziotto, ora investigatore privato, Boone Daniels non chiede molto alla vita: gli basta uscire all’alba con la sua tavola da surf insieme alla sua inseparabile pattuglia di amici, e avere sempre sotto mano una tortilla da riempire di carne, pesce, uova, quel che capita. Quando lo studio legale per il quale lavora gli chiede di rintracciare una spogliarellista, testimone chiave in un caso di truffa a un’assicurazione, Boone ha un solo scopo: risolvere il caso entro quarantott’ore al massimo, e comunque prima che su Pacific Beach si abbatta la piú grande mareggiata degli ultimi anni. Ma a San Diego, la città del sole e dei surfisti, niente è mai semplice come sembra, e il Messico è sempre troppo vicino: basta poco davvero perché un’indagine di poco conto si trasformi in una discesa all’inferno, che costringerà Boone a fare i conti una volta per tutte con il suo passato.

Boone Daniels, ex poliziotto, ora investigatore privato, nato su una tavola da surf
Sunny Day, una vera California Girl, ma sa cavalcare l’onda come nessun altro
High Tide, centosettanta chili di carne e muscoli samoani, quando si tuffa è alta marea
Dave the Love God, bagnino di salvataggio, una collezione di turiste da fare invidia
Johnny Banzai, sangue giapponese, poliziotto, re delle parole incrociate
Hang Twelve, rasta bianco, patito del surf, sei dita per piede

DON WINSLOW

In books, Don WInslow, my books, traduzione on marzo 2, 2010 at 10:53

Periodo di mie uscite, questo; a breve – direi martedì prossimo – giungerà in libreria il nuovo romanzo di Don Winslow.

In uscita a inizio marzo

pp. 366, € 18,50

Traduzione di Luca Conti

Tra mistica del surf e crimine organizzato, torna l’autore de Il potere del cane e L’inverno di Frankie Machine, in un romanzo che ha la misteriosa energia di una grande onda. Da cavalcare fino all’ultima pagina.

Ex poliziotto, ora investigatore privato, Boone Daniels non chiede molto alla vita: gli basta uscire all’alba con la sua tavola da surf insieme alla sua inseparabile pattuglia di amici, e avere sempre sotto mano una tortilla da riempire di carne, pesce, uova, quel che capita. Quando lo studio legale per il quale lavora gli chiede di rintracciare una spogliarellista, testimone chiave in un caso di truffa a un’assicurazione, Boone ha un solo scopo: risolvere il caso entro quarantott’ore al massimo, e comunque prima che su Pacific Beach si abbatta la piú grande mareggiata degli ultimi anni. Ma a San Diego, la città del sole e dei surfisti, niente è mai semplice come sembra, e il Messico è sempre troppo vicino: basta poco davvero perché un’indagine di poco conto si trasformi in una discesa all’inferno, che costringerà Boone a fare i conti una volta per tutte con il suo passato.

Boone Daniels, ex poliziotto, ora investigatore privato, nato su una tavola da surf
Sunny Day, una vera California Girl, ma sa cavalcare l’onda come nessun altro
High Tide, centosettanta chili di carne e muscoli samoani, quando si tuffa è alta marea
Dave the Love God, bagnino di salvataggio, una collezione di turiste da fare invidia
Johnny Banzai, sangue giapponese, poliziotto, re delle parole incrociate
Hang Twelve, rasta bianco, patito del surf, sei dita per piede

GISCHLER IN ARRIVO

In books, traduzione, Victor Gischler on febbraio 27, 2010 at 18:45

Ai primi di aprile, credo. Il libro è The Pistol Poets, e l’ho tradotto io.

GISCHLER IN ARRIVO

In books, traduzione, Victor Gischler on febbraio 27, 2010 at 18:33

Ai primi di aprile, credo. Il libro è The Pistol Poets, e l’ho tradotto io.

LA CATTIVA STRADA (2)

In books, James Crumley, my books, traduzione on febbraio 25, 2010 at 19:11

In libreria da martedì 23 febbraio. 296 pagine, 18 euro. Traduzione di Luca Conti.

Riporto anche la quarta di copertina, perché questa volta l’ho scritta io.

Se è vero che il nuovo noir americano del dopo-Vietnam riscrive in versione moderna i grandi temi della mitologia della frontiera, La cattiva strada ne rappresenta uno degli esempi migliori: sperdute cittadine del Montana con tanto di saloon e squallidi alberghetti, duelli alla Mezzogiorno di fuoco, donne fatali e un lacerante cammino verso la redenzione. Dal distillato di questa poderosa miscela nasce uno dei piú riusciti romanzi di James Crumley.

«Sugli stolti e sugli ubriaconi vegliano gli dèi in persona», scriveva James Crumley nell’Ultimo vero bacio, ma tutto questo non sembra valere per Milo Milodragovitch, reduce dal clamoroso fallimento professionale e umano del Caso sbagliato e ridotto a sbarcare il lunario come guardia giurata, nell’attesa di entrare in possesso della cospicua eredità paterna. E proprio le antiche scappatelle di suo padre lo trascinano in un nuovo caso, ancor piú intricato del precedente: Sarah Weddington, amante occasionale del defunto Milodragovitch senior, gli offre un banale ma poco chiaro lavoretto di sorveglianza e pedinamento che innesca ben presto una folle spirale di violenza. Milo si trova cosí invischiato nella ragnatela di fascino e lusinghe ordita da tre donne di grande carattere e personalità, ciascuna delle quali sembra avere misteriosi legami con la storia e i beni della famiglia Milodragovitch. Tra cadaveri e complotti, Milo è costretto suo malgrado a districare una matassa apparentemente insolubile, che lo porterà ancora una volta a masticare fino in fondo il sapore amaro della Cattiva strada.

Texano di nascita ma anima perennemente on the roadJames Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera folliaLa cattiva strada.

LA CATTIVA STRADA

In books, James Crumley, my books, traduzione on febbraio 11, 2010 at 10:33

Non ho ancora visto la copertina dell’edizione italiana – così inserisco quella dell’edizione originale (1983); un po’ malconcia, ma me la porto dietro fin da allora e le sono molto affezionato – ma la mia nuova traduzione del secondo romanzo che Crumley ha dedicato a Milo Milodragovitch è in arrivo in libreria tra una decina di giorni, più o meno.

Ne approfitto per segnalare, salvo equivoci, che il libro era già uscito in Italia per Mondadori nel 1994 come Dalla parte sbagliata, e che Einaudi ha ritenuto di cambiarne il titolo in La cattiva strada per evitare confusione con Il caso sbagliato, che ho ritradotto l’anno scorso (io avevo proposto di lasciare Dancing Bear, per motivi che appariranno chiari alla lettura del romanzo, ma non è andata così).

LANSDALE COLPISCE ANCORA

In books, Joe R. Lansdale, traduzione on gennaio 22, 2010 at 00:21

Dal 28 gennaio in libreria. Fanucci editore, traduzione di Luca Conti.

Dieci racconti inediti di Joe R. Lansdale, scelti dall’autore per il pubblico italiano, più un’introduzione scritta appositamente per questo volume.


HONEY DEAL

In books, Elmore Leonard, my books, traduzione on dicembre 4, 2009 at 19:34

La mole di lavoro delle ultime settimane mi ha impedito di aggiornare con regolarità questo spazio, e non è che anche adesso le cose stiano andando meglio, anzi.

Faccio comunque una rapida apparizione per segnalare l’uscita del nuovo romanzo di Elmore Leonard, da me tradotto e la cui copertina potete vedere più sopra. A breve seguirà un assaggio del primo capitolo.

Scheda, dal sito Einaudi:

2009
Stile libero Noir
pp. 318
€ 18,00

Traduzione di Luca Conti

Carl Webster, l’implacabile sceriffo dell’Oklahoma già incontrato in Hot Kid e l’affascinante e disinibita Honey Deal, uno dei piú riusciti ritratti femminili di Leonard, al centro di un’avventura spionistica in cui il noir si tinge di una irresistibile vena comica.

Detroit, ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. La bella Honey Deal ottiene il divorzio dal marito, Walter Schoen, un macellaio che si spaccia per il fratello gemello di Heinrich Himmler, quando si rende conto della sua clamorosa e irrecuperabile stupidità. Sulla scena piomba l’Hot Kid Carl Webster, adesso sulle tracce di due gerarchi nazisti fuggiti da un campo di prigionia dell’Oklahoma, e sicuro della complicità di Schoen nell’evasione.
Per scoprire il nascondiglio dei nazisti Carl riesce a tirare dalla sua parte la biondissima Honey e i due si ritrovano ben presto coinvolti nelle attività di una cellula spionistica tedesca… Dopo una serie di incontri e scontri, spesso di rara comicità, la movimentata resa dei conti avrà luogo nell’appartamento di Honey, tra il divano del soggiorno e la camera da letto.

ELMORE E GLI ANNI '40

In books, Elmore Leonard, jazz & noir, my books, traduzione on ottobre 6, 2009 at 17:09

Questa è la copertina originale del romanzo di Elmore Leonard che ho tradotto da non molto e che uscirà in Italia a novembre, non so ancora con quale titolo. E’ il seguito di Hot Kid, ambientato però diversi anni dopo, ovvero negli anni Quaranta, in piena guerra, ed è una sorta di commedia nera dal tratto ferocemente grottesco e dalla chiara impostazione teatrale. Anzi, in certi tratti si getta nella farsa bella e buona, con porte che si aprono e si chiudono, mariti in soggiorno e amanti nascosti in camera da letto, truffatori che fanno ubriacare Bertolt Brecht per rubargli il manoscritto del Cerchio di gesso del Caucaso, killer ucraini travestiti da donna, ufficiali nazisti appassionati di rodeo, false contesse polacche, insomma tutto il campionario della pochade.

C’è anche un bel po’ di musica, e a un certo punto appare anche Count Basie col suo berrettino da skipper. D’altra parte Leonard è un grande appassionato di jazz e rock, e proprio per questo riporto di seguito un estratto da una vecchia intervista rilasciata da Elmore ai tempi di Be Cool.

LEONARD: Quando scrivevo Be Cool mi ero messo a guardare un bel po’ di MTV e VH1. Mi incuriosivano soprattutto Alanis Morissette, Gwen Stefani dei No Doubt e Shirley Manson dei Garbage, così mi sono procurato riviste come Interview, Vibe e Rolling Stone e ho letto un sacco di articoli su di loro. Mi è sempre interessata la musica pop, fin dagli anni Trenta, quandero bambino e la mia passione era Mildred Bailey.

Quindi è sempre stato un appassionato di musica?

LEONARD: Ai tempi del liceo, negli anni Quaranta, me ne andavo al Paradise Theater di Detroit a sentire Count Basie, Earl “Fatha” Hines, Jimmy Lunceford e lorchestra di Andy Kirk con Mary Lou Williams al pianoforte.

Ho combattuto in Marina nella seconda guerra mondiale. Nel gennaio del 1946, di rientro dal Pacifico, siamo sbarcati a Treasure Island, nella baia di San Francisco, e io sono filato dritto a Oakland, dove quella sera si esibiva lorchestra di Stan Kenton. Ricordo ancora di essermi piazzato sotto il palco a guardare June Christy che cantava Buzz Me Baby. Un’altra delle mie cantanti preferite era Anita ODay, soprattutto in Let Me Off Uptown con Roy Eldridge. Ma in assoluto la mia passione è Count Basie.

Come vede la musica pop di oggi, rispetto a quella della sua giovinezza?

LEONARD: Me ne piace parecchia, ma non mi ispira allo stesso livello del jazz. Ricordo ancora che vedere Dizzy Gillespie dal vivo mi faceva venire la voglia di tornare a casa e mettermi a scrivere. Molti lettori hanno fatto notare linfluenza del jazz nel mio stile. Quando scrivo non ascolto musica, ma credo che in sottofondo potrei mettere il Modern Jazz Quartet o Ahmad Jamal. Di sicuro il Take Five di Dave Brubeck.

Le è rimasto difficile apprezzare il rock?

LEONARD: No, perché non ho mai avuto bisogno dellispirazione per apprezzarne lenergia,  la potenza che ti viene dritta addosso. Però il mio feeling è assai più legato al jazz: un sound ben strutturato sul quale produrre variazioni improvvisate, capace di mettere in luce la personalità dellartista.

PISA BOOK FESTIVAL

In books, my books, traduzione on ottobre 1, 2009 at 19:41

Sabato 10 ottobre alle 12, nell’ambito del Pisa Book Festival, il sottoscritto sarà impegnato in una tavola rotonda sulla traduzione della narrativa di genere, dal titolo Tutte le lingue del giallo, in compagnia di editori ed editor come Ena Marchi (Adelphi), Claudia Tarolo (Marcos y Marcos) e Marco Vicentini (Meridiano Zero).

AMO L'ESTATE

In books, James Lee Burke, traduzione on luglio 25, 2009 at 11:00

…e non perché, come ormai da qualche anno, la passo al lavoro invece che in vacanza; ma perché a luglio – implacabile come la dichiarazione dei redditi – negli USA esce sempre il nuovo libro di James Lee Burke. Eccolo qui, arrivato a casa giusto ieri:

E ancora di più perché, quest’anno, la sto passando a tradurre proprio Burke; appena consegnato Big Midnight Special, un fantastico racconto – forse una delle cose più belle mai scritte dal Nostro – che uscirà in edizione italiana prima della fine dell’anno (maggiori dettagli a breve) e mi ritrovo immerso fino al collo – il libro, come tutte le cose di Burke, è di una difficoltà mostruosa e costringe il povero traduttore ad autentiche arrampicate di sesto grado – nella versione italiana di Swan Peak, l’ultimo romanzo con Dave Robicheaux che sarà pubblicato in autunno da Fanucci come Il prezzo della menzogna.

DA OGGI, KILLSHOT

In books, Elmore Leonard, traduzione on luglio 7, 2009 at 08:41

978880618043GRA

In libreria da oggi.

Se volete un assaggio del primo capitolo, lo trovate qui.

ELMORE LEONARD: KILLSHOT

In books, Elmore Leonard, traduzione on giugno 28, 2009 at 12:03

978880618043GRA

A diciannove anni dalla sua prima pubblicazione italiana (allora si intitolava Il Corvo ed era uscito per Interno Giallo, tradotto da Lidia Perria), uno dei romanzi più intensi di Elmore LeonardKillshot, torna nelle librerie italiane con una traduzione nuova di zecca: forse uno dei lavori più impegnativi che abbia mai dovuto affrontare.

Sono molto orgoglioso del risultato. Spero che vi piaccia. E ne approfitto per ringraziare Luisa Piussi, che ha lavorato con me su una prima bozza di traduzione, ben tre anni fa, nonché Alessandra Montrucchio, ottima scrittrice e traduttrice in proprio, ma qui nelle vesti di editor: simply the best.

Ecco cosa dice il sito di Einaudi:

Traduzione di Luca Conti

In uscita a inizio luglio
Stile Libero Noir
pp. 324 
€ 18,00
ISBN 9788806180430

Dal maestro del noir contemporaneo, un grande romanzo d’azione: la storia di una caccia all’uomo che, dal Canada all’America profonda, ci svela il lato piú oscuro e violento della terra dei sogni.

Per i dialoghi memorabili, il senso infallibile dei luoghi e dei paesaggi, una galleria di personaggi originali, piú veri del vero, Killshot è considerato dalla critica uno dei capolavori di Elmore Leonard. Ha ispirato il film omonimo, diretto da John Madden (Shakespeare in Love), con Mickey Rourke nella parte del killer Blackbird.

Carmen e Wayne Colson sono due persone normali, segnate dalla vita, che hanno ormai accettato un’esistenza ordinaria, fatta di piccole cose e di pretese ancor piú modeste. La loro unica colpa: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e sventare, piú per istinto che per ragionamento, un tentativo di estorsione violenta. Da quel giorno, niente sarà piú lo stesso. Costretti a fuggire, inseguiti da un killer professionista, Blackbird, e dal sociopatico Richie Nix, scopriranno che perfino il programma protezione testimoni dell’FBI, che li accoglie, è retto dalle stesse regole che hanno appena appreso a loro spese: violenza, inganno, sfruttamento spietato. 
E si troveranno a lottare da soli per poter sopravvivere.

BAZELL: RASSEGNA STAMPA

In books, Josh Bazell, traduzione on giugno 26, 2009 at 10:06

Recensione di Giuseppe Genna, tratta da Carmilla (e, a quanto ho capito, apparsa – o apparirà –  in versione ridotta anche su Vanity Fair).

Josh Bazell: VEDI DI NON MORIRE

di Giuseppe Genna

Immaginatevi il peggior ospedale di Manhattan, la vita di corsia vista dallo sguardo di un internista che non è il Dr. House: è un killer della mafia. Ma è molto più brillante del Dr. House. Se il medico zoppo del serial tv è brillante, l’internista mafioso Peter Brown allora è fluorescente. Un esempio? Questo: “L’Anadale Wing, il piccolo reparto di lusso dell’ospedale, si sforza di sembrare un hotel. La reception ha un pavimento di linoleum in simil legno e uno scemo in smoking che strimpella il pianoforte. Se fosse davvero un hotel, comunque, offrirebbe un’assistenza sanitaria migliore. Secondo voi basta essere pieni di soldi per ricevere un’assistenza sanitaria superiore alla media? Date un’occhiata a Michael Jackson”. Questo cinico esilarante imperdibile memorabile protagonista di Vedi di non morire (Einaudi Stile Libero, 18.50 euro), esordio narrativo di Josh Bazell, è il personaggio letterario americano più memorabile dai tempi di Tyler Durden, lo schizoide di Fight Club, bestseller di Chuck Palahniuk. E Vedi di non morire è il nuovo Fight Club.

bazell.jpgChi ha amato il romanzo di Palahniuk o il film che ne ha tratto Fincher deve assolutamente leggere il romanzo di Bazell. E’ urgentissimo, altrimenti rischiate troppa noia. Rimediate a questo disastro che è la vostra vita: Josh Bazell vi tirerà su il morale e l’umore. Anzitutto perché, scrivendoVedi di non morire, il morale se lo è tirato su da solo: l’ha scritto durante i turni di notte nell’ospedale in cui lavora. Uno si dice: “Toh, un medico ha scritto un libro!”. No: Bazell ha duecento lauree, tra cui quella in letteratura inglese, e si sente. Arriva davvero al livello del miglior Palahniuk, che ultimamente è sceso al livello del peggior Palahniuk. Ha scritto sul serio un mezzo capolavoro, che ritengo imperdibile, e che con Fight Club condivide la sorte.
Anzitutto perché si stanno contendendo i diritti di pubblicazione all’estero a colpi di offerte che sembrano transazioni di Gordon Gekko in Wall Street. E poi perché è probabile che, come la coppia Brad Pitt & Edward Norton ha portato su grande schermo il personaggio di Palahniuk, così pare imminente che a interpretare l’indimenticabile killer ospedaliero Peter Brown sarà Leonardo Di Caprio, innamoratosi del romanzo (fallo, Leo: ti supplico). Si sussurra su Web che Quentin Tarantino dirigerà questo incredibile e sganasciante thriller. Scelta opportuna, soprattutto per Tarantino: Vedi di non morire ha lo stile e la trama più prossimi a Pulp Fiction che mi sia capitato di incontrare in anni di faticosa ricerca.
Peter Brown secondo l’anagrafe si chiamerebbe Pietro Brwna e secondo la mafia del clan Locano si chiamerebbe Orso. Figlio di padre italiano (non siculo!) e di madre ebrea polacca americana hippie, è stato allevato dai nonni, che lui ha trovato in tenera età massacrati nel salotto di casa. La sua famiglia è diventata quindi un’altra: quella, appunto, dei Locano, che sono più cruenti ma anche più surreali dei Soprano. Noi inconsapevoli lettori troviamo questo accrocchio semiumano, ipercinico e violentissimo ma anche caritatevole (a modo suo), in qualità di internista connesso a un programma di recupero dal carcere. Peter Brown è La Cosa dei Fantastici Quattro abitata dallo spirito di David Letterman. E’ disincantato e competentissimo nelle diagnosi e nelle terapie allucinanti che effettua, svelando il dietro le quinte che mai e poi mai vorreste conoscere (e invece lo volete conoscere tantissimo, non solo io che sono un noto ipocondriaco): ciò che accade davvero nel luogo in cui ci curano, cioè l’ospedale.
Siamo a livello di E.R. girato col Marlon Brando del Padrino.
E’ Gray’s Anatomy dove tutti hanno preso più LSD di quanto già non facciano sul set.
Peter Brown ha un tormentone: è la Grande Mietitrice, cioè la morte. E’ evocata ovunque, ed è prevedibile se un omicida mafioso sta in corsia. Non è prevedibile invece che, tra i pazienti, gli capiti un membro della famiglia Locano, con il cancro in fase terminale. Il tumorato riconosce l’Orso e gli crea un problema paradossale: se muore, i trascorsi di Peter Brown riemergeranno e sarà per lui una fine lenta e dolorosa. Taccio dei trascorsi di Peter Brown con la famiglia mafiosa, per evitare di rovinare la suprema suspence del romanzo di Bazell.
Per quanto avvincente e, come dicevo, di pressante suspence (laddove l’aggettivo viene usato letteralmente, rimandando a certe presse utilizzate dai mafiosi per convincere, con indebito rolfing, a cantare), ciò che lascia esterrefatti della scrittura di Bazell sono le folgorazioni umoristiche – una girandola di raudi che farebbe la fortuna di qualunque sceneggiatura, una non tanto distensiva e continua meditazione pop fatta con le armi (usato letteralmente: come sopra) del pop stesso:

“Per i bianchi con le pezze al culo, Un tranquillo weekend di paura è l’equivalente del Padrino per i mafiosi”.”La ‘Trendelenburg rovesciata’ è la posizione in cui i piedi di un paziente si trovano a un livello più basso della testa. La ‘Trendelenburg (e basta)’ significa invece il contrario: piedi più in alto, testa più in basso. Nessun chirurgo sulla faccia della terra si farebbe mai beccare a chiedere un semplice Sollevagli la testa oppureAbbassagliela. Vi siete mai chiesti perché ci hanno messo quattro ore a togliervi l’appendice?”

“La cornetta viene messa giù. Oggigiorno capita solo coi telefoni pubblici”.

“Nessuno viene morsicato da uno scoiattolo volante”.

“La gente pensa che l’oceano sia il simbolo della vita e della libertà. Ma se la natura ha barriere invalicabili queste sono le spiagge, che tutti venerano al pari dello spazio profondo o della morte o di ogni altra cosa in grado di respingerti senza pietà”.

“Ritrovarsi sudati fradici anche all’interno di una cella frigorifera vuol dire, forse, essersi spinti un po’ troppo in là”.

In pratica, Arthur Schopenhauer che si reincarna in David Sedaris dopo avere visto dall’aldilà tutte le puntate del Dottor Kildare.

Da anni cercavo un autore che mi facesse catapultare dalle risate e pensare a questo modo, ridandomi quello che Palahniuk e Tarantino non mi hanno più dato. Beh: l’ho trovato. Se non leggete Vedi di non morire, attenti a quando sarete ricoverati in qualche ospedale: potrei essere il vostro infermiere e non avrò pietà.

ELMORE SPEAKS

In books, Elmore Leonard, traduzione on giugno 23, 2009 at 13:55

“The next time the members of the Swedish Academy think about giving the Nobel Prize for literature to an American, they should take a look to Elmore Leonard”

Philadelphia Enquirer

leonard_interview

Una lunga e molto interessante intervista rilasciata il mese scorso da Elmore Leonard a James Mustich, in occasione dell’uscita di Road Dogs, la cui traduzione italiana è prevista per il 2010 (ci sono ben 4 romanzi di Leonard in arrivo, nelle librerie italiane, e tutti tradotti dal vostro affezionatissimo: tra poco, credo un paio di settimane, tocca a Killshot, poi – entro l’anno – sarà la volta di Up in Honey’s Room).

Ecco un piccolo estratto, in cui Leonard parla del romanzo che sta scrivendo in queste settimane, Djibouti:

JM: How far along are you in the next novel, the one about the pirates?

EL: Page 138 — a little bit more than a third of the way through. I’m going to call it Djibouti, because I love the sound of that word. People say, “What’s Djibouti?” Or if they know it’s a city, “Where is it?” In the first 138 pages, I’ve probably got the word Djibouti 20 times. And the woman in the book who’s making the documentary, Dara, she’s going to call her documentary Djibouti, too. She says, “I don’t care if there’s no connection. I just love the word, and I’m going to call it Djibouti.” [LAUGHS]

UN ANNO

In books, my books, traduzione on giugno 20, 2009 at 09:50

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The Big LebowskiAre you employed, sir?
The DudeEmployed?
The Big LebowskiYou don’t go out looking for a job dressed like that? On a weekday?
The DudeIs this a… What day is this?

Nei giorni scorsi Last of the Independents ha compiuto un anno e io – noto per dimenticarmi ricorrenze ben più importanti di questa – neanche me ne sono accorto.

In dodici mesi ci sono state oltre trentamila visite, che non mi sembrano poche, anzi; il solo pensiero che, per qualche decina di migliaia di volte, a qualcuno sia venuto in mente di guardare cosa stavo architettando io mi provoca una leggera vertigine.

Grazie a tutti.

TANTO PER CAMBIARE

In books, Josh Bazell, traduzione on giugno 18, 2009 at 10:30

Sulla Repubblica di oggi, firmata non dal primo redattore di passaggio ma da uno scrittore di buona notorietà come Sandro Veronesi (non l’ultimo degli sconosciuti, insomma), ben una pagina è dedicata alla recensione di Vedi di non morire di Josh Bazell, tradotto dal sottoscritto. Be’, in una pagina intera – non una breve, un box o quel che volete voi – neanche una riga viene spesa per citare il nome del traduttore, malgrado Veronesi non si periti di attingere largamente alla traduzione italiana.

Per aggiungere il danno alla beffa, e lo scrivo oggi con una vaghissima probabilità di essere smentito ma sapendo già come andrà a finire, sul Venerdì di Repubblica in edicola domani è annunciata un’intervista all’autore stesso, nella quale prevedo di non trovare scritto il mio nome neanche usando un cannocchiale, come nella migliore tradizione degli articoli di quel supplemento (so io, e lo sa qualche altro collega, la fatica che c’è voluta col Venerdì per far citare i traduttori almeno nella pagina dei libri).

Quel che mi dà più fastidio in tutte queste vicende, a parte la mancanza di rispetto nei confronti di chi lavora e lo stupore per vedersi ignorato non tanto da un giornalista, cosa alla quale ho fatto il callo, ma da uno scrittore tradotto anche all’estero, è l’enorme quantità di tempo che alla fine dei salmi viene sottratta al mio lavoro. Per dire: adesso sono le undici passate e non ho ancora tradotto una riga, oltre a essere incazzato come una iena, pardon my French.

E tutto questo all’unico, ormai deprimente scopo di far capire agli italiani che i libri non si traducono da soli (quest’ultima frase l’ho detta e scritta così tante volte che la vorrò come epitaffio sulla tomba). Il bello è che, a lungo andare, i lettori hanno iniziato ad accorgersene. I giornalisti no.

Quindi, per farvi capire alla perfezione come mi sento oggi, lascio la parola al dottor Josh Bazell e al suo improbabile servizio di consulenza medica:-)

INTERVISTA

In books, traduzione on giugno 3, 2009 at 10:27

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Qualche settimana fa, gli irrefrenabili agitatori di Sugarpulp – Matteo Strukul e Matteo Righetto – mi hanno voluto intervistare per il loro sito. Se a qualcuno può interessare (possibile?) leggere i miei vaneggiamenti, sono tutti qui.

VOGLIO DIRE, COME FATE A SAPERE QUELLO CHE FARETE, FINCHÉ NON LO FATE?

In books, J.D. Salinger, traduzione on gennaio 31, 2009 at 11:25

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Un piccolo ricordo di Adriana Motti, autrice di una delle traduzioni più famose nella storia dell’editoria italiana.

La signora Motti è scomparsa il 12 gennaio, ultraottantenne e, come capita sempre quando ci sono di mezzo i traduttori, la notizia è passata quasi completamente sotto silenzio, a parte un breve articolo di Nico Orengo sulla Stampa e una lettera inviata al Giornale dal nipote della stessa Adriana. Anche il sito web della Einaudi non ne ha fatto cenno. Eppure il romanzo di Salinger è stato (e forse lo è ancora) uno dei titoli più venduti di tutto il suo catalogo: basti pensare che è presente nelle librerie italiane fin dal 1961, senza interruzione (e la copertina che ho riprodotto, quella dell’edizione 1964 in mio possesso e firmata da Ben Shahn, è purtroppo sparita dalle ristampe successive).

Adriana Motti ha tradotto molti altri romanzi, almeno una quarantina, ed è stata per oltre vent’anni la compagna di un importante critico letterario quale Giacomo Debenedetti.

Per quanto mi riguarda, la sua traduzione di The Catcher in the Rye è uno dei motivi che mi hanno spinto a iniziare questo mestiere. Quando l’ho letta per la prima volta, mica lo sapevo. Ma d’altra parte, come dice Holden Caulfield nell’ultimo capitolo del libro, “Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate?”.

Io l’ho fatto, e adesso lo so.

Grazie, Adriana.

LC

LIBRI AUTOTRADOTTI?

In books, traduzione on luglio 11, 2008 at 15:10

Immagino che qualcuno abbia letto su Repubblica dell’uscita di una nuova collana (www.espressonline.it/shortstories) che raccoglie famosi racconti della narrativa angloamericana con testo a fronte e «note linguistiche». lI primo, ovvero The Short Happy Life of Francis Macomber di Ernest Hemingway, è in edicola da oggi, e altri nove volumetti seguiranno a scadenza settimanale.

Da qualche giorno, com’è ovvio, il gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso pubblicizza questa iniziativa. Ieri, su Repubblica, è apparso un articolo molto generico di Stefano Giovanardi; oggi, invece, ben due pezzi: uno, l’ennesimo catalogo di banalità e luoghi comuni sulla traduzione, firmato da Irene Bignardi, l’altro – ben più serio e documentato – di Nadia Fusini.

Chi, come il sempre ottimista Luca Conti, all’annuncio (la scorsa settimana) di tale iniziativa, aveva pensato che, trattandosi di una serie che ha come oggetto proprio la traduzione e il suo confronto col testo originale, l’apporto dei traduttori medesimi sarebbe stato una buona volta messo in doveroso risalto, ha subito dovuto constatare che no, manco per il piffero.

Nell’articolessa di Giovanardi – in mezzo a una valanga di considerazioni più o meno condivisibili, ma tutte molto generiche – non si faceva il minimo accenno a chi avesse tradotto l’Hemingway. Va be’, mi sono detto, sarà per domani.

Stai fresco.

Il pezzullo di Irene Bignardi se ne guarda bene (però ci informa che Eco ha certe volte parlato della traduzione, che nel film Lost in Translation l’argomento è appunto quello, e che in italiano quando si parla di traduzione la prima frase che viene in mente è «traduttori traditori»), dicendo invece che tale iniziativa sarà soprattutto utile al lettore per «litigare direttamente con i traduttori» (a patto, immagino, di sapere chi siano).

Solo a tre quarti buoni del pezzo di Nadia Fusini – e comunque sepolto in un inciso – il lettore ignaro scopre, ammesso che a ‘sto punto gli interessi ancora, che per il Macomber è stata usata la versione italiana di Vincenzo Mantovani e non già quella di Guidobaldo Scaccabarozzi.

Farlo notare, magari, poteva pure essere interessante, visto che di traduzioni italiane del Macomber ne esistono due (l’altra è quella storica di Giuseppe Trevisani).

Non basta. Curioso come al solito, acquisto oggi il volumetto per scoprire che in copertina non è citato il nome del traduttore (ma che strano, per una serie col testo a fronte) così come non ne è fatta menzione nel frontespizio, in barba a ogni regola. Solo districandosi nel controfrontespizio, sotto il copyright della Mondadori, il lettore ficcanaso scoprirà il legittimo nome di colui che ha in effetti reso possibile l’intera operazione.

In sintesi, perché l’ho fatta lunga, tutta questa faccenda mi sembra abbastanza imbarazzante (e non entro nel merito delle «note linguistiche»), soprattutto perché mi chiedo a chi e a cosa serva una tale collana, se fatta in questo modo.

E se davvero la finalità dell’operazione era quella di porre l’accento sulla comparazione dei testi, non ci voleva molto a chiedere ai traduttori dei singoli racconti un contributo che spiegasse il perché delle loro scelte, il modo di affrontare il testo e tante belle cose che la categoria cui appartengo continua a reclamare da tempo quasi immemorabile.

In questo modo, invece, si tratta dell’ennesima occasione perduta, che continua inoltre a perpetuare nella mente del lettore nostrano quel fenomeno ormai mitologico per il quale, è noto, i libri e i racconti scritti in una qualche lingua straniera riescono brillantemente ad autotradursi in italiano.

LC